Donne partigiane: chi sono e cosa hanno fatto

La seconda guerra mondiale è un capitolo oscuro della storia dell'umanità. Moltissimi gli eroi che vengono ricordati, meno le eroine che hanno contribuito agli eventi. Ricordiamo alcune di queste donne valorose ormai dimenticate e che invece hanno partecipato attivamente alle stafette della resistenza.

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Partigiane in guerra

Camminavano con la paura addosso, l’affanno nel cuore, ma dritte e fiere verso il nemico, nascondendo munizioni, ordini e alimenti. Erano le donne partigiane, stavano in prima linea, a combattere, a rischiare, a lasciarsi ferire, a farsi ammazzare, violentare, a togliere la vita se necessario, pur avendo nella loro intrinsteca natura la capacità di darla, andando contro tutti i loro istinti, tremando, sussurrando lacrime nella notte, ma senza mai arrendersi.

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Spesso con mezzi di fortuna e tanto coraggio curavano i feriti, i malati e accompagnavano dolcemente i morenti negli ultimi istanti di vita. Erano donne semplici, spesso giovanissime, eppure grandi eroine, quelle che facevano parte della resistenza partigiana e hanno contribuito a salvaguardare e salvare la patria durante la Seconda Guerra Mondiale. Quelle dimenticate dalla Storia. Quelle che però l’hanno scritta senza nomi e cognomi, perché con la loro forza hanno silenziosamente mantenuto saldi il cuore e la mente di un’Italia devastata.

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Staffette partigiane

I compiti delle donne all’epoca non si esaurivano all’accudimento di figli, parenti e genitori; molte ragazze partivano per il fronte combattendo a fianco degli uomini, altre si occupavano dei feriti, altre ancora rimpiazzavano i compagni scomparsi in guerra lavorando nei campi o in fabbrica. Alle giovanissime, ritenute meno sospette, venivano spesso affidate le cosiddette staffette partigiane: il loro compito consisteva nel trasportare beni e munizioni di paese in paese, nascondendoli all’interno di borse e cestini da pranzo. Non mancarono inoltre proteste al femminile contro il nazi-fascismo, scioperi e manifestazioni di vario genere capitanate da donne. Basti pensare, per esempio, al famoso sciopero del pane, indetto in seguito alla riduzione delle porzioni giornaliere destinate alle famiglie.

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Partigiane: le donne della resistenza

Nonostante il gran numero di donne coinvolte nella Seconda Guerra Mondiale (secondo l’A.N.P.I furono oltre 35.000 quelle coinvolte in battaglia, oltre 70.000 in Gruppi di Protesta, 11.000 quelle uccise e deportate), la maggioranza di esse è stata dimenticata, ad eccezione di alcuni nomi che hanno resistito al trascorrere del tempo. È il caso di Carla Capponi (1918-2000), vice comandante di una brigata della Capitale, cui fu conferita una medaglia d’oro al valore militare, ma anche di Gisella Floreanini (1906-1993), la prima presidentessa di una Repubblica Partigiana, premiata con una medaglia d’oro alla resistenza.

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E ancora Clelia Corradini (1903-1944), staffetta arrestata dai tedeschi, più tardi giustiziata a Vado Ligure, cui fu conferita la medaglia d’argento al valore militare. Partigiana attiva nella Resistenza fu Nilde Iotti (1920-1999), prima Presidentessa della Camera dei Deputati a partire dal 1979, prima donna italiana che ricoprì una delle cariche più alte dello Stato.

Resistenza partigiana

Di eroi è piena la storia, di eroine un po’ meno. Ma se i nomi si dimenticano, i sacrifici di chi ha lottato in prima persona per la propria Patria e per i propri ideali rimangono tali. Sacrifici compiuti non solo dagli uomini ma anche da moltissime donne partigiane che assunsero ruoli significativi e impegnativi nell’ambito della Resistenza

Peccato che per venirne a conoscenza si debbano condurre ricerche approfondite: ovunque si menzioni la resistenza partigiana, a comparire sono solo nomi maschili. Ma la lotta al nazifascismo fu resa possibile di fatto anche da chi lavorava dietro le quinte, da chi infondeva coraggio, da chi manteneva i nervi saldi, da chi collegava zone che altrimenti sarebbero rimaste isole non comunicanti senza possibilità di organizzarsi, da chi combatteva silenziosamente in seconda linea (ma anche in prima, molto spesso!), da chi prestava soccorso, da chi si occupava di sostentare concretamente con cibo e beni primari soldati e combattenti. Alle donne partigiane, in un’unica espressione.

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Certo, a costituire ufficialmente i Comitati di Liberazione Nazionale furono nomi come Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Giorgio Amendola; a organizzare militarmente gli uomini della resistenza sulle montagne furono i soldati del corpo degli Alpini; e anche le formazioni autonome erano capitanate da uomini, da sempre considerati gli unici in grado di combattere, di utilizzare la forza fisica e di superare le atrocità di una guerra. Ma gli uomini non sarebbero mai passati inosservati come le staffette, non potevano rimanere a casa ad accudire la famiglia, non erano abbastanza per curare anche i feriti e soprattutto avevano bisogno, come succede sempre, di una forza femminile a cui affidarsi, a cui chiedere consiglio, da cui farsi accudire. Da cui farsi spronare: la lotta della Resistenza non fu fatta solo con le armi, ma anche e soprattutto con l’ideologia, con le azioni quotidiane, anche piccole, volte a proteggere e a difendere il popolo dalla prevaricazione nazifascista. E senza un collante che diffondesse tale ideologia facendola vincere sulla paura, nonostante le repressioni violente e la censura, la Resistenza non avrebbe mai potuto portare a termine il suo grande compito. Chi altri avrebbe mai potuto assolvere a tale funzione, in sottofondo, con dolcezza ma con determinazione, per rafforzare la lotta? Solo la tenacia femminile poteva farlo. A dimostrazione che dietro ai grandi uomini della storia, come si dice, ci sono sempre state grandi donne. E non si trovavano “dietro” perché erano meno importanti, anzi; si trovavano dietro perché la declinazione maschilista della Storia non ha permesso che ricoprissero ruoli primari. Ma sono state fondamentali, eccome se lo sono state!

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Parole di Olivia Calò

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