Microsessimo sul luogo di lavoro, poche tutele e lunghi tempi di intervento

Piccoli episodi di sessismo sul luogo di lavoro che poi tanto piccolo non lo sono mai: la tutela della dignità della donna deve essere al primo posto e non cedere davanti a nulla. Gli strumenti legislativi ci sono, anche se sono pochi, e i tempi di intervento sono lunghi. Ecco perché occorre farsi sentire, perché proteggere le donne vale più di ogni mimosa

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    E se il maschio fosse il sesso debole?

    Lasciare cadere appositamente la penna per farsela raccogliere dalla collega prosperosa che indossa la minigonna. Appellare dipendenti e colleghe in riunione con apprezzamenti fisici. Mimare gesti erotici, simulare atti sessuali, ma anche solo pretendere che sia sempre una donna a preparare e portare il caffè durante le riunioni in azienda. Questi non possono e non devono essere considerati scherzi e facezie, come troppo spesso accade. I fenomeni del cosiddetto “microsessismo”, cioè piccoli episodi di sessismo che poi tanto piccoli non sono mai, non riguardano atteggiamenti o comportamenti ineducati, ma rasentano quasi sempre veri e propri reati, oltre a poter essere anche motivo di licenziamento.

    Tra gli obblighi del datore di lavoro infatti vi è quello di tutelare la personalità morale di tutti i dipendenti (art.2087 c.c. e Cassazione sez.Lav.4067/2007). Tale sentenza, già innovativa, ha ritenuto violenze verbali le espressioni aggressive ed offensive che violino i principi della dignità personale che non possono essere derogate nell’ambito delle relazioni professionali, pur in presenza di un rapporto di amicizia e/o conoscenza, in quanto lesive per la forma scurrile e triviale dell’amor proprio del personale e della rispettabilità.

    A nulla vale la mancanza di precedenti procedimenti nei confronti dell’autore di tali comportamenti sconvenienti. La Corte ha infatti sottolineato la responsabilità del datore di lavoro che non intervenga per evitare che le dipendenti siano ulteriormente esposte agli atteggiamenti lesivi del loro decoro e della loro dignità.

    L’ansia di affrontare ogni giornata lavorativa, di incontrare questa tipologia di colleghi con il timore e l’incubo di subirne la volgarità e la denigrazione però, costituisce una vera e propria fattispecie di reato: in particolare molestia e, nei casi più gravi, stalking, così come previsto dalla L.119/2015.

    Ma allora come mai tali condotte, nonostante l’informazione e la prevenzione che vengono fatte, anche tramite il nostro sportello DDiritto, all’interno di aziende e realtà lavorative in genere, sono in aumento e spesso si verificano proprio in occasione di ricorrenze particolari quali l’8 marzo, quando aumentano gli episodi denigratori, spesso a sfondo sessuale, fatti passare per goliardia?

    Perché la rete e i social, magari proprio sulle chat aziendali, parafrasano i simboli della femminilità con epiteti e gesti inequivocabilmente volgari?

    Che tutela hanno le vittime?

    Oltre al fatto che i reati andrebbero tempestivamente denunciati, nelle forme di legge previste e con le tutele accessorie di protezione (se necessario), serve anche che le vittime, anche se solo potenziali, pretendano l’intervento delle autorità competenti per la salvaguardia anche solo della loro dignità personale.

    Rimozione di filmati e foto dal web, (non è forse cyberbullismo anche questo?), segnalazione al datore di lavoro perché venga elevata contestazione disciplinare agli autori dei comportamenti sessisti, pretesa di rispetto e di uguaglianza di genere: questi sono i diritti da far valere, oltre alla richiesta di condanna se in presenza di veri e propri reati.

    I mezzi ci sono, gli strumenti legali anche, ma quali garanzie fornisce lo Stato alle vittime di microsessismo, specialmente se in presenza di una richiesta di aiuto?

    Purtroppo l’azione penale in tal senso non è immediata, occorrono indagini ed i tempi processuali sono lunghi. L’intervento del Questore è più rapido, ma spesso delegato ad uffici poco preparati che, anche per mancanza di tempo e di organico, si trovano a volte a sottovalutare circostanze potenzialmente esplosive.

    La tutela del lavoratore dovrebbe seguire un iter più dinamico e snello e garantire un intervento tempestivo. Quello che viene da chiedersi è come mai vi siano tribunali che necessitano di mesi per la fissazione dell’udienza.

    E ancora, come mai spesso i provvedimenti di alcuni giudici, che riservano la decisione dell’esito dell’udienza, si fanno attendere per mesi quando il Codice prescrive un termine massimo di 5 giorni?

    Chi può immaginare la qualità di vita di una lavoratrice a fianco del suo “carnefice” quotidianamente? La dignità è forse meno importante dell’interesse economico di una azienda?

    Il nostro appello è quello di snellire l’intero iter burocratico e di fornire una reale tutela alle vittime di microsessismo perché, allo stato dei fatti, queste ultime difficilmente riusciranno a far valere i propri diritti e comunque non in tempi brevi.

    Allora che la giornata dell’8 marzo non sia mai più pretesto per episodi e fatti irriguardosi nei confronti delle donne, ma spunto per la manifestazione di rispetto ed uguaglianza di genere.

    Prevenzione e protezione valgono più della mimosa!