Femminicidio in Italia: dati, identikit degli aggressori e controversie

Femminicidio in Italia: dati, identikit degli aggressori e controversie
da in Violenza sulle donne
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    Giornata contro la violenza sulle donne

    134 casi di femminicidio (uccisioni di donne avvenute per motivi di genere) nel 2013. L’età media delle vittime è di 47 anni, 89 erano italiane, le restanti straniere, e 13 di loro erano prostitute. Sono stati 83 i casi di tentati omicidi ai danni delle donne. Questi sono solo alcuni dei dati che sono stati raccolti dalla Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna che, dal 2005, grazie al lavoro di ricercatrici, tirocinanti dell’Università e volontarie, raccoglie i numeri del fenomeno provenienti dalla stampa per supplire alla mancanza di un database ufficiale dello Stato. Ma chi sono le vittime e chi i loro carnefici? Il fenomeno è cresciuto o rimane tendenzialmente uguale nel numero e nelle modalità? Che strumenti ci sono per contrastare queste violenze di genere? Sono queste alcune domande alle quali cercheremo di rispondere in questo speciale sulla violenza contro le donne, con i dati, le interviste, l’aiuto delle associazioni impegnate quotidianamente in questa lotta, riportando anche una testimonianza diretta di una donna uscita dalla spirale di soprusi e dolore.

    Fa sempre impressione collegarsi al sito In quanto donna, sito che raccoglie il muro della memoria delle vittime di femminicidio: un muro di volti, di storie di donne che non ce l’hanno fatta, che hanno perso la vita spesso per mano di quello che fino a poco tempo prima chiamavano “amore”. Il quadro diventa terribile quando associamo quei volti a dei numeri, che nella loro freddezza ci riportano alla natura del problema, fortemente radicato nella nostra cultura. Torniamo quindi ai dati riportati dallo studio della Casa delle Donne di Bologna. Il fenomeno del femicidio è più sviluppato al Nord (le vittime sono 45), seguito dal centro (34), dal Sud (38) e dalle Isole (17). Nella maggior parte dei casi l’autore dell’omicidio era il partner (86 casi) e il luogo del delitto è la casa (86 casi), seguita dalla strada (26 casi). In 94 casi l’autore del delitto è italiano mentre in altri 27 è straniero. In 9 occasioni l’autore non è stato individuato. Questi risultati vengono confermati dall’indagine Eures sugli omicidi volontari in Italia del 2013, che aggiunge altri particolari. L’indipendenza della donna e l’incapacità dell’uomo di gestire la separazione è un fattore di rischio, nel 93,5% dei casi, unito poi a quello della storia di violenza della coppia: il 21,4% riporta la certezza di maltrattamenti perpetrati in precedenza dall’autore alla vittima, denunciate nel 44% dei casi. Bastano questi per sfatare molti luoghi comuni, che vogliono la violenza di genere legata a un contesto sociale disagiato, straniero, slegato dalla nostra cultura ed estraneo alle mura domestiche. È dentro casa che si consumano la maggior parte di questi crimini, spesso dopo anni di violenze fisiche e psicologiche, spesso inascoltate ma altre volte denunciate, senza un reale sistema di protezione efficace da proteggere realmente quelle che poi diventeranno vittime.

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    Il femminicidio è in aumento? I casi hanno subito dei mutamenti in base ai dati raccolti? La difficoltà primaria nella definizione di questo fenomeno, balzato agli onori della cronaca solo recentemente, è la mancanza di un database ufficiale. Possiamo però affidarci al lavoro delle associazioni, in particolare a quelli della Casa della Donne di Bologna, che dal 2005 raccolgono i casi di questi crimini specifici. Il lavoro è stato raccolto dal sito Stop Femminicidio, che ha creato una vera propria mappa interattiva del fenomeno. La somma totale delle vittime fa rabbrividire: in meno di dieci anni sono 1036 le donne uccise e i dati sembrerebbero in crescita. Si passa dalle 80 vittime del 2005 alle 116 del 2008, fino ad arrivare alle 125 del 2012, alle 134 del 2013. I numeri sono sicuramente sottostimati visto che non esiste ad oggi un’Osservatorio Nazionale sulla Violenza contro le Donne e i dati sono quelli riportati dai media, dalla stampa locale e nazionale e dalle agenzie. Linda Laura Sabbadini, direttrice del dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat e membro della commissione ONU, che ha definito le linee guida a livello mondiale delle indagini statistiche sulla violenza contro le donne, in una recente intervista precisa proprio il punto dei dati, specificando invece che il numero delle donne uccise dai partner sentimentali è sostanzialmente stabile, mentre sta crescendo la percentuale di donne uccise sul totale degli omicidi perché è calato il numero di omicidi di uomini.

    Se guardiamo l’indagine Eures sull’omicidio volontario in Italia, notiamo che gli uomini rimangono le principali vittime, ma in famiglia il 70% delle vittime sono donne e che troppo spesso vengono ignorati i segnali di rischio. Nel grafico riportato il numero dei femminicidi sembra più stabile dai 199 del 2000 ai 138 del 2005 arrivando ai 159 del 2012. Nello stesso studio si sottolinea come la violenza fisica, verbale e psicologica di genere (facendo riferimento alle ultime stime disponibili, ovvero quelli del 2010) sia pari a 290 reati al giorno: circa uno ogni 12 secondi.

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    Si può quindi definire la violenza di genere come un fenomeno d’emergenza? Come ha ribadito Titti Carranno, Presidente dell’associazione DiRe contro la violenza, la risposta delle associazioni e degli studiosi è no. Ogni giorno 95 donne denunciano d’aver subito minacce, un numero che deve far riflettere e che ci pone davanti a uno dei problemi cardine della questione: la denuncia. Lo Stato, ricordano le associazioni e i centri antiviolenza, nonostante le recenti norme contro lo stalking, non sembra dare una protezione sufficiente ed adeguata alla donna dopo la denuncia. L’analisi della vittima e dell’autore fatta in precedenza sottolinea come in realtà siano le donne indipendenti, che decidono di troncare una relazione fatta spesso di maltrattamenti già denunciati, le principali vittime di quello che è un background culturale anche italiano, vista l’altissima percentuale di connazionali autori degli omicidi di genere. La condizione d’emergenza inoltre impedisce di fatto un percorso organico anche dei finanziamenti ai centri che si occupano di tutelare le vittime e i loro figli. Come ci ha ribadito nell’intervista Titti Carrano, i fondi ai centri antiviolenza sono attualmente bloccati e per questo motivo si rende sempre più fondamentale l’aiuto dei singoli cittadini, che possono dare il loro contributo con le campagne del 5×1000. Il fatto che il fenomeno fosse molto complesso e non riconducibile a una situazione d’emergenza si sapeva già dal 1979, quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW). Lì si definiva con precisione ogni forma di discriminazione contro le donne in quanto tali, istituendo un programma delle attività a livello nazionale per eliminarla. L’Italia ha ratificato la CEDAW ai sensi della legge n. 132 del 1985 e ha aderito al Protocollo opzionale il 29 ottobre 2002. Gli Stati che hanno ratificato la CEDAW si sono impegnati a far godere i diritti fondamentali alle donne, non solo con leggi e norme ma anche e soprattutto attraverso un cambiamento culturale. Speriamo davvero che questo avvenga quanto prima.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN Violenza sulle donne Ultimo aggiornamento: Mercoledì 21/05/2014 09:35
     
     
     
     
     
     
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