Abortisce 2 gemelli al 5° mese e muore: indagati 7 medici per concorso in omicidio colposo

L'equipe medica che si è occupata di Valentina è accusata di 'imprudenza, negligenza ed imperizia'

Pubblicato da Redazione Mercoledì 14 novembre 2018

ospedale
Foto: Pixabay

Valentina Milluzzo è morta il 15 ottobre 2016, poche ore dopo aver abortito due gemelli al quinto mese di gravidanza. Sette medici del reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale Cannizzaro di Catania sono finiti sotto processo per concorso in omicidio colposo plurimo. Nell’inchiesta non si contesta il fatto che il medici fossero obiettori di coscienza. La prima udienza è fissata per il 3 luglio del 2019 davanti alla terza sezione del Tribunale di Catania.

La drammatica storia di Valentina è iniziata la mattina del 29 settembre 2016. Ricoverata al Cannizzaro per una presunta dilatazione anticipata dell’utero, ha avuto il primo aborto spontaneo nella notte del 14 ottobre, alle 23.30. Il secondo all’1.40 di domenica. La 32enne è morta poche ore più tardi, nel pomeriggio del 15 ottobre.

La causa del decesso, secondo la documentazione clinica, è stata una ‘sepsi con crisi emorragica dovuta a un’infezione’. Per i magistrati titolari dell’inchiesta non sarebbe stata correttamente diagnosticata dai medici che avevano in cura Valentina. Le accuse rivolte ai dottori dalla Procura sono di ‘imprudenza, negligenza ed imperizia’.

La famiglia della 32enne ha poi evidenziato un altro elemento di fondamentale rilevanza nella vicenda: l’obiezione di coscienza. Nella denuncia avevano riportato una frase pronunciata da uno dei medici: ‘Sono un obiettore. Fino a che è vivo io non intervengo’. Tuttavia nel rinvio a giudizio non compare alcun riferimento a riguardo.

Morto bimbo di 2 anni: respinto da due medici per un’influenza, aveva un difetto genetico

E’ deceduto a due anni, dopo essere stato respinto da due medici. Entrambi agli avevano diagnosticato una semplice influenza, in realtà Arlo era affetto da una mutazione genetica chiamata carenza di LPIN1, che l’ha condotto alla morte. Kate e Ross Upton di Brisbane si erano accorti che il loro piccolo non stava bene, così l’hanno portato dal dottore che li ha liquidati prescivendogli degli antidolorifici e altre medicine per abbassare la febbre. La situazione però ha continuato a peggiorare.

Arlo aveva iniziato ad avere anche male allo stomaco e a non avere appetito, poi ha sviluppato un’eruzione cutanea. I genitori lo hanno riportato quindi da un altro dottore, che ha confermato la diagnosi di influenza.

Il piccolo stava sempre peggio. E’ diventato cianotico ed è andato in crisi respiratoria. Immediato l’intervento dell’ambulanza e il trasferimento in ospedale. Inizialmente i medici hanno pensato a una sepsi, poi si sono accorti del difetto genetico. A quel punto Arlo era in condizioni critiche: il cervello si era gonfiato e altri organi erano stati gravemente compromessi. Il piccolo è morto pochi giorni dopo. Niente è stato sufficiente a salvargli la vita.

Come riporta il Daily Mail, i genitori distrutti dalla perdita prematura del figlio, hanno voluto lanciare un appello a tutti i genitori.  ‘Seguite l’istinto quando i vostri bambini non stanno bene’. Se Kate e Ross avessero ascoltato il loro cuore e si fossero subito recati in ospedale, forse ora Arlo sarebbe ancora vivo.

Gli diagnosticano una sinusite, muore 15 giorni dopo il ricovero

Lo operano per una sinusite diagnosticata in ospedale ma muore dopo 15 giorni. Tragedia in Valmarecchia, in Emilia Romagna, dove un operaio di 45 anni è deceduto due settimane dopo l’operazione ai setti nasali effettuata all’ospedale Infermi di Rimini. L’uomo, padre di una bimba piccola, lo scorso anno si era recato al pronto soccorso a causa di un tremendo mal di testa. Visto il fallimento delle terapie anti dolorifiche, fu sottoposto a esami che misero in luce una cefalea “negativa a lesioni parenchimali”. La causa, secondo i medici, sarebbe stata una forte sinusite: da qui la decisione di operarlo ai setti nasali. L’intervento venne eseguito all’ospedale di Cesena dove rimase tre giorni in osservazione, venendo ritrasferito all’Infermi. Qui le condizioni di salute peggiorarono in brevissimo tempo e il 25 novembre l’uomo morì all’improvviso dopo aver perso conoscenza. In seguito l’autopsia ha svelato la causa della morte, un trombo embolia polmonare, che probabilmente lo aveva già colpito in precedenza ma che i medici non diagnosticarono. Ora i familiari hanno fatto causa all’Ausl Romagna per “responsabilità contrattuale per colpa medica”, chiedendo un milione di euro come risarcimento danni. “Nessuno ci potrà ridare nostro figlio, ma sicuramente i medici hanno sottovalutato le sue condizioni o non hanno fatto tutti gli adeguati accertamenti diagnostici”, hanno dichiarato i due anziani genitori tramite il loro legale. “Vogliamo sapere quello che è accaduto, ma nessuna cifra vale la vita del nostro ragazzo”.

Lecce, in coma dopo gastroscopia: muore una 49enne

Tragedia a Lecce, dove una 49enne è entrata in coma dopo una gastroscopia ed è morta. Teresa Tramacere, originaria di Squinzano, si è spenta in ospedale dopo pochi giorni. I controlli di routine lo scorso 19 settembre, presso la clinica Petrucciani.

La paziente si sarebbe dovuta sottoporre a un intervento per il trattamento endoscopico dell’obesità, ma nel corso di un esame endogastroscopico, sarebbero subentrate alcune severe complicanze.

Queste, sommate a un quadro clinico già compromesso, avrebbero provocato il coma. I medici avrebbero informato la famiglia dei tentativi di rianimazione per un arresto cardiaco, al fine di stabilizzare la donna e trasferirla al Fazzi.

Parenti che adesso cercano di capire l’esatta dinamica di una morte che, secondo il loro avviso, potrebbe rientrare nei contorni della malasanità. Il pm ha disposto il sequestro della salma per effettuare l’autopsia.

Ritardo nella diagnosi di herpes, neonato riporta gravi danni neurologici. Maxi risarcimento per la famiglia

Dal Regno Unito giunge un nuovo caso di malasanità. Un neonato ha contratto il giorno stesso della nascita l’herpes simplex, un virus che gli ha provocato danni neurologici permanenti, perché non è stato diagnosticato tempestivamente. La sua famiglia ha portato avanti una lunga battaglia legale e ora, dopo 6 anni, ha ottenuto un maxi risarcimento di circa 42 milioni di euro dall’ospedale.

In conseguenza del virus il neonato ha sviluppato un’encefalite che gli ha causato danni neurologici irreversibili. I medici hanno diagnosticato l’infezione due giorni dopo: quel ritardo è stato fatale. Oggi il piccolo soffre di disturbi visivi, cognitivi, di movimento e di comunicazione, nonché problemi comportamentali. A confermarlo è lo stesso West Hertfordshire Hospitals NHS Trus.

Come riporta il quotidiano britannico Metro, la famiglia non ha voluto lasciar cadere nel nulla la vicenda, quindi ha denunciato l’ospedale. Oggi i genitori hanno vinto il ricorso: d’ora in poi riceveranno con cadenza annuale una cifra forfettaria che servirà a coprire le spese per il bambino. Il piccolo 6enne ha bisogno di assistenza 24 su 24, inoltre assume moltissimi farmaci costosi.

Fino alla sentenza i familiari hanno dovuto provvedere a tutte le spese con le proprie risorse: lo Stato non ha mai fornito loro alcun aiuto economico.

Brescia, bambina di 4 anni morta di otite: ‘Poteva essere salvata’

‘Poteva essere salvata’: sono stati i consulenti della Procura di Brescia a sostenere che Nicole, la piccola di Brescia morta a 4 anni, lo scorso aprile agli Spedali Civili di Brescia per un’otite, avrebbe potuto continuare a crescere, se adeguatamente curata. Sempre secondo la Procura, l’operato del pediatra, definito ‘superficiale e poco accorto’, avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’evolversi della vicenda clinica. Prima di morire la piccola era stata visitata nell’ordine: dalla pediatra di famiglia, dall’ospedale di Manerbio, dalla Clinica Poliambulanza di Brescia e infine dal Civile.

‘Sproporzionato ritardo diagnostico’

Nella relazione redatta dai consulenti della Procura bresciana, due medici del Gaslini di Genova, si legge che, dinanzi al persistere per 10 giorni della sintomatologia dolorosa, la pediatra avrebbe dovuto richiedere una visita otorinolaringoiatrica per la bambina e prescriverle nel frattempo una terapia antibiotica. Secondo i sanitari la semplice somministrazione di una terapia orale avrebbe abbattuto notevolmente la carica batterica, consentendo alla piccola di riprendersi rapidamente.

Per i consulenti, la condotta del medico ha generato uno ‘spropositato ritardo diagnostico’, che ha inciso fortemente sulle possibilità di sopravvivenza della piccola. Per contro i dottori dell’ospedale di Manerbio e della Clinica Poliambulanza non avrebbero svolto alcun approfondimento diagnostico, tuttavia, secondo quanto riportato nella relazione, la condotta negligente di tali medici non è sufficiente a giustificare un nesso causale con il decesso, poiché il quadro infettivo non offriva in quel momento grandi speranze di regressione.

Chieti: in ospedale per un mal di pancia, muore dopo la colonscopia

Morta in ospedale dopo una colonscopia cui si era sottoposta per capire le cause di un problema intestinale manifestatosi qualche giorno priima. Vittima una donna originaria di Pavia, 48 anni, deceduta all’ospedale Renzetti di Lanciano.

La procura di Chieti ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, al fine di accertare l’esatta dinamica dell’accaduto. Sul corpo sarà disposta l’autopsia.

La 48enne era andata al San Pio di Vasto (città di residenza) lamentando un dolore alla pancia. I medici l’hanno mandata all’ospedale di Ortona per una colonscopia. Successivamente è stata sottoposta a un intervento chirurgico, ma l’aggravarsi del quadro clinico avrebbe richiesto il trasferimento in Rianimazione al Renzetti.

L’ipotesi di reato è omicidio colposo, e al momento le indagini sono a carico di ignoti. L’inchiesta aperta dal pm di turno, Giuseppe Falasca, servirà a verificare l’esistenza di eventuali responsabilità mediche. A segnalare il caso alla magistratura è stata la stessa azienda sanitaria.

Ferrara, paziente morta dopo le dimissioni: due medici indagati per omicidio colposo

Si indaga per omicidio colposo sulla morte di Anna Peverati, la donna deceduta dopo le dimissioni dal Pronto soccorso di Cona (Ferrara). Due i nomi iscritti nel registro degli indagati: si tratta di due medici in servizio al Sant’Anna, che avevano preso in carico la paziente.

L’autopsia servirà a chiarire le esatte cause del decesso e sciogliere così ogni dubbio sulla vicenda. Il consulente incaricato dal sostituto procuratore Stefano Longhi è il medico legale Salvatore Tarantino, chiamato a compiere gli accertamenti post mortem.

Gli indagati sono difesi dall’avvocato Michele Ciaccia. Il fascicolo a loro carico è stato aperto dopo l’esposto del marito della 66enne, il cui unico obiettivo è sapere tutta la verità sulla sorte della moglie, morta lo scorso 11 settembre.

La donna era arrivata in ospedale la sera precedente, dopo circa due settimane di dolori addominali, inappetenza e vomito. Alle 22.30 circa, le dimissioni con diagnosi di sindrome dispeptica, dovuta a disordini dell’apparato digerente.

Secondo le prescrizioni dei medici, la donna avrebbe dovuto sottoporsi a un antiematico ogni 8 ore, rivolgendosi al proprio medico curante.

Ma un arresto cardiocircolatorio l’ha stroncata al mattino. Sul certificato di constatazione del decesso, la morte verrebbe indicata come “conseguenza di un’astenia presentatasi in abbinamento con il morbo di Parkinson”. Stando al racconto del marito, come riporta Il Resto del Carlino, la donna non avrebbe mai sofferto di quest’ultima patologia.

Bimbo di 20 mesi muore in attesa di un intervento: era stato rimandato per mancanza di posti

La vita del piccolo Kayden Urmston-Bancrof è stata stroncata a soli 20 mesi per colpa dei lunghi tempi d’attesa della sanità britannica. Ha aspettato con tenacia per 3 giorni al Royal Manchester Children’s Hospital (RMCH), ma poi il suo cuore è andato in arresto e l’intervento d’urgenza non è stato più sufficiente a salvargli la vita.

Kayden era affetto da un’ernia diaframmatica, che nel giro di pochissimi giorni aveva compromesso drasticamente le sue condizioni di salute. Il decesso del piccolo risale al 2016, ma i genitori continuano ancora oggi a lottare senza tregua per poter ottenere almeno in tribunale un po’ di giustizia. La madre ha raccontato che il ritardo nell’intervento di Kayden era stato dovuto alla mancanza di letti. Dal canto suo l’ospedale di Manchester ha replicato sottolineando che in quei giorni il reparto di pediatria era oltremodo affollato.

FOR KAYDEN:(An Appendage: In recent Years Doctors once Blamed having to Opperate in an Unfarmiliar Theater for The…

Pubblicato da Gerard Lacey su Martedì 4 settembre 2018

Il chirurgo che avrebbe dovuto eseguire l’intervento sul piccolo Kayden ha spiegato che non è lui a decidere le priorità in sala operatoria, rimane tuttavia soltanto una certezza in questo ennesimo episodio di malasanità: la morte di un bambino di 20 mesi.

Modena, muore di sepsi a 53 anni dopo un esame

Nuovo caso di malasanità a Modena: un uomo di 53 anni, il più piccolo di 6 fratelli, è entrato in ospedale per svolgere alcuni accertamenti e non ne è mai uscito. Ha contratto la sepsi, un’infezione fatale, nel corso di alcuni esami a cui si era sottoposto per una patologia al fegato, ed è morto al Policlinico lo scorso nove febbraio.

L’uomo viveva a Sassuolo insieme a un altro fratello, ma lavorava in Veneto. A gennaio, quando era tornato a casa per un breve periodo di ferie aveva iniziato a sentirsi non troppo bene, a quel punto le sorelle lo hanno esortato a farsi vedere in ospedale per qualche accertamento.

L’11 gennaio è iniziato il ricovero a Sassuolo, dove è emersa la patologia al fegato. Immediato l’inizio delle cure che sembravano sortire un buon effetto. Il 19 gennaio, l’uomo è stato trasferito al policlinico di Modena, in un reparto specializzato nella cura delle patologie epatiche, per effettuare ulteriori accertamenti. E’ in quella struttura che sono state effettuate la biopsia al fegato e la gastroscopia.

Subito il giorno successivo alla dimissione l’uomo ha iniziato ad avere la febbre molto alta e a un certo punto ha perso conoscenza. Immediato il ritorno in ospedale d’urgenza a Sassuolo. La diagnosi a quel punto è di sepsi.

Il 9 febbraio l’uomo è deceduto.

Il legale della famiglia, l’avvocato Davide Ascari, ha dichiarato che è stata ‘avviata una procedura extragiudiziale chiedendo la copia della cartella clinica e disponendo la consulenza medico-legale. Dopo di che è stata avanzata la richiesta di risarcimento danni e ora l’assicurazione è in attesa di ottenere la documentazione’

Intervento per ridurre l’obesità: muore a 35 anni dopo un’odissea lunga 45 giorni

Si sottopone a un intervento per contrastare l’obesità, dopo 45 giorni muore: la storia di una 35enne è finita in un fascicolo d’indagine aperto in seguito alla denuncia del marito, che ha chiesto di appurare la dinamica di un decesso avvenuto dopo una vera e propria odissea. L’operazione è stata condotta in una clinica di Palermo.
Valentina Trinca aveva deciso di sottoporsi al delicato intervento chirurgico per dimagrire, lo scorso 31 maggio. Madre di tre figli, sarebbe morta al culmine di un vero e proprio calvario, iniziato nell’immediatezza dell’operazione.
Una morte che la famiglia ritiene assurda e ancora avvolta da un alone di dubbi, per cui il marito ha esposto i fatti chiedendo l’attenzione della magistratura sul caso.
La denuncia per la presunta ipotesi di reato di omicidio colposo contiene diversi riferimenti alla situazione del decorso post operatorio della 35enne. “Valentina aveva dei dolori addominali al basso ventre”, si legge nel testo.
L’uomo dichiara anche che le sacche di drenaggio erano sporche e le urine presentavano un aspetto torbido. Il medico, stando a quanto esposto dal marito della 35enne, avrebbe informato la madre che quei dolori erano ascrivibili al fatto che la donna fosse una fumatrice.
Al pressing incessante dei familiari, preoccupati per il quadro poco rassicurante lamentato dalla congiunta, il dottore avrebbe detto che “Valentina era esagerata”.
Come riportato da Palermo Today, non ci sarebbe chiarezza sugli esiti della Tac cui la donna è stata sottoposta due giorni dopo l’intervento.
Dopo il primo intervento, il marito sostiene di essere stato informato della presenza di una ‘fistola’, ritenuta responsabile dei dolori. Dopo la seconda operazione, i sanitari avrebbero fornito alla famiglia una versione differente: “Il medico ha detto ai familiari presenti che non era una fistola, ma che nelle manovre ha toccato l’intestino- si legge ancora nel testo della denuncia riportato da Today -. Aggiungendo che c’era un perforamento all’intestino in peritonite, che aveva cercato di risolvere durante l’intervento”.
Il piano terapeutico predisposto non avrebbe sortito alcun effetto positivo, tanto che la 35enne sarebbe entrata per la terza volta in sala operatoria.
Terzo intervento, condotto da un altro chirurgo, poi un calvario con febbre continua e il collasso dei polmoni. Secondo quanto denunciato dal marito, la donna avrebbe avuto due crisi respiratorie, poi il decesso.
Dalla clinica è arrivata la replica alle accuse: “La paziente era stata operata il 31 maggio scorso presso l’Unità operativa di chirurgia generale. Si è trattato di una paziente diabetica e ipertesa, sottoposta a bypass gastrico e a due successivi interventi in seguito a complicanze nel frattempo intercorse. L’ultimo intervento, effettuato il 10 giugno scorso, è stato seguito da un’importante complicanza polmonare (…)”.
L’ospedale ha anche sottolineato l’elevato rischio intrinseco di interventi di questo tenore, di cui sia la paziente che i familiari sarebbero stati opportunamente informati. La Direzione sanitaria, comunque, ha assicurato il massimo sforzo per acclarare ogni aspetto della vicenda.

Gli iniettano un medicinale in quantità 7 volte superiore al necessario: muore in ospedale a 3 anni

Un bambino di 3 anni è morto dopo che in ospedale gli è stato somministrato un farmaco in quantità sette volte superiore a quella necessaria.
Il piccolo Jake Stanley aveva avuto due crisi convulsive prima di arrivare al pronto soccorso dell’ospedale di St Helens, in Inghilterra. Due ore dopo, il bimbo descritto da tutti come felice e sorridente è morto per arresto cardiaco.
Gli era stato somministrata la fenitoina, un farmaco antiepilettico che previene l’attività cerebrale che causa gli attacchi. La quantità era però di sette volte superiore a quella raccomandata per un bambino così piccolo.
La siringa era stata preparata da un infermiere e quando il medico ha iniettato il farmaco al bambino, era sicuro che il dosaggio fosse corretto – questo è quanto il dottore ha riferito agli inquirenti.
Subito dopo l’iniezione, il piccolo Jake ha avuto un arresto cardiaco ed è morto.

‘Amo tanto la mia mamma’ ha detto Simra, 10 anni, prima di morire per una diagnosi mancata

Un nuova caso di malasanità arriva dal Regno Unito: una bambina di 10 anni è morta per una diagnosi mancata. La piccola Simra Ali si è presentata tre volte al pronto soccorso, ma in tutti e tre i casi è stata rispedita a casa con la stessa risposta: infezione urinaria da trazione. In realtà Simra è deceduta per un importante ingrossamento del miocardio dovuto a un’infezione da Parvovirus. La drammatica vicenda risale a marzo del 2017.

Dall’inchiesta condotta sul caso di Simra, deceduta il 16 marzo dello scorso anno, è emerso che ‘lo staff sanitario dello Sheffield Children’s Hospital ha perso tre opportunità per effettuare gli esami che avrebbero potuto impedire il decesso della bambina’.

L’incubo di Simra è iniziato il 12 marzo 2017: la piccola solitamente gioiosa e sorridente si è sentita male, così i genitori l’hanno immediatamente portata al pronto soccorso dell’ospedale pediatrico di Sheffield, dove le è stata diagnosticata una banale infezione da trazione urinaria. La paziente è stata dimessa e rispedita a casa, ma la situazione non è affatto migliorata. Nelle ore successive la bambina è stata portata al pronto soccorso altre due volte, ma la diagnosi è sempre stata confermata, senza effettuare ulteriori esami clinici.

Secondo il medico legale di Sheffield, Christopher Dorries, si è trattato di ‘tre opportunità mancate per identificare la vera causa e la gravità delle condizioni in cui versava Simra’. La piccola è quindi deceduta due giorni dopo nella sua casa: mentre si è sentita male nuovamente c’era lo zio con lei, che ha tentato di rianimarla in attesa che arrivasse l’ambulanza, ma poi durante la corsa in ospedale è spirata. La causa del decesso è stata individuata in una cardiomiopatia dilatativa.

La madre Nighat Farzana, straziata dal dolore, ha raccontato della sua piccola: ‘Mi ha chiesto di tornare a casa e l’ho rassicurata che presto l’avremmo fatta. Quella è stata l’ultima volta che ho parlato con mia figlia. Ha detto a sua sorella che amava la sua mamma, poi i suoi occhi hanno cominciato a roteare all’indietro e ha smesso di respirare. Quelle sono state le sue ultime parole’.

Regno Unito, bambina di 10 anni muore di peritonite: l’infermiera ha sbagliato la diagnosi

Mya-Louise Perrin, 10 anni, di Grimsby, avrebbe potuto continuare a vivere se non le avessero fatto una diagnosi errata. Dal Regno Unito arriva un nuovo caso di malasanità: l’8 novembre scorso, la piccola era stata portata al Cromwell Primary Care Centre, dove un’infermiera si è presa cura di lei e le ha diagnosticato senza la presenza di un medico un’infezione del tratto urinario. Il padre, Andrew Perrin, era stato informato delle condizioni della figlia e gli era stato detto che in caso ci fossero stati peggioramenti, sarebbe dovuto tornare in ospedale. Purtroppo però, il mattino successivo, l’uomo ha trovato la bambina priva di vita nel suo letto, nella loro casa di Melrose Way, nella tenuta di Grimsby’s Willows.

Il padre ha raccontato che la figlia aveva iniziato a non stare bene già nei giorni precedenti all’arrivo al pronto soccorso. A un certo punto la situazione era drasticamente peggiorata, Mya non riusciva più nemmeno a stare in piedi. Di lì la decisione di andare al Cromwell, dove l’infermiera le ha prescritto alcuni antibiotici per la presunta infezione del tratto urinario e poi l’ha dimessa.

Secondo il medico legale del North Lincolnshire, Paul Kelly, Mya è morta di peritonite acuta, esito di una appendicite acuta non curata. ‘Una diagnosi incompleta avvenuta alle 12:30 del 7 novembre ha negato un trattamento medico ottimale che, se previsto, avrebbe potuto portare a un risultato favorevole’, ha spiegato il dottore durante il processo. Se la piccola fosse stata immediatamente trattata per l’appendicite, probabilmente sarebbe sopravvissuta.

‘Era una di quelle bambine che danno energia a tutti quelli che le stavano affianco. Dava il 110 per cento a scuola: le piaceva molto. Le piaceva lo sport e qualsiasi cosa in cui potesse essere coinvolta. Aveva molti amici. Era sempre aperta a conoscere tutti quelli che incontrava. Voleva essere un politico perché parlava molto e aveva un’opinione su tutto’, ha raccontato il papà visibilmente provato dalla perdita improvvisa di Mya.

Testo a cura di Beatrice Elerdini

Padova, riceve una diagnosi di gastrite ma muore due giorni dopo per un male sconosciuto

Un fascicolo per omicidio colposo a carico di tre medici, a Padova. Il caso è quello di una 48enne morta dopo due giorni dalla diagnosi di gastrite. Michela Ravazzolo si era recata in pronto soccorso per un dolore lancinante allo stomaco, ma il 4 aprile è morta. L’inchiesta ha visto i nomi dei dottori iscritti nel registro degli indagati, atto dovuto che consentirà ai sanitari di nominare i consulenti di parte per l’autopsia.

Le diagnosticano una gastrite, muore a 48 anni

L’odissea della 48enne era iniziata tra l’1 e il 2 aprile scorsi. Un dolore crescente allo stomaco, diventato poi insopportabile, l’avrebbe spinta a rivolgersi alla guardia medica.
Un malessere accompagnato da conati di vomito. Il medico, arrivato a casa della donna, le avrebbe prescritto un farmaco contro la gastrite, medicinale che si sarebbe rivelato inutile a lenire il dolore.

La corsa al pronto soccorso di Padova

La mattina del 2 aprile, preda di una sofferenza continua, la donna si è recata in pronto soccorso. Ne sarebbe conseguita la conferma della diagnosi di gastrite.
Dimessa dopo alcune ore in osservazione, la notte non avrebbe visto alcun miglioramento del suo stato di salute. Avrebbe continuato a star male e vomitare senza trovare sollievo, fino alla morte, sopraggiunta il 4 aprile.

Tre medici indagati per omicidio colposo

La Procura ha aperto un’inchiesta dopo l’esposto della madre della 48enne, e tre medici sono ora indagati per omicidio colposo. Sulla morte di Michela Ravazzolo, impiegata, si indaga a tutto campo.
Nel registro degli indagati sono finiti il medico di base della donna, quello in serivizio in Guardia medica e uno dei medici del pronto soccorso dell’Azienda ospedaliera. I sanitari potranno così nominare un consulente di parte per l’autopsia.

L’ipotesi di un infarto

La donna, stando al quadro clinico manifestato, potrebbe essere morta per un infarto. Tra i sintomi, infatti, si contano, talvolta, un forte dolore epigastrico accompagnato da nausea e vomito.
L’esame autoptico disposto sul corpo della 48enne potrà fornire ulteriori elementi a supporto o a confutazione di questa ipotesi.
Testo a cura di Giovanna Tedde