Donne lavoratrici e imprese: la difficile condizione per le mamme italiane

Per le mamme lavoratrici il nostro Paese risulta ancora indietro: salari inferiori rispetto agli uomini e poche agevolazioni per conciliare lavoro e maternità. A partire dagli asili, anche se alcune aziende stanno sperimentando strutture per l’infanzia a disposizione delle loro assunte, così come coach. Deludente il risultato sul congedo parentale.

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    Donne lavoratrici e imprese: la difficile condizione per le mamme italiane

    Che sia difficile conciliare la maternità e il lavoro per le donne italiane, purtroppo è cosa nota e detta più volte. La situazione delle lavoratrici italiane non è delle più rosee: il salario della donna è inferiore a quello dell’uomo a parità di mansione svolta, mentre i ruoli di potere ai vertici continuano a essere prettamente maschili. A tutto questo si aggiunge la difficile situazione per quelle donne già mamme che devono scontrarsi con i pochi asili nido, la poca flessibilità da parte delle aziende, in particolare le medio piccole e in generale tutti quei costi della genitorialità.

    Mamme italiane: la difficile situazione nel mondo del lavoro

    Le madri lavoratrici non sono agevolate un gran che in Italia: secondo le statistiche il nostro paese è tra gli ultimi in fatto di uguaglianza di genere nel mondo del lavoro. Salari più bassi e ruoli di potere ancora appannaggio maschile.

    Le madri già vittime del precariato, si trovano a dover fare i conti in primis con le strutture dell’infanzia. Nonostante nel 2001 venne varato un Piano sui micro-asili aziendali, il cui obiettivo prefissato era portare gli asili per la primissima infanzia al 33% dei bambini entro il 2010, in realtà non ha portato grandi risultati.

    Le imprese che offrono asili nido aziendali o pagano parte delle rette sono ancora rari esempi. Il Gruppo Pirelli, per esempio, ha stretto una partnership con un asilo nido di eccellenza, vicino al posto di lavoro, che viene pagato per metà dall’azienda. Mediaset ha il suo asilo nido, così come alcune grandi banche da Bnl a Intesa San Paolo, fino a Unipol e Mediolanum e anche l’Università Milano Bicocca ha un asilo d’eccellenza per le lavoratrici madri.

    Tutto ciò pesa sull’economia della donna in primis ma anche in quella del paese: secondo il presidente dell’Inps Tito Boeri “il reddito potenziale delle donne lavoratrici subisce un calo molto accentuato pari a -35% nei primi due anni dopo la nascita del figlio, soprattutto fra le donne con un contratto a tempo determinato, perché provoca lunghi periodi di non-occupazione”.

    Insomma alle difficili condizioni lavorative per le donne, consegue una scarsa occupazione ( decidono di stare a casa perchè spesso spendono più per i figli di quanto guadagnano) e un calo delle nascite ( ridotte al 20%).

    “Pacchetti welfare”: cosa fanno le aziende per le mamme lavoratrici?

    Per fortuna sono in crescita, anche se si tratta ancora di numeri esigui, le aziende che stanno ideando “pacchetti welfare” per le neomamme. Una di queste società è la Intoo, società del gruppo Gi Group, leader tra le società di ricollocazione del personale, che offre alle aziende un programma per le imprese dedicato alla gestione integrata della maternità e al reiserimento professionale delle mamme lavoratrici.

    In pratica alla donna che rientra al lavoro viene affiancato un coach che l’aiuta a riallacciare i rapporti di lavoro, a prendere le misure con la sua nuova vita, le difficoltà che incontra fino a curare l’aspetto psicologico dei sensi di colpa di una mamma.

    Poca condivisione dei ruoli: alle mamme lavoratrici spetta la cura dei bambini

    Anche se essere mamme è un lavoro, che se pagato varrebbe 3mila euro al mese, fa parte di quell’impiego non retribuito di cui le donne italiane sono in cima alla classifica negativa. Manca ancora la condivisione dei ruoli all’interno di una famiglia, anche quando entrambi i genitori lavorano.

    Quello infatti di cui si rammarica Boeri è lo scarso risultato del congedo parentale, una legge che avrebbe dovuto incentivare proprio la condivisione dei ruoli uomo-donna all’interno delle famiglie. “Non è stato in gran parte applicato”. Se l’obiettivo della legge era stimolare una maggiore condivisione degli oneri per la cura dei figli e cambiare le percezioni di datori di lavoro restii ad assumere le donne in età fertile, il risultato è deludente”.

    Dolcetto o scherzetto?