Roma, uccise e fece a pezzi la sorella: “Seminfermo mentalmente”, l’ergastolo si allontana

L'imputato 62enne strangolò e fece a pezzi sua sorella per poi gettarne i resti in due bidoni della spazzatura. La scoperta di una gamba in un cassonetto portò a smascherare l'orrore.

Pubblicato da Giovanna Tedde Venerdì 23 novembre 2018

Roma, uccise e fece a pezzi la sorella: “Seminfermo mentalmente”, l’ergastolo si allontana
Foto: Maurizio Diotallevi, reo confesso del delitto della sorella a Roma/Ansa

Lo spettro dell’ergastolo si allontana nell’iter giudiziario a carico di Maurizio Diotallevi, reo confesso del brutale delitto della sorella, Nicoletta. L’omicidio, compiuto con efferatezza, è avvenuto nell’agosto 2017. Il corpo della donna, fatto a pezzi, è stato gettato in due bidoni della spazzatura.

Caso Diotallevi: ergastolo sempre più lontano

Due perizie psichiatriche hanno stabilito la seminfermità mentale di Maurizio Diotallevi, il 62enne a processo per l’omicidio della sorella Nicoletta, avvenuto nel 2017.

La donna, uccisa e fatta a pezzi a 59 anni, fu gettata in due bidoni della spazzatura. L’imputato è reo confesso e, alla luce delle emergenze peritali sulla sua salute mentale, vede allontanarsi sensibilmente l’ipotesi di una condanna all’ergastolo.

L’informatico del Parioli avrebbe agito in preda a una “dissociazione”, “come un robot” ha detto lui stesso. Al momento dell’omicidio non sarebbe stato pienamente consapevole delle proprie azioni.

Il 62enne ha scelto di andare a giudizio con rito abbreviato, assistito dall’avvocato Gaetano Scalise. A partire da questa decisione, è chiaro che otterrà comunque lo sconto di un terzo della pena.

La tesi difensiva

Il delitto, secondo la difesa, sarebbe maturato in contesto relazionale vissuto in modo impari da vittima e imputato. Maurizio Diotallevi avrebbe percepito la figura di sua sorella come “carnefice”, regista assoluta di una convivenza difficile e padrona di ogni dinamica interna alle mura domestiche. Questa la sintesi delle conclusioni della consulenza di parte redatta dallo psichiatra forense Stefano Ferracuti.

All’esclusione della capacità di intendere e di volere dell’imputato sostenuta dalla difesa del 62enne fratricida, si è aggiunta la seconda perizia condotta dallo psicoterapeuta Andrea Balbi.

Secondo quest’ultima, l’imputato avrebbe agito in un momento di “collasso mentale” consumato dal 62enne come atto di ribellione contro un aggressore.

Affetto da un disturbo dipendente di personalità, l’uomo avrebbe avuto una sola ancora di autostima: la genitorialità. Sentire di essere un buon padre lo avrebbe soddisfatto e, contestualmente, avrebbe arginato anche l’istinto di ribellione nei confronti della sorella.

Secondo la difesa, infatti, la matrice del delitto sarebbe da ricercare nell’ordine che la donna avrebbe impartito al 62enne: non aiutare il figlio che gli avrebbe chiesto di accudire il suo gatto. Un’imposizione dopo cui avrebbe preso il sopravvento un moto di rivalsa sfociato nell’omicidio.

La tesi dell’accusa

Diametralmente opposta la tesi dell’accusa, che ha come filo conduttore l’ipotesi della premeditazione.

Secondo il pm Marcello Cascini, infatti, il delitto sarebbe stato pianificato dall’imputato, con una preparazione risalente a diversi giorni prima dell’azione omicidiaria.

L’uomo si sarebbe dedicato a una precisa ricerca sul web, volta a capire come sezionare un cadavere.

Ma non è tutto, perché l’impianto accusatorio si sofferma anche su un particolare: i resti della donna sono stati verniciati di blu, secondo il pm per scongiurare il pericolo che qualcuno li trovasse facilmente. In questo modo avrebbe cercato di farli scambiare con pezzi di un manichino.

Da questo derivano le accuse di omicidio premeditato, occultamento e vilipendio di cadavere.

La 59enne è stata stordita con un pugno, poi strangolata con una cinghia e infine smembrata con due seghe e un coltello da macellaio. Una mattanza scoperta per caso, dopo l’allarme lanciato da un rom che, rovistando tra i rifiuti di viale Pilsudski, aveva trovato una gamba.