Natale 2016

Giornata dell’aborto sicuro: gli ostacoli nel nostro paese

Giornata dell’aborto sicuro: gli ostacoli nel nostro paese
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    Giornata dell’aborto sicuro: gli ostacoli nel nostro paese

    E’ stata inoltrata già da qualche anno la richiesta ufficiale da parte di gruppi e associazioni sparsi nel mondo all’Onu, affinchè venga istituita il 28 settembre la giornata dell’aborto sicuro. Non si tratta di una campagna a favore dell’interruzione di gravidanza, bensì una richiesta affinchè l’aborto diventi legale e soprattutto sicuro, un diritto per le donne di tutti i paesi.
    Il 28 settembre ha un valore simbolico: in quella data nel 1990 a Buenos Aires, un gruppo di femministe latinoamericane chiese di promuovere l’aborto come un diritto umano, per frenare la mortalità materna e i rischi per la salute delle donne conseguenti agli aborti clandestini.

    Ogni anno sono infatti quasi 50mila le donne che perdono la vita a causa di un aborto non legale, mentre 41 milioni di adolescenti portano a termine una gravidanza indesiderata o conseguente a uno stupro. In alcuni paesi infatti, come in Irlanda, l’aborto è vietato anche in caso di violenza sessuale. Eppure anche nel nostro paese, dove l’aborto chirurgico e farmacologico è legale, incontra ostacoli.

    E’ necessario istituire una giornata dedicata al tema anche in paesi come l’Italia dove l’aborto è regolamentato da leggi? La questione è controversa ed è intrisa da sempre dallo scontro tra etica e diritto. In Italia abbiamo una legge che regola l’aborto, la 194 del 1978, considerata legge a metà: se da un lato rende legale e possibile abortire, dall’altra deve fare i conti con gli obiettori di coscienza del personale medico. Secondo l’ultimo rapporto del Ministero della Salute 7 medici su 10 sono obiettori. Sarebbe così che prendono piede, secondo molte associazioni a favore di aborti sicuri, le pratiche illegali di interruzioni di gravidanza, che spesso portano alla morte.

    La 194 è una legge dunque che si scontra con l’altissima percentuale di personale medico obiettore, presente nei nostri ospedali. Da un lato c’è il diritto ad esercitare l’obiezione di coscienza, e dall’altro quello della tutela dei diritti riproduttivi della donna. Al momento però l’unico scritto che sancisce l’obbligo del medico ad intervenire su una donna che abortisce, è il caso in cui questa è in percolo di vita.

    Addirittura proprio quest’anno il Tribunale Europeo per i diritti sociali ha accusato il nostro paese di compiere discriminazioni verso quei medici che normalmente applicano la legge. L’accusa sosteneva che il personale medico italiano sia vittima di “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. Silvana Agatone, presidente di Laiga (libera associazione di medici non obiettori di coscienza in Italia) denuncia decine di episodi su tutto il territorio che confermano tutto ciò. Casi assurdi come quello di un medico di un ospedale di Napoli che ha dovuto lavarsi da solo i ferri con i quali operava l’aborto, perché parte del personale sanitario si rifiutava. Oppure riporta il caso dell’ospedale pugliese, dove le portantine non hanno trasportato in barella quelle donne che si sottoponevano all’interruzione di gravidanza ed obbligavano i medici a farlo.


    LA LEGISLAZIONE SULL’ABORTO NEL RESTO DEL MONDO

    legge 194 aborto

    Un bel problema nel nostro paese se si considera che il rapporto tra medici obiettori e non, in Italia è di 7 a 10, con picchi in alcune regioni, come il Molise, in cui gli obiettori rappresentano il 93% dei medici totali. In pratica su 94 ospedali con un reparto di ostetricia e ginecologia, solo 62 effettuano interruzioni volontarie di gravidanza. Cioè solo il 65,5% del totale. E le donne che abitano in una zona dove non esistono ospedali adeguati che fanno? Emigrano per abortire? Una soluzione potrebbe essere il bilanciamento equo tra numero di obiettori e non negli ospedali? Oppure eliminare il diritto di obiezione di coscienza in campo medico come succede in Svezia? Lì questo diritto non esiste: se un medico ha perplessità difronte all’aborto viene indirizzato verso altre specializzazioni, che non siano ginecologia o ostetricia!.
    Lo Stato dovrebbe garantire anche il diritto all’interruzione di gravidanza, libero e gratuito, affinché le donne possano scegliere liberamente di diventare madri e senza discriminazioni, a seconda delle condizioni personali di ognuna.

    Si è smosso qualcosa dopo la sentenza europea: lo scorso mese il Tar del Lazio ha stabilito che non possono più esserci obiettori nei consultori. Ha altresì stabilito che la “pillola del giorno dopo” non è un farmaco abortivo, ma contraccettivo, per cui anche i medici obiettori non potranno più rifiutarsi di somministrarlo.
    Non solo..Il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha indetto un concorso a maggio presso l’ospedale San Camillo di Roma per assumere due medici dirigenti di Ostetricia e Ginecologia che applichino la legge 194!
    Purtroppo però per passi in avanti che si fanno, ci sono altre misure volte a “punire” scelte di libera volontà. Il nostro Governo è sotto l’occhio di tutti che spinge per l’incremento delle nascite e da un lato si fa promotore di una discutibile campagna Fertility Day, dall’altra ha deciso che le pillole anticoncezionali siano a carico delle donne. Il sistema sanitario non passerà più le pillole, ma saranno a pagamento. Una coincidenza? Forse.

    Una donna può decidere di abortire per tantissimi motivi e non è certo una decisione che prende a cuor leggero, è un momento delicato, che ha delle ripercussioni emotive non indifferenti, per questo deve essere aiutata, agevolata il più possibile affinchè avvenga per lo meno in una situazione sanitaria sicura e priva di giudizi morali. Cioè nonostante una legge approvata 38 anni fa. Voi che ne pensate?

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