Violenza domestica, la corte di Strasburgo condanna l’Italia: la giustizia lenta non protegge le donne né i figli

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    Violenza domestica, la corte di Strasburgo condanna l’Italia: la giustizia lenta non protegge le donne né i figli

    La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dalla violenza domestica perpetrati dal marito nel caso di Remanzacco, che hanno poi portato all’assassinio del ragazzo e al tentato omicidio della moglie. Per i giudici è stata la giustizia lenta italiana ad aver causato la tragedia che si poteva evitare. Il non aver dato seguito a misure dopo la denuncia della donna ha creato una situazione di impunità secondo Strasburgo che ha favorito il triste epilogo.

    Il caso di Remanzacco

    Il caso in oggetto risale al 26 novembre del 2013. In provincia di Udine, a Remanzacco, Elisaveta Talpis sporse denuncia alle autorità contro il marito, per ripetuti atti di violenza. Il primo verbale risale al giugno del 2012 quando la donna, cittadina rumena sposata con un moldavo da cui ha avuto due figli, davanti ai giudici ha dichiarato che il marito ha iniziato a picchiarla subito dopo il matrimonio. All’arrivo della pattuglia l’uomo non è in casa e viene ritrovato poco dopo mentre vaga in stato di ebrezza. Ad Elisaveta vengono riscontrati ematomi sulla faccia e sul corpo e anche dei morsi, così come alla figlia che aveva tentato di difenderla. Le due donne quando vanno al Pronto Soccorso, secondo il loro racconto, non vengono informate della possibilità di sporgere denuncia.

    Il secondo episodio è invece del 19 agosto dello stesso anno, quando la donna viene minacciata con un coltello. Il marito l’avrebbe costretta ad avere rapporti sessuali. Anche questa volta la donna informa la polizia che addirittura notifica all’uomo il porto d’armi illegale. Questa volte invece la signora ha un trauma cranico. Nonostante molte donne siano restie a sporgere denuncia per violenza, Elisaveta l’ha fatto più volte.

    Ecco che finalmente la donna viene aiutata da un’associazione di protezione per le donne vittime di violenza “Iotunoivoi“ e viene aperta un’inchiesta. Purtroppo la situazione peggiora di nuovo, perché poco dopo, non ci sono più fondi per pagare l’accoglienza della donna nel centro e il 4 dicembre è costretta a cercare da sola un’alternativa. Dopo aver dormito per strada e da amici, viene convinta dall’uomo ad attenuare la denuncia e a tornare a casa. La donna infatti dichiarerà ai giudici che in fondo “è un buon padre e un buon marito”. Viene così archiviata l’inchiesta.

    L’epilogo: il figlio per difendere la madre viene ucciso

    L’uomo però continua con le sue violenze fino al terribile epilogo: la notte del 25 novembre, dopo ore passate a bere alcolici e a giocare d’azzardo, rientra in casa, prende un coltello e tenta di uccidere la moglie. Uno dei figli, 19enne, per difendere la madre viene pugnalato tre volte al petto e muore. Anche la donna viene raggiunta dalle coltellate, ma si salva.

    La condanna della Corte Europea

    La Corte ha condannato l’Italia per la violazione degli articoli 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) e 14 (divieto di discriminazione) della convenzione europea dei diritti umani. Si tratta della prima condanna per un reato relativo al fenomeno della violenza domestica. Dalla triste vicenda, in cui ha perso la vita il 19enne e una donna vittima di violenze ha rischiato di morire, emerge come la giustizia non abbia agito con sufficiente rapidità per proteggerli. Così facendo “le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che in fine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”.

    E’ una vicenda che fa molto riflettere su quanto ancora ci sia da fare per contrastare la violenza sulle donne e trovare misure efficaci quando queste denunciano. Una triste coincidenza la condanna proprio nel giorno in cui alla Camera è stato approvato il disegno di legge sull’inasprimento delle pene per il femminicidio e la maggior tutela dei figli orfani.