Tatuaggi all’henné, quel ricordo di vacanza che può diventare permanente

L’estate è la stagione dei tatuaggi temporanei. Li vediamo sulle spiagge, nei luna park, sulle braccia dei bambini che tornano dalle vacanze con un drago o una farfalla disegnata sulla pelle.

Sembrano innocui, indolori, destinati a sparire dopo qualche giorno. E invece no. La dermatologia lo conferma: i tatuaggi all’henné possono provocare reazioni cutanee gravi e durature, con cicatrici che restano anche quando il disegno è svanito.

Il problema non è l’henné in sé, ma quello che ci viene mescolato dentro. E la pelle, soprattutto quella dei più piccoli, può pagare un prezzo che nessuno si aspetta. Perché un ricordo di vacanza, a volte, si porta dietro molto più di un sorriso.

Henné naturale e henné nero: la differenza che non tutti conoscono

L’henné vero è una polvere che si ricava dalle foglie essiccate della Lawsonia inermis, un arbusto che cresce in Africa e Asia. È di colore rosso-arancio, innocuo, usato da secoli per decorare mani e piedi in occasione di riti e celebrazioni. Il problema è un altro: per ottenere un colore più scuro, più intenso e più simile a un tatuaggio permanente, molti venditori aggiungono all’henné una sostanza chimica chiamata para-fenilendiammina, nota come PPD.

È la stessa che si trova nelle tinture per capelli scuri, dove però è regolamentata e consentita solo a basse concentrazioni (massimo 6%). Nei tatuaggi temporanei, invece, la PPD viene usata in quantità variabili e senza controllo, spesso applicata da “artigiani” improvvisati che ignorano i rischi. Il risultato è un colore nero intenso e una durata maggiore. Ma anche un potenziale allergene potentissimo, vietato dalla normativa europea per l’uso cosmetico sulla pelle. E la pelle, quando incontra la PPD, non dimentica.

I segnali che non vanno ignorati (e quello che fare se compaiono)

Le reazioni non sono immediate. La dermatite allergica da contatto, scatenata dalla PPD, può manifestarsi dopo uno o due giorni, o addirittura dopo due o tre settimane. I sintomi? Arrossamento, gonfiore, prurito intenso, vescicole piene di liquido, bolle. Nei casi più gravi, la pelle può escoriarsi come dopo una ustione, con perdita di pigmentazione e cicatrici permanenti. Uno studio ha rilevato che nel 50% dei casi le reazioni compaiono entro uno o due giorni dalla prima applicazione; nell’altro 50% solo dopo un ritocco, segno che la sensibilizzazione alla PPD è avvenuta proprio con il primo tatuaggio.

E le conseguenze possono durare a lungo: anche dopo settimane di terapia con cortisone e antistaminici, sulla pelle possono rimanere discromie e aree ipopigmentate, cioè più chiare del resto. Il consiglio dei dermatologi è uno solo: evitare i tatuaggi all’henné nero, soprattutto sui bambini, la cui pelle è più sottile e vulnerabile. Se proprio non si resiste, meglio scegliere l’henné rosso naturale e accertarsi che non contenga additivi. E se dopo un tatuaggio compare prurito o arrossamento, niente rimedi fai-da-te: subito dal dermatologo. Perché la pelle, a differenza del tatuaggio, non dimentica. E quello che sembra un gioco, a volte, lascia il segno per sempre.