Palermo, leucemia in gravidanza: curata senza chemioterapia, sta bene anche il bambino

Una diagnosi di leucemia acuta a ridosso del sesto mese, e il primo tentativo in Italia di salvare la vita di madre e nascituro senza chiemio. Una cura del tutto nuova che ha permesso il lieto fine.

Pubblicato da Giovanna Tedde Mercoledì 9 maggio 2018

Palermo, leucemia in gravidanza: curata senza chemioterapia, sta bene anche il bambino

Una diagnosi di leucemia acuta in gravidanza, madre e piccolo stanno bene dopo una cura senza chemioterapia. Il tentativo dei medici del Policlinico di Palermo è andato a buon fine, primo caso in Italia di cura con un metodo del tutto innovativo. La tecnica sperimentale ha sortito gli effetti sperati, e ora la donna e il suo bambino stanno bene.

L’incubo durante la gravidanza: diagnosi di leucemia

La diagnosi infausta è arrivata come un fulmine a ciel sereno, dopo i primi sei mesi di gestazione senza alcun sintomo particolarmente preoccupante.
Al Policlinico di Palermo, i medici hanno speso tutte le loro energie per salvare la vita alla donna e al bambino che portava in grembo, con una terapia innovativa, senza l’uso di chemioterapia.
“Non è quasi mai necessario andare all’estero: da noi si trovano le cure migliori e le sperimentazioni più innovative. Abbiamo competenza e terapie d’avanguardia come nei migliori centri stranieri. Non a caso la cura per questa forma di leucemia è stata messa a punto grazie al contributo di ricercatori italiani. E ora la nuova versione “modificata” per la gravidanza verrà studiata e testata su altri eventuali casi”.
Lo rivela al Corriere della Sera Paolo Corradini, presidente della Società Italiana di Ematologia e direttore del Dipartimento di Ematologia all’Istituto Tumori di Milano.
L’esperienza clinica della giovane mamma siciliana farà da apripista a una serie di ulteriori sperimentazioni per aiutare tante donne in casi come il suo.

La donna si sarebbe accorta alla 23ma settimana di avere dei lividi sulla braccia e sulle gambe. Nessun altro sintomo, nessun malessere che facesse ipotizzare che qualcosa non andasse. Lo stato interessante l’ha spinta a voler approfondire la natura di quei segni sul corpo.
Un emocromo avrebbe evidenziato livelli di piastrine molto bassi, in repentino calo (come evidenziato da un esame immediatamente successivo).
Per scrupolo, si sarebbe rivolta al Pronto soccorso, cui è seguito il ricovero d’urgenza dopo ulteriori accertamenti.
Il primo sospetto dei sanitari è ricaduto su un’ipotesi di gestosi, motivo che avrebbe spinto l’equipe a virare sulla decisione di praticare un cesareo. Ma il crollo delle piastrine avrebbe inficiato facilmente l’esito dell’intervento mettendo a rischio madre e bambino, per cui il ginecologo ha preferito evitare.
Le analisi successive hanno poi rilevato che la situazione esondava dall’ambito ginecologico, assumendo contorni drammatici.

La via sperimentale per la salvezza

A seguire la partoriente, il professor Siragusa, ematologo. Dagli esami si sarebbe accorto che si trattava di qualcosa di diverso da una patologia strettamente legata alla gravidanza.
Il sospetto più fondato è apparso quello di una neoplasia ematologica. Pista corretta: la diagnosi finale è stata devastante.
La futura mamma è stata colpita da una leucemia promielocitica a esordio spesso improvviso e asintomatico, con un severo deficit di coagulazione.
In poche parole, avrebbero potuto morire entrambi, madre e figlio, per via dell’elevatissimo rischio emorragico. Le vie percorribili davanti alla giovane donna non erano molte: la prima, drammatica, quella di abortire e sottoporsi alle cure, troppo invasive per preservare la salute del feto.
Si è optato per un percorso più impervio ma aperto a un ventaglio di maggior tutela per il bambino. “Abbiamo eliminato la chemioterapia: del resto i pazienti a basso rischio, con una forma meno aggressiva di questo tumore, già ricevono standard un trattamento “chemio-free”, ha sottolineato il dottor Siragusa.

La terapia alternativa somministrata

A 5 giorni dalla diagnosi, si è deciso di somministrare alla paziente una cura salvavita, con il solo uso dell’acido retinoico (escludendo l’impiego di farmaci a base di triossido di arsenico, maggiormente indicati per il trattamento della patologia neoplastica ma dannosi per il feto).
La riposta della donna alla terapia è stata ritenuta ‘straordinaria’ dagli stessi medici. Il parto, in una fascia di maturazione del feto ritenuta sicura, è avvenuto il 23 aprile scorso, ed entrambi ora stanno bene. La donna, che è già mamma di un’altra bambina, è stata sottoposta al cesareo. Il piccolo è nato alla 35ma settimana, senza alcuna complicazione.

Leucemia promielocitica: cos’è e come si manifesta

Per la paziente, al via una terapia di mantenimento in day hospital. Il percorso successivo al parto, in questo caso prevede l’adozione di cure farmacologiche con triossido di arsenico, che rendono impossibile l’allattamento. Un pegno sicuramente di poco conto, se si pensa a una gravidanza che ha davvero del miracoloso.
Quella promielocitica è una tra le forme più aggressive di leucemia acuta mieloide. Sino a poco tempo fa costituiva una delle tipologie tumorali a prognosi peggiore.
In Italia si registrano mediamente 150 nuovi casi all’anno, su un target di pazienti di età compresa tra i 30 e i 50 anni.
Si manifesta improvvisamente, come nel caso della donna incinta curata in Sicilia, e ha due modalità di sviluppo. Una con incremento dei globuli bianchi (ritenuta la più aggressiva, recidivante e a più alto rischio) e una con decremento degli stessi (con un profilo di rischio inferiore e una percentuale di guarigione nel 90% dei casi trattati).
La ricerca sta compiendo notevoli passi avanti per ridurre al minimo l’impiego di terapie invasive come la chemio, tramite la sperimentazione di cure che includano l’arsenico.