‘Lo stupro non è un crimine violento’, le parole di una femminista

Punizioni meno gravi per gli stupratori, per quel reato odioso che, secondo la scrittrice e giornalista australiana Germaine Greer, deve essere assolutamente derubricato. Significherebbe pene inferiori e alternative alla detenzione: commenti che hanno fatto il giro del mondo.

Pubblicato da Giovanna Tedde Venerdì 1 giugno 2018

‘Lo stupro non è un crimine violento’, le parole di una femminista

“Lo stupro non è un crimine violento”: la giornalista e scrittrice australiana Germaine Greer ha sollevato uno scandalo di immani proporzioni intorno alle sue dichiarazioni. Ad alimentare il fastidio dell’opinione pubblica, il fatto che la donna sia il simbolo del femminismo del XX secolo. Ha chiesto a gran voce l’apertura a uno scenario di rimodulazione delle pene sui reati sessuali, scatenando un’ondata di proteste.

Le parole dello scandalo: cosa ha detto la femminista Germaine Greer

“Lo stupro non è un crimine violento”: a parlare non è un criminale, ma una convinta femminista, più precisamente la donna ritenuta simbolo della lotta per i diritti delle donne.
Si tratta della giornalista australiana Germaine Greer, scrittrice di successo, che ha espresso il suo punto di vista sui reati di natura sessuale nel corso della presentazione del suo ultimo libro, On Rape, in cui si occupa proprio di stupri.
Ha chiesto un ripensamento delle condanne previste dalla legge per gli stupratori, sostenendo che, in alcuni casi, la fattispecie che oggi rientra nel reato di stupro altro non sarebbe che un “cattivo rapporto sessuale, un atto che, pur se non consensuale, potrebbe non configurarsi come violento”.
Nella sua visione, fortemente criticata e oggetto di un profondo dibattito, rientra un’idea di pena alternativa al carcere che ha scatenato uno stillicidio di polemiche: secondo la Greer, infatti, chi si macchia di simili colpe dovrebbe essere sottoposto al regime dei servizi sociali (almeno 200 ore) e vedere sul suo volto una ‘R’ tatuata.
L’iniziale sta per ‘raper’, stupratore appunto, che secondo la femminista sarebbe da incidere sulla guancia, ben visibile per rendere immediatamente chiaro il profilo del condannato.

La motivazione di Germaine Greer

Non solo ha avanzato questa tesi, ma la Greer ha insistito sul fatto che anche un rapporto sessuale con il proprio partner, se vissuto in un momento di stanchezza o scarsa propensione al coito, potrebbe definirsi violenza: “Ogni volta che un uomo si rigira sulla moglie esausta e insiste per godersi il suo diritto coniugale, la sta violentando”.
Motivo questo che, in tutta la sua assurdità, spiegherebbe la sua posizione, e di questo è fortemente convinta: potrebbe una donna sposata accusare di stupro il coniuge solo perché in quel preciso momento non è del tutto consenziente? “Evidentemente no – precisa la scrittrice – ecco spiegato il carattere ‘non violento’ del rapporto”.

La donna doppiamente vittima nei casi di stupro

Questa la sintesi dell’analisi che ha fatto il giro del mondo in pochi click, a cui la giornalista ha aggiunto anche una riflessione sulla posizione della donna vittima di abusi sessuali.
“Trattiamo le donne che hanno subito il trauma dello stupro come ‘corpus delicti’: se vai alla polizia, il tuo cellulare ti verrà tolto, sarai sottoposta a interrogatorio, sei la prova vivente di un crimine”, ha detto, indicando in questa pratica di indagine una vera e propria strumentalizzazione al servizio della giustizia, cucita sulla pelle della vittima.

Germaine Greer fu vittima di una violenza sessuale

La comunità intellettuale australiana si è immediatamente discostata dalle affermazioni della femminista, ritenute in parte controverse e offensive dell’intelligenza di quante hanno subito un abuso.
Le più feroci critiche arrivano da chi sa che, nel tessuto personale della Greer, c’è proprio un episodio di violenza sessuale, subita quando aveva 19 anni e mai denunciata.
Anche a questa mancata difesa di se stessa in sede legale ha dato una spiegazione suscettibile di attacchi: “Non ero abbastanza arrabbiata per denunciare”.
C’è chi non fatica a definire il suo discorso una vera e propria apologia della violenza, che si innesta pericolosamente su una direttrice di anti-femminismo potenzialmente catastrofica, dal punto di vista umano e sociale.