Milano, botte alla moglie e alla figlia neonata ‘perché femmina’: 30enne condannato

Condannato a 3 anni e 8 mesi con rito abbreviato, l'uomo è stato riconosciuto colpevole anche del reato di sequestro di persona. Avrebbe impedito alla moglie di uscire, chiudendola a chiave in casa e sottoponendola ad abusi.

Pubblicato da Giovanna Tedde Mercoledì 7 novembre 2018

Milano, botte alla moglie e alla figlia neonata ‘perché femmina’: 30enne condannato
Foto: Pixabay

Un 30enne afgano è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere con rito abbreviato dal gup di Milano. L’uomo era stato denunciato per aver sottoposto moglie e figlia neonata a maltrattamenti e minacce. I due si sarebbero sposati in Pakistan, quando la donna aveva appena 15 anni.

Condannato a 3 anni e 8 mesi

Il gup di Milano, Guido Salvini, ha condannato a 3 anni e 8 mesi con rito abbreviato un 30enne afgano accusato di maltrattamenti su moglie e figlia.

L’uomo aveva sposato la donna in Pakistan, quando lei era 15enne, e l’avrebbe sottomessa al suo volere con la violenza. Brutalmente pestata con una cinghia e stuprata.

La sua furia si sarebbe rivolta anche contro la bambina, che oggi ha un anno, colpevole di essere “femmina”. Lui, secondo l’accusa, avrebbe voluto un maschietto, per questo avrebbe aggredito la piccola.

Nei mesi scorsi l’arresto, dopo l’ultima segnalazione risalente a marzo: secondo la moglie 22enne, il marito avrebbe colpito la figlia neonata con violenti schiaffi, minacciando di morte la donna nell’ipotesi che potesse denunciarlo.

Avrebbe imposto alla consorte di non alzare lo sguardo da terra, e tra le contestazioni a suo carico compariva anche il reato di lesioni. Infatti, almeno in una occasione, aveva ferito la moglie con un coltello dicendo che semplicemente gli andava di farlo.

Il giudice lo ha riconosciuto colpevole anche di sequestro di persona, per aver privato la vittima della libertà “chiudendola a chiave nell’abitazione”.

L’aggravante è di avere commesso il fatto “in danno del coniuge”. La sentenza con rito abbreviato gli ha permesso di usufruire dello sconto di un terzo della pena, al termine della quale sarà espulso. Per madre e figlia, invece, si sono aperte le porte di una comunità protetta.

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