Liliana Caruso è morta inutilmente se le mogli dei pentiti rischiano ancora la vita

Sono passati dieci anni dall’omicidio di Liliana Caruso e disgusta sapere che ancora oggi le mogli dei pentiti rischiano la vita, insieme ai loro figli, se decidono di seguire i loro mariti nel percorso di pentimento.

Un’altra donne forse quelle frasi difficilmente le avrebbe interpretate. Non avrebbe capito che dietro quelle parole, apparentemente amiche, si nascondevano in realtà degli avvertimenti: vere e proprie minacce. Ma Liliana Caruso, nonostante avesse soltanto 28 anni, quei gesti e quei toni aveva già imparato a decifrarli e così aveva denunciato alla Polizia Domenica Micci e Santa Vasta, entrambe mogli di due boss del clan Savasta, che tentavano di zittire il marito tramite lei.

Ogni dubbio si tolse il 10 luglio del 1994. Quella mattina di esattamente 10 anni fa Liliana era uscita di casa insieme alla madre Agata Zucchero per andare a fare un po’ di spesa. I tre figli le aspettavano a casa: ormai la scuola era finita da qualche settimana. Liliana era appena entrata dal salumiere mentre la madre la aspettava fuori, ma i mafiosi non si accontentarono di eliminarne solo una e così, dopo aver raggiunto la prima che stava acquistando il pranzo per i suoi tre figli, altri due killer uccisero l’altra.

Se Liliana Caruso aveva, però, almeno secondo le logiche mafiose, la colpa di non aver voluto convincere il marito Riccardo Messina a non collaborare con la giustizia, Agata Zucchero non aveva altra colpa che essere sua madre e la madri – si sa – stanno sempre dalla parte dei figli. Liliana, nonostante la giovane età, aveva inoltre deciso di denunciare alla Polizia le minacce di quelle due donne che, fingendosi amiche, aveva in ogni modo tentato di ostacolare il pentimento del marito e soprattutto soltanto due giorni prima di essere brutalmente giustiziata nel centro di Catania si era recata in carcere per andare a trovare il marito, dimostrandogli la sua vicinanza e la sua solidarietà. Ma soprattutto per metterlo in guardia: “Stai attento, temo che possano ucciderti anche qui“, gli disse. E non si preoccupò che, così facendo, poteva essere ammazzata lei: già era colpevole di non averlo disconosciuto e ripudiato, come avevano fatto tutte le altre mogli dei pentiti, decidendo di rimanergli accanto nel suo percorso di collaboratore di giustizia.

Sono passati oramai dieci anni da quell’infame assassinio e disgusta sapere che Liliana Caruso e sua madre Agata sono morte inutilmente se ancora oggi le mogli dei pentiti rischiano ogni giorno la vita [Leggi qui la denuncia di Paola Emmolo, moglie del pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura], insieme ai loro figli, fratelli e genitori, se decidono di seguire i loro mariti in un percorso di pentimento [Leggi qui la nostra inchiesta sulle moglie e i figli dei pentiti]. Se decidono di entrare in un programma di protezione che funziona sempre meno e sempre peggio. Se decidono di diventare ingranaggio di un meccanismo inceppato.

L’unica giustizia che ha avuto Liliana gliel’ha riconosciuta il marito che, nonostante l’atroce vendetta trasversale, ha continuato a collaborare con la giustizia. “Continuerò a collaborare come e più di prima. Non torno indietro”, disse Riccardo Messina ai magistrati non appena gli comunicarono l’omicidio della moglie. E così fece.

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