Intervento per ridurre l’obesità: muore a 35 anni dopo un’odissea lunga 45 giorni

La donna è morta dopo un mese e mezzo dal primo intervento, cui sarebbero subentrate gravi complicanze. La posizione della famiglia è avversa alla versione descritta dalla clinica in cui la donna era ricoverata.

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    'Amo tanto la mia mamma' ha detto Simra, 10 anni, prima di morire per una diagnosi mancata

    Si sottopone a un intervento per contrastare l’obesità, dopo 45 giorni muore: la storia di una 35enne è finita in un fascicolo d’indagine aperto in seguito alla denuncia del marito, che ha chiesto di appurare la dinamica di un decesso avvenuto dopo una vera e propria odissea. L’operazione è stata condotta in una clinica di Palermo.

    Valentina Trinca aveva deciso di sottoporsi al delicato intervento chirurgico per dimagrire, lo scorso 31 maggio. Madre di tre figli, sarebbe morta al culmine di un vero e proprio calvario, iniziato nell’immediatezza dell’operazione.

    Una morte che la famiglia ritiene assurda e ancora avvolta da un alone di dubbi, per cui il marito ha esposto i fatti chiedendo l’attenzione della magistratura sul caso.

    La denuncia per la presunta ipotesi di reato di omicidio colposo contiene diversi riferimenti alla situazione del decorso post operatorio della 35enne. “Valentina aveva dei dolori addominali al basso ventre”, si legge nel testo.

    L’uomo dichiara anche che le sacche di drenaggio erano sporche e le urine presentavano un aspetto torbido. Il medico, stando a quanto esposto dal marito della 35enne, avrebbe informato la madre che quei dolori erano ascrivibili al fatto che la donna fosse una fumatrice.

    Al pressing incessante dei familiari, preoccupati per il quadro poco rassicurante lamentato dalla congiunta, il dottore avrebbe detto che “Valentina era esagerata”.

    Come riportato da Palermo Today, non ci sarebbe chiarezza sugli esiti della Tac cui la donna è stata sottoposta due giorni dopo l’intervento.

    Dopo il primo intervento, il marito sostiene di essere stato informato della presenza di una ‘fistola’, ritenuta responsabile dei dolori. Dopo la seconda operazione, i sanitari avrebbero fornito alla famiglia una versione differente: “Il medico ha detto ai familiari presenti che non era una fistola, ma che nelle manovre ha toccato l’intestino- si legge ancora nel testo della denuncia riportato da Today -. Aggiungendo che c’era un perforamento all’intestino in peritonite, che aveva cercato di risolvere durante l’intervento”.

    Il piano terapeutico predisposto non avrebbe sortito alcun effetto positivo, tanto che la 35enne sarebbe entrata per la terza volta in sala operatoria.

    Terzo intervento, condotto da un altro chirurgo, poi un calvario con febbre continua e il collasso dei polmoni. Secondo quanto denunciato dal marito, la donna avrebbe avuto due crisi respiratorie, poi il decesso.

    Dalla clinica è arrivata la replica alle accuse: “La paziente era stata operata il 31 maggio scorso presso l’Unità operativa di chirurgia generale. Si è trattato di una paziente diabetica e ipertesa, sottoposta a bypass gastrico e a due successivi interventi in seguito a complicanze nel frattempo intercorse. L’ultimo intervento, effettuato il 10 giugno scorso, è stato seguito da un’importante complicanza polmonare (…)”.

    L’ospedale ha anche sottolineato l’elevato rischio intrinseco di interventi di questo tenore, di cui sia la paziente che i familiari sarebbero stati opportunamente informati. La Direzione sanitaria, comunque, ha assicurato il massimo sforzo per acclarare ogni aspetto della vicenda.

    Gli iniettano un medicinale in quantità 7 volte superiore al necessario: muore in ospedale a 3 anni

    Un bambino di 3 anni è morto dopo che in ospedale gli è stato somministrato un farmaco in quantità sette volte superiore a quella necessaria.

    Il piccolo Jake Stanley aveva avuto due crisi convulsive prima di arrivare al pronto soccorso dell’ospedale di St Helens, in Inghilterra. Due ore dopo, il bimbo descritto da tutti come felice e sorridente è morto per arresto cardiaco.

    Gli era stato somministrata la fenitoina, un farmaco antiepilettico che previene l’attività cerebrale che causa gli attacchi. La quantità era però di sette volte superiore a quella raccomandata per un bambino così piccolo.

    La siringa era stata preparata da un infermiere e quando il medico ha iniettato il farmaco al bambino, era sicuro che il dosaggio fosse corretto – questo è quanto il dottore ha riferito agli inquirenti.

    Subito dopo l’iniezione, il piccolo Jake ha avuto un arresto cardiaco ed è morto.

    ‘Amo tanto la mia mamma’ ha detto Simra, 10 anni, prima di morire per una diagnosi mancata

    Un nuova caso di malasanità arriva dal Regno Unito: una bambina di 10 anni è morta per una diagnosi mancata. La piccola Simra Ali si è presentata tre volte al pronto soccorso, ma in tutti e tre i casi è stata rispedita a casa con la stessa risposta: infezione urinaria da trazione. In realtà Simra è deceduta per un importante ingrossamento del miocardio dovuto a un’infezione da Parvovirus. La drammatica vicenda risale a marzo del 2017.

    Dall’inchiesta condotta sul caso di Simra, deceduta il 16 marzo dello scorso anno, è emerso che ‘lo staff sanitario dello Sheffield Children’s Hospital ha perso tre opportunità per effettuare gli esami che avrebbero potuto impedire il decesso della bambina’.

    L’incubo di Simra è iniziato il 12 marzo 2017: la piccola solitamente gioiosa e sorridente si è sentita male, così i genitori l’hanno immediatamente portata al pronto soccorso dell’ospedale pediatrico di Sheffield, dove le è stata diagnosticata una banale infezione da trazione urinaria. La paziente è stata dimessa e rispedita a casa, ma la situazione non è affatto migliorata. Nelle ore successive la bambina è stata portata al pronto soccorso altre due volte, ma la diagnosi è sempre stata confermata, senza effettuare ulteriori esami clinici.

    Secondo il medico legale di Sheffield, Christopher Dorries, si è trattato di ‘tre opportunità mancate per identificare la vera causa e la gravità delle condizioni in cui versava Simra’. La piccola è quindi deceduta due giorni dopo nella sua casa: mentre si è sentita male nuovamente c’era lo zio con lei, che ha tentato di rianimarla in attesa che arrivasse l’ambulanza, ma poi durante la corsa in ospedale è spirata. La causa del decesso è stata individuata in una cardiomiopatia dilatativa.

    La madre Nighat Farzana, straziata dal dolore, ha raccontato della sua piccola: ‘Mi ha chiesto di tornare a casa e l’ho rassicurata che presto l’avremmo fatta. Quella è stata l’ultima volta che ho parlato con mia figlia. Ha detto a sua sorella che amava la sua mamma, poi i suoi occhi hanno cominciato a roteare all’indietro e ha smesso di respirare. Quelle sono state le sue ultime parole’.

    Regno Unito, bambina di 10 anni muore di peritonite: l’infermiera ha sbagliato la diagnosi

    Regno Unito, bambina di 10 anni muore di peritonite l'infermiera ha sbagliato la diagnosi

    Mya-Louise Perrin, 10 anni, di Grimsby, avrebbe potuto continuare a vivere se non le avessero fatto una diagnosi errata. Dal Regno Unito arriva un nuovo caso di malasanità: l’8 novembre scorso, la piccola era stata portata al Cromwell Primary Care Centre, dove un’infermiera si è presa cura di lei e le ha diagnosticato senza la presenza di un medico un’infezione del tratto urinario. Il padre, Andrew Perrin, era stato informato delle condizioni della figlia e gli era stato detto che in caso ci fossero stati peggioramenti, sarebbe dovuto tornare in ospedale. Purtroppo però, il mattino successivo, l’uomo ha trovato la bambina priva di vita nel suo letto, nella loro casa di Melrose Way, nella tenuta di Grimsby’s Willows.

    Il padre ha raccontato che la figlia aveva iniziato a non stare bene già nei giorni precedenti all’arrivo al pronto soccorso. A un certo punto la situazione era drasticamente peggiorata, Mya non riusciva più nemmeno a stare in piedi. Di lì la decisione di andare al Cromwell, dove l’infermiera le ha prescritto alcuni antibiotici per la presunta infezione del tratto urinario e poi l’ha dimessa.

    Secondo il medico legale del North Lincolnshire, Paul Kelly, Mya è morta di peritonite acuta, esito di una appendicite acuta non curata. ‘Una diagnosi incompleta avvenuta alle 12:30 del 7 novembre ha negato un trattamento medico ottimale che, se previsto, avrebbe potuto portare a un risultato favorevole’, ha spiegato il dottore durante il processo. Se la piccola fosse stata immediatamente trattata per l’appendicite, probabilmente sarebbe sopravvissuta.

    ‘Era una di quelle bambine che danno energia a tutti quelli che le stavano affianco. Dava il 110 per cento a scuola: le piaceva molto. Le piaceva lo sport e qualsiasi cosa in cui potesse essere coinvolta. Aveva molti amici. Era sempre aperta a conoscere tutti quelli che incontrava. Voleva essere un politico perché parlava molto e aveva un’opinione su tutto’, ha raccontato il papà visibilmente provato dalla perdita improvvisa di Mya.

    Testo a cura di Beatrice Elerdini

    Le diagnosticano una gastrite, muore a 48 anni

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    Un fascicolo per omicidio colposo a carico di tre medici, a Padova. Il caso è quello di una 48enne morta dopo due giorni dalla diagnosi di gastrite. Michela Ravazzolo si era recata in pronto soccorso per un dolore lancinante allo stomaco, ma il 4 aprile è morta. L’inchiesta ha visto i nomi dei dottori iscritti nel registro degli indagati, atto dovuto che consentira ai sanitari di nominare i consulenti di parte per l’autopsia.

    L’odissea della 48enne era iniziata tra l’1 e il 2 aprile scorsi. Un dolore crescente allo stomaco, diventato poi insopportabile, l’avrebbe spinta a rivolgersi alla guardia medica.

    Un malessere accompagnato da conati di vomito. Il medico, arrivato a casa della donna, le avrebbe prescritto un farmaco contro la gastrite, medicinale che si sarebbe rivelato inutile a lenire il dolore.

    La corsa al pronto soccorso di Padova

    La mattina del 2 aprile, preda di una sofferenza continua, la donna si è recata in pronto soccorso. Ne sarebbe conseguita la conferma della diagnosi di gastrite.

    Dimessa dopo alcune ore in osservazione, la notte non avrebbe visto alcun miglioramento del suo stato di salute. Avrebbe continuato a star male e vomitare senza trovare sollievo, fino alla morte, sopraggiunta il 4 aprile.

    Tre medici indagati per omicidio colposo

    La Procura ha aperto un’inchiesta dopo l’esposto della madre della 48enne, e tre medici sono ora indagati per omicidio colposo. Sulla morte di Michela Ravazzolo, impiegata, si indaga a tutto campo.

    Nel registro degli indagati sono finiti il medico di base della donna, quello in serivizio in Guardia medica e uno dei medici del pronto soccorso dell’Azienda ospedaliera. I sanitari potranno così nominare un consulente di parte per l’autopsia.

    L’ipotesi di un infarto

    La donna, stando al quadro clinico manifestato, potrebbe essere morta per un infarto. Tra i sintomi, infatti, si contano, talvolta, un forte dolore epigastrico accompagnato da nausea e vomito.

    L’esame autoptico disposto sul corpo della 48enne potrà fornire ulteriori elementi a supporto o a confutazione di questa ipotesi.

    Testo a cura di Giovanna Tedde