Ragazzini danno fuoco a un clochard, la confessione shock: “Sognavo di uccidere un uomo”

I due accusati, un 13enne e un 17enne, hanno stretto tra loro un patto di silenzio dopo l'omicidio: 'Non dovevamo rivelare a nessuno quello che era successo'

Pubblicato da Beatrice Elerdini Giovedì 14 giugno 2018

Ragazzini danno fuoco a un clochard, la confessione shock: “Sognavo di uccidere un uomo”
Foto di repertorio / ansa

Un clochard bruciato vivo in un’auto, opera di due ragazzini annoiati: è il terribile fatto accaduto lo scorso 13 dicembre, nella piccola frazione di Santa Maria a Zevio, a pochi chilometri da Verona. La vittima si chiamava Ahmed, detto ‘il Baffo’ Fdil: di origini marocchine, aveva 64 anni ed era finito a vivere per strada dopo che aveva perso il lavoro. A raccontare la sua storia è il nipote Salah, che da mesi ormai sta cercando col supporto del suo legale, Alessandra Bocchi, di ottenere giustizia.

Le indagini sull’omicidio del clochard

Tutti sapevano che il Baffo dormiva in un’auto abbandonata, ma quella maledetta sera di dicembre, qualcuno ha dato fuoco alla sua umile dimora. L’uomo non ha avuto modo di mettersi in salvo ed è morto, bruciato vivo. Inizialmente i Carabinieri pensano a un incidente, era noto che gli piacesse bere e fumare, una sigaretta mal spenta avrebbe potuto generare l’incendio. Poi però arriva alle loro orecchie la voce che alcuni ragazzini da tempo tormentavano il clochard, così finiscono sotto la lente di ingrandimento due studenti di 13 e 17 anni. Il più piccolo, non imputabile per l’età, ascoltato dal pm di Verona, ha svelato la verità sulla vicenda: l’incendio lo hanno appiccato loro, lanciando nell’auto dei fazzoletti incendiati. Il più grande finisce quindi sotto inchiesta con l’accusa di omicidio volontario e viene inserito in una struttura per minori come misura cautelare. Nei giorni scorsi è stato richiesto per lui il giudizio immediato.

Gli atti del processo e le dichiarazioni shock

I Carabinieri finiscono sulla pista giusta grazie a un episodio accaduto pochi giorni dopo l’omicidio, il 17 dicembre: in una lite per un cane investito, intervengono le Forze dell’Ordine e improvvisamente un giovane attacca i militari: ‘Voi carabinieri non fate niente! Voglio vedere se riuscite a trovare chi ha ucciso Baffo, tanto io so tutto…’. Il giorno dopo un’insegnate di una scuola media ha raccontato ai Carabinieri che alcuni studenti le hanno riferito di un compagno che ‘prendeva spesso di mira il senzatetto deceduto nel rogo, rubandogli anche le elemosine’.

Arriva il mese di febbraio e il diciassettenne interrogato, spiega: ‘Conoscevo il Baffo perché lo vedevo spesso al mercato che faceva l’elemosina. In passato assieme al mio amico sono andato a infastidirlo e il mio amico gli diceva parole tipo barbone di merda’. E prosegue scaricando la responsabilità sull’amico tredicenne: ‘Quella sera ci siamo incontrati per caso e l’idea di incendiare quei pezzi di carta era sua. Abbiamo preso le salviette al ristorante, poi siamo andati nel parcheggio dove c’era il Baffo (…) Io ho acceso un pezzo e l’ho lanciato in avanti verso la macchina ma il pezzo che avevo bruciato è caduto a terra, ne sono certo. (…) Sono altrettanto certo che il mio amico ha buttato il fazzoletto acceso all’interno dell’auto’. Il ragazzo conclude raccontando che poi sono scappati tornando verso Zevio: ‘Abbiamo sentito le sirene delle ambulanze. Poi siamo andati al bar e abbiamo visto alla televisione la notizia. Ci siamo messi d’accordo di non dire nulla’.

Poi è la volta della testimonianza del tredicenne che a sua volta incolpa l’amico: ‘Ricordo benissimo il momento in cui lui ha incendiato la salvietta di carta e l’ha buttata dentro l’auto di Baffo. Il pezzo di salvietta che ho incendiato io mi si è incendiato tra le mani e non sono riuscito a buttarla dentro. L’idea è stata sua. Anche io ho messo a fuoco il fazzolettino di carta avvicinandolo all’accendino che il mio amico aveva acceso, con l’intenzione di fare uno scherzo a Baffo’.

L’unico elemento che accomuna entrambe le testimonianze è lo scherzo, la volontà di incendiare un senzatetto per ‘gioco’. Il tredicenne a sostegno di questa tesi ha poi aggiunto: ‘Siamo andati a Santa Maria perché non avevamo niente da fare. Davamo molto fastidio a quel signore, lo facevamo per noia’. Poi svela il patto di silenzio tra i due: ‘La sera stessa, quando eravamo vicino al monumento nei pressi del bar Centrale, abbiamo fatto un giuramento tra noi: non dovevamo rivelare a nessuno quello che era successo’.

Un altro elemento comune nei due racconti è il fatto che entrambi non hanno mai premeditato la morte del clochard: ‘Ero convinto che Baffo fosse in grado di uscire dall’auto’, ha spiegato il tredicenne, mentre il diciassettenne ha detto: ‘Dall’esterno si vedeva solo del fumo, abbiamo pensato che il fuoco si stesse spegnendo’.

Tra gli atti dell’inchiesta c’è anche una chat tra lo studente delle medie e un suo amico, che gli scrive: ‘Avete fatto una grossa cazzata, non so se ve ne rendete conto’. E l’accusato risponde: ‘Lo so, è morto me ne rendo conto. Se mi diceva che voleva ammazzarlo non lo seguivo, ma che c… ne sapevo che lo buttava sopra delle buste di carta (…) Allora, eravamo lì come tutti i giorni a rompergli, quando gli viene l’idea di andare a prendere un po’ di carta in pizzeria. Non mi aspettavo che succedesse sto casino…’.

C’è anche una conversazione shock tra i due responsabili dell’omicidio: ‘Perché l’hai bruciato?’, gli chiede il 17enne. ‘Non ci sono le prove’, risponde l’altro. Poi parlano di un tatuaggio, il tredicenne spiega: ‘Qualcosa con significato, non che sia a caso… voglio la morte in faccia’, il più grande gli risponde: ‘Ti faccio vedere il Baffo, così ti ricordi che hai ammazzato un barbone. Tanto il tuo sogno l’hai realizzato (…) quando eravamo dal kebabbaro cosa mi hai detto? Ho realizzato il mio sogno di ammazzare una persona’. Ma il tredicenne nega e precisa: ‘Il mio sogno era ammazzare un gatto’.