Una poltrona vuota in uno studio che conosciamo a memoria: il mercoledì sera di molti italiani cambia volto. Dopo l’addio di Federica Sciarelli, Chi l’ha visto? entra in un territorio sospeso, tra attesa e curiosità, come quando il telefono squilla in trasmissione e per un attimo tutto si ferma.
È una notizia che spiazza. L’addio di Federica Sciarelli lascia un varco umano e professionale in un programma che da trent’anni tiene insieme cronaca, comunità e una speranza testarda. La domanda è semplice e, insieme, enorme: cosa diventerà Chi l’ha visto? Senza il suo volto simbolo, il format tornerà a concentrarsi quasi solo sulle persone scomparse oppure continuerà sulla linea ibrida che ha allargato il campo alle inchieste di cronaca e ai casi irrisolti?
Un po’ di contesto aiuta. Nato nel 1989 con Donatella Raffai, il programma di Rai 3 ha costruito nel tempo una reputazione rara: servizio pubblico in prima serata, telefonate in diretta, appelli, verifiche incrociate con forze dell’ordine e famiglie. Negli anni 2000, l’arrivo della Sciarelli ha affinato lo stile: asciutto, civile, insistente senza spettacolo. I dati sono eloquenti: stagioni stabili attorno alla doppia cifra di share, con picchi quando l’attenzione collettiva si accende (basti pensare a Denise Pipitone o a casi che hanno diviso l’opinione pubblica). Non è solo televisione: è un rito sociale.
Il punto, oggi, non è solo chi siederà alla scrivania, ma quale bussola scegliere. Semplificando: identità o espansione? Tornare alla matrice originaria — i “chi l’ha visto?” puri, le segnalazioni, le foto in sovrimpressione, la rete dei familiari — oppure presidiare anche l’area grigia dove i fatti si confondono con i dubbi e la necessità di spiegare diventa urgente?
La prima strada è un ritorno netto alle ricerche di scomparsi. I report istituzionali parlano di migliaia di denunce l’anno e di una quota non trascurabile di casi ancora aperti: materiale, purtroppo, non manca. Un focus più stretto permetterebbe procedure snelle: mappa degli avvistamenti, tempi rapidi, un uso ancora più mirato dei canali digitali per diffondere appelli verificati. L’impatto sociale resterebbe altissimo e riconoscibile.
La seconda strada è l’evoluzione: mantenere il cuore degli appelli e affiancare inchieste su truffe, scomparse “di contesto” (fuga, coercizione, vulnerabilità), cold case. Qui entrano strumenti narrativi più complessi: ricostruzioni, documenti, perizie, confronto tra versioni. Il rischio è diluire la missione; l’opportunità è dare risposte dove spesso la notizia si ferma alla superficie. Una scelta simile richiede una redazione blindata sui fatti, protocolli d’ascolto alle vittime, e un’etica di inchiesta cristallina.
Sul nome del nuovo conduttore (o conduttrice) non ci sono annunci ufficiali. Le ipotesi circolano, ma sono solo questo: ipotesi. Il profilo, più che il cognome, è il vero nodo. Servono: esperienza di diretta, credibilità nella cronaca, capacità di gestire il tempo emotivo degli appelli senza cedere al sensazionalismo, freddezza sui dossier. Un volto di Rai 3 abituato all’informazione di servizio pubblico avrebbe un vantaggio naturale. Anche una soluzione “di squadra” — guida solida e inviati riconoscibili — potrebbe garantire continuità e ritmo.
Intanto, c’è una scena che molti conoscono: il salotto di mercoledì, il volume non troppo alto per sentire le voci, il messaggio che parte nel gruppo famiglia: “Avete visto? Assomiglia a…”. È lì che Chi l’ha visto? ha sedimentato il suo valore, nella somma di piccoli gesti. Se il programma saprà conservarli — qualunque sia la rotta — resterà riconoscibile.
Alla fine, tutto torna a una domanda semplice: vogliamo un faro puntato su chi manca, o una luce più larga su come spariscono le persone nelle pieghe del Paese? La risposta, forse, sta già nelle telefonate che arriveranno alla prossima puntata. E in quel silenzio di un attimo, prima di dire: “Mettiamo in onda la foto”.