Padre picchia il figlio di 5 settimane perché piange troppo: neonato riporta lesioni permanenti

Il bambino è arrivato in ospedale in fin di vita. I medici sono riusciti a salvarlo ma ha riportato danni cerebrali giudicati permanenti.

Pubblicato da Giovanna Tedde Lunedì 21 gennaio 2019

Padre picchia il figlio di 5 settimane perché piange troppo: neonato riporta lesioni permanenti
Foto: Pixabay

Ha picchiato il figlio così forte da provocargli lesioni permanenti al cervello e compromettere il suo sviluppo. Autore della brutale aggressione il padre di un bambino che oggi ha 7 mesi e che fu massacrato quando aveva 5 settimane.

Neonato massacrato dal padre

James Tipene, 32enne residente a Melbourne (città in cui è ora sotto processo per tentato omicidio), ha confessato di aver ridotto in fin di vita il figlio.

Lo ha massacrato di botte sino a fargli perdere i sensi,  e i fatti risalgono a quando il bimbo aveva solo 5 settimane, nel giugno 2018. Oggi ha 7 mesi e un futuro di sofferenze davanti a sé.

La polizia australiana ha arrestato il genitore che si sarebbe giustificato portando sul tavolo degli inquirenti un movente shock: “Piangeva troppo, e quel comportamento non era abbastanza virile“.

La Magistrates Court di Melbourne è chiamata a giudicarlo nel processo che lo vede imputato di tentato omicidio. Secondo i medici che hanno preso in carico il neonato, le lesioni riportate nel pestaggio hanno compromesso il normale sviluppo del bambino.

Ha danni cerebrali permanenti, dopo essere arrivato in ospedale in preda alle convulsioni e con una gravissima lesione spinale. Uno dei fratelli della vittima avrebbe assistito all’aggressione.

La posizione della madre

Dopo aver brutalmente percosso il figlio, Tipene si sarebbe recato in camera da letto e avrebbe svegliato sua moglie per poi chiamare i soccorsi. Ai sanitari, la donna avrebbe dichiarato di non sapere nulla in ordine alle ferite su corpo del bambino.

Nessuno dei due avrebbe collaborato alla ricostruzione della dinamica dei fatti. La posizione della madre è al vaglio delle autorità inquirenti poiché ha supportato la tesi iniziale del marito, totalmente incompatibile con il quadro clinico del minore.

L’imputato, infatti, avrebbe detto ai paramedici di aver dato dei colpi sulla schiena del piccolo per fargli fare il ruttino e di essersi accorto che era svenuto. A inchiodare il 32enne un’intercettazione telefonica in cui si diceva consapevole della brutalità compiuta.