Cecità (e lucidità) di Josè Saramago

Nelle ultime settimane l’epidemia che rendeva ciechi raccontata da Josè Saramago in Cecità ormai venticinque anni fa, è tornata ad incuriosire e attirare i lettori, stimolando una riflessione sul genere umano e sulla sua umanità.

Cecità (e lucidità) di Josè Saramago

Foto Shutterstock | Sandra Moraes

Nel 1995 Josè Saramago, premio Nobel per la Letteratura e scrittore immenso, pubblica il romanzo Cecità. Titolo intrigante, lapidario nella decisione dell’editore italiano di trasformare il portoghese Ensaio sobre a Cegueira (Saggio sulla Cecità) in un semplice sostantivo in grado di catturare l’attenzione del lettore.

Ma chi conosce Saramago sa che nulla è prevedibile nel momento stesso in cui si inizia la lettura di una sua opera.

E Cecità non è da meno: l’autore prende di peso il lettore e lo catapulta in una realtà assurda, senza logica, alla quale tuttavia è da subito costretto a credere. Il mondo improvvisamente diventa cieco, una epidemia, di cui si ignora l’origine ma che si diffonde rapidamente, rende tutti ciechi e lo scenario tragico che si prospetta al lettore diventa un vortice che lo travolge senza offrirgli alcuna via di fuga.

Niente nomi propri, niente indicazioni geografiche né temporali, tratti tipici questi della scrittura di Saramago che, se da un lato consentono di allontanare la vicenda dal presente e proiettarla in un luogo indefinito, rivelano anche che la storia raccontata può essere ovunque e sempre, o da nessuna parte e mai, può riguardare chiunque, chiunque abbia perso la capacità di vedere.

In un mondo che ha fatto dell’indifferenza la propria ragion d’essere e la propria giustificazione, un unico personaggio è condannato a essere testimone dello spirito di adattamento dell’uomo. Una donna, la moglie di un medico, non ha perso la capacità di vedere ed è costretta a tenere gli occhi aperti su una realtà angosciante e terribile.

La teoria si riflette e finalmente coincide con la pratica. L’attitudine dell’uomo a guardare solo alla propria ristretta cerchia di interessi diventa ora una mancanza che coinvolge tutti. L’assenza di controllo e l’assenza di leggi e sanzioni rivelano l’essenza dell’umanità, o almeno di una parte di essa.

La possibilità di ricreare la società in una dimensione nuova, di cecità condivisa, appunto, diventa per lo scrittore portoghese occasione di creare sì un nuovo ordine, ma crudele: la sopravvivenza del singolo a scapito della fame di molti, la salute di uno e la morte degli altri.

Cecità è un pugno nello stomaco, perché mostra di cosa possono essere capaci gli uomini se perdono la loro umanità e dimostra che la mancanza di solidarietà è il danno peggiore che l’uomo possa fare a se stesso.

In questa visione pessimistica del genere umano una luce di speranza è accesa dalle donne, accomunate dalle violenze che sono costrette a subire, le uniche in grado di mettere in scena un senso di solidarietà di genere. Non è un caso se l’unica a non aver perso la vista, l’unica sulle cui spalle ricade il fardello di testimoniare, semplicemente tenendo i propri occhi aperti, la barbarie raggiunta dagli uomini, sia una donna che conclude così il romanzo:

Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono.

Parole di Francesca Turchi