La Donna Dietro Odisseo: Matt Damon Rivela la Sua Controfigura Femminile

Nel kolossal “Odissea” di Christopher Nolan, Matt Damon rivela che alcune delle sue scene d’azione più estreme sono state eseguite da una stuntwoman, Devyn Dalton, sfidando le convenzioni di genere a Hollywood.

Un kolossal atteso, un eroe riconoscibile e, dietro le quinte, una sorpresa che scardina le abitudini: nelle sequenze più fisiche di Odissea, a sostenere il peso della macchina-cinema non c’era solo la star, ma un corpo allenato a restare invisibile. È lì che inizia la nostra storia.

C’è un momento, durante la promozione di un film, in cui l’epica lascia spazio al lavoro vero. Con Odissea, nuovo progetto firmato da Christopher Nolan e atteso nelle sale italiane (data indicata: 16 luglio 2026, suscettibile di variazioni), è successo quando Matt Damon ha raccontato un dettaglio quasi controintuitivo. Un dettaglio che dice più del set di mille aneddoti.

Prima, però, i fatti. In un kolossal così, l’azione non è solo spettacolo. È logistica, è preparazione, è fisica applicata. Ogni salto, ogni impatto, ogni caduta nasce da mesi di studi, prove e misure. Qui entrano in gioco le controfigure. Non sono “copie”, sono specialisti: persone che sanno come ruotare il bacino in aria, come assorbire una spinta, come atterrare senza compromettere le riprese o la sicurezza. La stunt unit è una seconda troupe che fa crescere la storia un metro alla volta, spesso appesa a un cavo.

E il dettaglio? Damon ha spiegato che, in alcune delle scene più estreme, a rimpiazzarlo non era un uomo. Era una donna. Una stunt performer canadese: Devyn Dalton.

Per chi frequenta i titoli di coda, il suo nome non è nuovo. Dalton lavora da anni tra set ad alto impatto e performance “creatura”, alternando combattimenti coreografati e motion-capture. È apparsa in franchise come Il pianeta delle scimmie e in produzioni dove il lavoro su cavi e imbraghi è quotidiano. Curriculum asciutto, competenze molto specifiche: agilità, resistenza, coordinazione, gestione del rischio. Lì dove la fisica detta legge, lei c’è.

Perché scegliere una donna per “fare” un uomo? La risposta, dal punto di vista tecnico, è semplice. Conta la taglia, conta la linea del corpo in movimento, contano le competenze. In certe inquadrature, se devi ottenere una dinamica particolare — una rotazione più stretta, un baricentro più basso, una silhouette che chiuda meglio il quadro — la soluzione migliore può essere una stuntwoman. Soprattutto se il costume, l’illuminazione e l’angolo di ripresa “pareggiano” le differenze. È cinema: verità e trucco, insieme.

Damon lo racconta con rispetto, quasi con sollievo. “Lei faceva le cose che io non dovevo fare”, è il sottotesto onesto di chi ha già macinato molte scene d’azione ma conosce i propri limiti. Nel sistema-Hollywood, dove le stunt al femminile rimangono una minoranza e dove il dibattito su pari opportunità e sicurezza è costante, un riconoscimento pubblico conta. Sdogana una prassi reale ma poco visibile. E restituisce credito a chi il rischio lo misura al millimetro.

Chi è Devyn Dalton, davvero

Di Devon Dalton — nome che circola anche come Devyn Dalton nei credit — si sa quanto basta a capirne la cifra: atleta, interprete, specialista di wire work e cadute controllate. Ha lavorato in produzioni nordamericane con budget importanti e standard di sicurezza elevati. Su Odissea, i dettagli specifici delle scene eseguite non sono stati resi pubblici; nessuna nota di produzione li elenca finora. Ma la sua presenza racconta una filiera: coordinatore stunt, riggers, medici di set, addestramento. E una cultura della precisione che, a Nolan, è cara.

Un cambio di sguardo anche per noi

C’è un effetto collaterale, positivo. Sapere che dietro il volto di una star agisce un corpo diverso dal previsto ci fa riconsiderare l’immagine. Scopriamo che l’eroe è un lavoro collettivo. Che la tenuta di una scena dipende da fiducia e preparazione. Che un corpo femminile può “reggere” l’icona maschile senza forzature, per competenza. Non c’è slogan, qui. C’è mestiere.

Odissea arriverà in estate, salvo cambi dei calendari. La promessa è di grande cinema. Intanto, questa piccola rivelazione ci invita a guardare meglio i margini del quadro. Chissà quante altre storie passano lì, appese a un cavo, tra un respiro e l’altro, mentre la macchina da presa fa finta che sia tutto naturale. E noi, la prossima volta, le noteremo?