Un ritorno che guarda lontano: i Muse riscoprono il proprio DNA e lo proiettano nello spazio profondo, tra nuove trame sonore e un incontro inedito con Ellie Goulding che promette scintille.
I Muse tornano a parlare la lingua che li ha resi unici. La band britannica, due Grammy all’attivo, rimette mano ai propri codici e li rovescia come un guanto. Il progetto circola con un titolo che suona come un segnale da decifrare: The Wow! Signal. L’allusione è chiara. Nel 1977, un radiotelescopio dell’Ohio intercettò un picco di 72 secondi. L’astronomo Jerry Ehman scrisse “Wow!” sul nastro stampato. Da allora, quel graffio è diventato mito. I Muse amano i miti tecnologici. E li sanno trasformare in musica.
C’è un ritorno al passato? Sì, ma non è nostalgia. È metodo. Linee di basso elastiche, chitarre affilate, synth che non arredano ma spingono. La band ha sempre alternato l’energia di “Plug In Baby” alla cura melodica di “Starlight”, la spinta politica di “Uprising” al groove elettronico di “Supermassive Black Hole”. Qui le premesse vanno in quella direzione: sperimentazioni sì, ma con presa pop. Nessun labirinto fine a sé stesso. Almeno è ciò che i primi indizi lasciano intuire.
Non corro. Respiro. Mi torna in mente una sera d’estate, finestrini abbassati e “Map of the Problematique” a volume illegale. Quella sensazione di corsa in avanti senza perdere il controllo. Ecco: il nuovo corso sembra puntare lì. Sorprendere, ma con un volante saldo.
Un titolo che guarda alle stelle
Chiamare un album “The Wow! Signal” significa scegliere un’immagine precisa. Rumore e informazione, attesa e rivelazione. È una metafora potente per una band che ha fatto dei contrasti il proprio motore: falsetti tesi e riff granitici, archi e distorsioni, liriche intime e scenari da fine del mondo. Nota metodologica doverosa: al momento della scrittura, dettagli come tracklist e date ufficiali non risultano confermati in modo pubblico. Il titolo circola con insistenza, ma finché non arriva un comunicato, resta un quadro in via di definizione. Coerente, però, con il gusto dei Muse per il cosmo, i segnali, la fantascienza concreta.
Sul fronte sonoro, l’ipotesi più ragionevole è un ponte tra passato e presente. Strutture dirette, ritmi che cercano l’impatto, elettronica meno decorativa e più narrativa. La band sa come costruire drop che non sono trucchi, ma scelte. E quando la voce di Bellamy si arrampica, di solito c’è una ragione emotiva, non solo atletica.
Hush: un incontro di orbite
Arriviamo al punto che tutti aspettano: Ellie Goulding. Il brano si chiama Hush. L’idea è intrigante per un motivo semplice. Le tessiture ariose di Goulding sposano bene il registro alto e vibrante di Bellamy. Uno sussurra, l’altro scalfisce. Se l’arrangiamento resta asciutto, il contrasto può diventare racconto: elettronica percussiva, basso caldo, un hook chiaro, una coda che apre. Al momento non ci sono dati verificabili su bpm, tonalità o produzione, quindi niente speculazioni tecniche: contano la chimica e la scrittura. E su quel fronte, l’incrocio ha senso.
I Muse non hanno mai avuto paura di misurarsi con il pop quando serviva. Hanno preferito farlo a modo loro. Questa scelta segue quella scia. Non è una fuga dal rock, è una ridefinizione dei confini, come già accaduto in passato con risultati premiati in classifica e nei live da stadio.
Forse è questo che chiediamo oggi a una band così: darci un segnale intellegibile dentro il rumore. Un “wow” non gridato, ma riconoscibile. Come un faro lontano in autostrada di notte: non sai ancora dove uscirai, però sai che stai andando nella direzione giusta. E tu, che segnale aspetti di captare quando premi play?