Smart working, che cos'è il diritto alla disconnessione e perché va tutelato

Necessario per tutelare i tempi di riposo e la salute del lavoratore, il diritto alla disconnessione rappresenta un importante passo in avanti verso una nuova concezione del lavoro agile

ragazza che lavora in smart working da casa

Foto Pexels | Andrea Piacquadio

Tra le tante cose che la pandemia ha toccato e modificato in modo irreversibile, rientra sicuramente il lavoro. Infatti, sono sempre di più i lavoratori e le aziende che ricorrono allo smart working, con una riduzione notevole dei tempi di spostamento casa-ufficio, specialmente per i pendolari, e un risparmio dei costi fissi per l’azienda, come affitto, elettricità e riscaldamento. Tuttavia, nonostante i benefici siano evidenti, la rivoluzione dello smart working ha provocato anche alcune conseguenze negative, prima fra tutti, la difficoltà di disconnettersi. La pausa pranzo si accorcia, il telefono squilla a qualsiasi ora del giorno e le mail arrivano anche di sabato e domenica. Insomma, disconnettersi dal proprio lavoro diventa sempre più difficile. Per questo motivo, è stato approvato un emendamento che stabilisce il diritto di disconnessione. Ecco di cosa si tratta esattamente e che cosa stabilisce.

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Che cos’è il diritto alla disconnessione

L’emendamento prevede che venga riconosciuto alla lavoratrice o al lavoratore, che lavora in modalità agile, il diritto alla disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche e dalle piattaforme informatiche, nel rispetto degli eventuali accordi sottoscritti dalle parti e fatti salvi eventuali periodi di reperibilità concordati. Il diritto alla disconnessione è definito necessario per tutelare i tempi di riposo e la salute del lavoratore. Inoltre, non può avere ripercussioni sul rapporto di lavoro o sui trattamenti retributivi.

Che cosa stabilisce

Il diritto alla disconnessione era già previsto da una legge del 2017, la quale, tuttavia, “altro non era che una norma vuota, senza una connotazione pratica“, spiega Antonello Orlando della Fondazione consulenti del lavoro. L’approvazione di questo emendamento rappresenta dunque un primo passo verso una nuova e più consapevole concezione del lavoro agile. In particolare l’articolo 19 comma 1, chiarisce che l’accordo sul lavoro agile individua i tempi di riposo, nonché le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione.

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Che cosa manca

Nonostante l’approvazione dell’emendamento rappresenti un importante passo in avanti, quello che manca sono indicazioni pratiche, ad esempio in merito al principio di irreperibilità o gli orari al di fuori dei quali il lavoratore o la lavoratrice ha diritto alla disconnessione. “Il vero problema è che molto difficile farlo in linea generale, perché esistono molte differenze tra settori“, spiega Orlando. Non c’è dubbio, per esempio che un impiegato amministrativo e un operatore di call center avranno esigenze e modalità di lavoro differenti. “La soluzione potrebbe essere l’inserimento di norme più specifiche all’interno della contrattazione collettiva nei singoli settori“, aggiunge Orlando. L’azienda avrebbe dunque il compito di indicare gli orari di lavoro e le fasce di irreperibilità così da garantire un reale riposo per i lavoratori agili.

Il caso della Francia

In ambito europeo, la Francia è stato il primo paese ad aver disciplinato il diritto alla disconnessione con una legge specifica, che sancisce l’obbligo per le aziende con più di 50 dipendenti di prevedere il diritto alla disconnessione nel contratto collettivo aziendale. La legge stabilisce anche che il personale addetto alla sorveglianza dei lavoratori segua corsi di formazione su un uso ragionevole degli strumenti digitali.

Parole di Linda Pedraglio