Paroldo, costretta a prostituirsi dal marito: la comprò a 14 anni per 500mila lire

Nel corso dell'udienza conclusa con una pesante sentenza di secondo grado, il legale della moglie imputata per l'omicidio di Severino Viora ha fatto una clamorosa rivelazione.

Pubblicato da Giovanna Tedde Giovedì 11 ottobre 2018

Paroldo, costretta a prostituirsi dal marito: la comprò a 14 anni per 500mila lire
Foto: Severino Viora, il 78enne narcotizzato e strangolato dalla moglie/Ansa

C’è l’ombra di un colpo di scena nel giallo di Paroldo (Cuneo), relativo all’omicidio del 78enne Severino Viora. La moglie dell’uomo, Assunta Casella, è stata condannata a 21 anni e 3 mesi in secondo grado, pena confermata dopo il primo step processuale. La donna, 60 anni, avrebbe agito per vendetta. Sarebbe stata costretta a prostituirsi dal marito, dopo essere stata ‘comprata’ a 14 anni per 500mila lire.

Il delitto Viora

Severino Viora, 78 anni, fu ucciso dalla moglie Assunta Casella, 60enne riconosciuta colpevole in due gradi di giudizio con pena confermata a 21 anni e 3 mesi di carcere.

Il cadavere del pensionato venne ritrovato nel giugno 2016, e l’esame autoptico ha descritto una morte violenta successiva alla sedazione della vittima. Il 78enne, morto strangolato, sarebbe stato narcotizzato con l’uso di un sonnifero che la moglie si era fatta prescrivere.

Il colpo di scena in aula

La donna ha sempre proclamato la sua innocenza, e sino alla svolta in aula non si era a conoscenza di un presunto movente.

Nel corso dell’udienza in cui è arrivata la sentenza d’appello, infatti, c’è stato un colpo di scena che ha aperto a uno scenario torbido sullo sfondo del delitto.

A svelare un inedito retroscena nel tessuto familiare dei coniugi è stato il legale della 60enne, l’avvocato Marina Bisconti: “Quando Assunta aveva 14 anni e viveva in Calabria con la famiglia fu letteralmente comperata, per 500mila lire, dall’uomo che, dopo averla portata in Piemonte, la prese in moglie e la costrinse a una vita durissima“.

Il marito l’avrebbe costretta a prostituirsi, sotto minaccia e in preda a un vortice di maltrattamenti. La Corte d’Assise d’appello di Torino ha confermato comunque la sentenza di primo grado. A carico dell’imputata, la Procura aveva chiesto l’ergastolo.