Ravenna, insulti e maltrattamenti al figliastro 15enne: ‘Sei gay’

Il primo grado di giudizio si era concluso favorevolmente per l'imputato, assolto per 'insussistenza del reato'. Ora è stato condannato in appello a un anno e quattro mesi, dopo un duplice ricorso d'urgenza in Cassazione.

Pubblicato da Giovanna Tedde Martedì 2 ottobre 2018

Ravenna, insulti e maltrattamenti al figliastro 15enne: ‘Sei gay’
Foto: Pixabay

Insulti e maltrattamenti al figliastro 15enne, additato come ‘gay’ e sottoposto a orrendi soprusi. Regista delle violenze un 45enne, che avrebbe messo in atto una condotta ora condannata dalla Corte d’appello di Bologna. La sentenza di secondo grado ribalta il precedente verdetto di assoluzione, e si assesta su una pena di un anno e 4 mesi di reclusione.

Testa nel wc e maltrattamenti

Secondo le indagini sulle violenze denunciate da un 15enne di Ravenna, per cui è finito a processo il patrigno 45enne, ci sono forti elementi a carico dell’imputato.

Gli avrebbe messo la testa nel wc per poi tirare lo sciacquone, lo avrebbe deriso e insultato, additato come ‘gay’ e percosso con un cucchiaio. Ma l’elenco delle angherie non sarebbe ancora esaurito: l’uomo avrebbe infilato calzini sporchi nella bocca del minorenne, lo avrebbe fotografato nudo e avrebbe mostrato alcuni scatti agli amici della sua vittima.

In sua difesa avrebbe dichiarato di aver agito semplicemente con intento scherzoso. Per il primo grado di giudizio, la sua condotta non avrebbe costituito reato. La sentenza, emessa dal Tribunale di Ravenna nel 2016, fu di assoluzione perché “il fatto non sussiste”.

La condanna in appello

La sentenza di primo grado è stata ora ribaltata da quella della Corte d’appello, che su impulso della Cassazione, come scrive Il Resto del Carlino, ha ritenuto portante l’impianto accusatorio e valutato diversamente le responsabilità del 45enne.

Il secondo grado si è concluso con una condanna a un anno e 4 mesi di carcere. A motivare il verdetto di assoluzione fu l’attribuzione dei fatti contestati a una sfera differente dai maltrattamenti penalmente perseguibili.

Condotte inizialmente ritenute dal giudice come “frutto di sottocultura e maleducazione, non idonee a costituire reato”. La madre del 15enne avrebbe anche confortato la tesi dell’assenza di maltrattamenti, ascrivendo il comportamento del suo compagno a un carattere sostanzialmente infantile.

Il ricorso in Cassazione

Avverso la prima sentenza, il pm Angela Scorza e il legale di parte civile Giorgio Guerra hanno presentato un ricorso d’urgenza in Cassazione.

Si tratta di un passaggio al terzo grado di giudizio che ‘scavalca’ l’appello e, se rigettato, chiude l’iter processuale. Secondo il pm, il Tribunale di Ravenna avrebbe portato avanti una “erronea applicazione” del reato di maltrattamenti.

Ad aggravare la posizione dell’imputato, secondo il ricorso così formulato, ci sarebbero stati la reiterazione della condotta psicologicamente violenta con “atti di disprezzo e di denigrazione”. La dimensione ‘ludica’ attribuita alle azioni dell’uomo avrebbe avuto, per l’accusa, una duplice finalità: esercitare violenza morale e occultarla.

La Cassazione ha accolto il duplice ricorso, rinviando il giudizio al secondo grado. La Corte d’appello di Bologna ha così emesso un verdetto contrapposto, condannando l’uomo anche al risarcimento del giovane.

Di poche ore fa un altro caso di cronaca che rimanda a uno scenario di violenze tra le mura domestiche: una 17enne sarebbe stata segregata in casa dai genitori dopo la scoperta della sua omosessualità.