Natale 2016

Le poesie d’amore più belle di Wislawa Szymborska

Le poesie d’amore più belle di Wislawa Szymborska
da in Amore, poesie
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    Wislawa Szymborska

    Wislawa Szymborska è una delle poetesse più amate dei giorni nostri, si è spenta quasi un mese fa nella sua casa a Cracovia dopo alcuni mesi di malattia, ma lasciando al mondo le sue bellissime poesie, lucide, attuali e crude. Wislawa Szymborska è cresciuta negli anni della seconda guerra mondiale, ha studiato tanto, ha lavorato e si è dovuta piegare per anni al socialismo, per poi prenderne le distanze negli anni successivi. Nel 1996 ha ricevuto il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà”. Wislawa Szymborska non è una poetessa che si studia a scuola ma che è proprio il caso di conoscere.

    Ecco delle bellissime poesie di Wislawa Szymborska che ripercorrono la sua lunga carriera artistica:

    Amore a prima vista
    Sono entrambi convinti
    che un sentimento improvviso li unì.
    È bella una tale certezza
    ma l’incertezza è più bella.

    Non conoscendosi prima, credono
    che non sia mai successo nulla fra loro.
    Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
    dove da tempo potevano incrociarsi?

    Vorrei chiedere loro
    se non ricordano -
    una volta un faccia a faccia
    forse in una porta girevole?
    Uno “scusi” nella ressa?
    Un ‘ha sbagliato numerò nella cornetta?
    - ma conosco la risposta.
    No, non ricordano.

    Li stupirebbe molto sapere
    che già da parecchio
    il caso stava giocando con loro.

    Non ancora del tutto pronto
    a mutarsi per loro in destino,
    li avvicinava, li allontanava,
    gli tagliava la strada
    e soffocando un risolino
    si scansava con un salto.

    Vi furono segni, segnali,
    che importa se indecifrabili.
    Forse tre anni fa
    o il martedì scorso
    una fogliolina volò via
    da una spalla all’altra?
    Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
    Chissà, era forse la palla
    tra i cespugli dell’infanzia?

    Vi furono maniglie e campanelli
    in cui anzitempo
    un tocco si posava sopra un tocco.
    Valigie accostate nel deposito bagagli.
    Una notte, forse, lo stesso sogno,
    subito confuso al risveglio.

    Ogni inizio infatti
    è solo un seguito
    e il libro degli eventi
    è sempre aperto a metà.

    Ringraziamento da “Vista con granello di sabbia”
    Devo molto
    a quelli che non amo.
    Il sollievo con cui accetto
    che siano più vicini a un altro.

    La gioia di non essere io
    il lupo dei loro agnelli.

    Mi sento in pace con loro
    e in libertà con loro,
    e questo l’amore non può darlo,
    né riesce a toglierlo.

    Non li aspetto
    dalla porta alla finestra.
    Paziente
    quasi come un orologio solare,
    capisco
    ciò che l’amore non capisce,
    perdono
    ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

    Da un incontro a una lettera
    passa non un’eternità,
    ma solo qualche giorno o settimana.

    I viaggi con loro vanno sempre bene,
    i concerti sono ascoltati fino in fondo,
    le cattedrali visitate,
    i paesaggi nitidi.

    E quando ci separano
    sette monti e fiumi,
    sono monti e fiumi
    che si trovano in ogni atlante.

    E’ merito loro
    se vivo in tre dimensioni,
    in uno spazio non lirico e non retorico,
    con un orizzonte vero, perchè mobile.

    Loro stessi non sanno
    quanto portano nelle mani vuote.

    “Non devo loro nulla” -
    direbbe l’amore
    su questa questione aperta.

    La fiera dei miracoli
    Un miracolo comune:
    l’accadere di molti miracoli comuni.

    Un miracolo normale:
    l’abbaiare di cani invisibili
    nel silenzio della notte.
    Un miracolo fra tanti:
    una piccola nuvola svolazzante,
    che riesce a nascondere una grande pesante luna.
    Più miracoli in uno:
    un ontano riflesso sull’acqua
    e che sia girato da destra a sinistra,
    e che cresca con la chioma in giù,
    e non raggiunga affatto il fondo
    benché l’acqua sia poco profonda.
    Un miracolo all’ordine del giorno:
    venti abbastanza deboli e moderati,
    impetuosi durante le tempeste.

    Un miracolo alla buona:
    le mucche sono mucche.
    Un altro non peggiore:
    proprio questo frutteto
    proprio da questo nocciolo.
    Un miracolo senza frac nero e cilindro:
    bianchi colombi che si alzano in volo.
    Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:
    oggi il sole è sorto alle 3,14
    e tramonterà alle 20.01
    Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
    la mano ha in verità meno di sei dita,
    però più di quattro.
    Un miracolo, basta guardarsi intorno:
    il mondo onnipresente.
    Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
    l’inimmaginabile
    è immaginabile.

    La vita – è il solo modo
    per coprirsi di foglie,
    prendere fiato sulla sabbia,
    sollevarsi sulle ali;
    essere un cane,
    o carezzarlo sul suo pelo caldo;
    distinguere il dolore
    da tutto ciò che dolore non è;
    stare dentro gli eventi,
    dileguarsi nelle vedute,
    cercare il più piccolo errore.
    Un’occasione eccezionale
    per ricordare per un attimo
    di che si è parlato
    a luce spenta;
    e almeno per una volta
    inciampare in una pietra,
    bagnarsi in qualche pioggia,
    perdere le chiavi tra l’erba;
    e seguire con gli occhi una scintilla di vento;
    e persistere nel non sapere
    qualcosa d’importante.

    Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
    Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
    Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
    Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
    Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
    Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
    Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
    Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
    Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
    Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
    Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
    Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
    E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
    immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
    assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
    Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
    Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
    Verità, non prestarmi troppa attenzione.
    Serietà, sii magnanima con me.
    Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
    Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
    Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
    Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
    So che finché vivo niente mi giustifica,
    perché io stessa mi sono d’ostacolo.
    Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
    e poi fatico per farle sembrare leggere.

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