25 novembre: giornata contro la violenza sulle donne

Spesso il mostro dei nostri incubi non dorme sotto il letto, ma proprio accanto a noi. La violenza sulle donne: una piaga che nasce nella notte dei tempi e che non cessa di esistere

Giornata mondiale della violenza sulle donne

Foto Shutterstock | Megan Barnum

Ogni anno, a partire dal 2000, il 25 novembre in tutto il mondo governi, associazioni e organizzazioni non governative pianificano manifestazioni per ricordare tutte le donne che hanno subito e subiscono violenze.

Perché il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Per scoprire l’origine di questa giornata bisogna tornare indietro nel tempo, al 1960 e andare a Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana. Il 25 novembre di quell’anno Patria, Minerva e Marìa Teresa Mirabal vennero uccise dagli agenti del dittatore Rafael Leonidas Trujillo.

Le tre donne, fermate per strada mentre si recavano in carcere a far visita ai mariti, furono picchiate dagli agenti e poi gettate in un burrone dai loro carnefici che cercarono di far passare per incidente la brutale violenza.

Patria, Minerva e Marìa erano conosciute come attiviste del gruppo clandestino Movimento 14 giugno, fortemente contrastato dal Governo dominicano. Proprio a causa della loro militanza, nel gennaio 1960, vennero arrestate e incarcerate per alcuni mesi.

Le sorelle Mirabal sono passate alla storia con il nome di Las Mariposas, che significa le farfalle. Questo nome gli è stato attribuito per il loro coraggio nell’opporsi alla dittatura e per aver sempre lottato per i diritti delle donne.

Sulla loro vicenda è stato anche scritto un libro: Il tempo delle farfalle, pubblicato nel 1995 dalla scrittrice dominicana Julia Alvarez. Dalla storia, che ha appunto come protagoniste le tre sorelle, è stato tratto anche un film, In the Time of the Butterflies.

L’Assemblea delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata in memoria delle sorelle Mirabal e il 25 novembre del 1981 è avvenuto il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche”. Così, da quel giorno, il 25 novembre è riconosciuta come data simbolo. Dal 1999, inoltre, questa giornata è stata istituzionalizzata anche dall’Onu.

Quello della violenza sulle donne è un problema antico, ma che trascina la sua virulenza anche nei giorni nostri con la stessa drammatica forza. La violenza contro le donne, ha infatti cambiato molte facce nel corso dei secoli, passando da un impianto totalitario della vita privata alle varie sfaccettatura della vita pubblica. Questi cambiamenti nel dominio maschile sul genere femminile ci danno un riflesso di mutevolezza, ma anche la speranza che nel futuro le cose siano ancora diverse insegnandoci che il dominio dell’uomo sulla donna, esercitato con la forza, può di sicuro essere messo in discussione e modificato nel tempo.

Nel corso del secolo scorso le donne hanno visto cambiare radicalmente il loro ruolo nella società. Hanno dapprima conquistato il diritto al voto, poi hanno affiancato gli uomini nel lavoro, arrivando fino alle posizioni apicali. Infine hanno rivendicato il diritto di decidere della propria sessualità e del proprio corpo. Oggi lottano per la propria assoluta indipendenza e per la parità nella vita familiare, nel salario e nell’accesso ad ogni ambito della vita pubblica.

A questi cambiamenti epocali, l’uomo ha spesso reagito violentemente. In molti casi infatti la violenza, appare come lo strumento con cui oggi gli uomini conservano o ripristinano la disuguaglianza storica tra i sessi in un mondo in veloce cambiamento. L’incapacità di adattarsi al mutamento della società porta infatti alcuni uomini ad esprimere il loro disagio in modo violento. Un disagio espresso nel peggiore dei modi perché laddove la violenza nell’uomo pretende di essere la soluzione di un problema, in realtà diventa la rappresentazione primaria dell’incapacità nell’affrontarlo.

Il ricorso, sempre più frequente, all’uso della violenza verso le donne rappresenta sempre di più la reazione di alcuni uomini di fronte all’incapacità di gestire la frustrazione per la libertà e l’autonomia raggiunta dalle donne e si trasforma nell’estremo tentativo di controllo di fronte all’impotenza. Questo perché, è bene ripetercelo, la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci, la facile via dei vigliacchi.

Violenza sulle donne in Italia e nel Mondo

In Europa, negli ultimi 25 anni il numero di omicidi di uomini è diminuito drasticamente, mentre le vittime donne sono rimaste stabili. Se il numero di femminicidi in Italia nel 2018 ci riporta un dato preoccupante, 142 le donne uccise (119 in famiglia, più dell’80%), negli altri Paesi europei va anche peggio che in Italia e ci sono più donne uccise in rapporto alla popolazione (solo Grecia, Polonia, Paesi Bassi e Slovenia presentano valori inferiori al nostro).

Altro dato inquietante è l’altissima percentuale di delitti commessi in ambito familiare o per mano del proprio coniuge/partner ed ex partner, soprattutto in un Paese, come l’Italia, che pone al centro della propaganda politica e religiosa il valore del nucleo familiare. Effettivamente, come riportava molto tempo fa il poeta inglese Lord Byron, se quando si trova un coniuge ammazzato, la prima persona inquisita è l’altro coniuge, questo la dovrebbe dire lunga su quel che la gente realmente pensa della famiglia. Il focolare domestico che dovrebbe essere il luogo più sicuro del mondo, per definizione, diventa invece in questa rappresentazione un luogo estremamente pericoloso. Perché spesso il mostro dei nostri incubi non dorme sotto il letto, ma proprio accanto a noi.

È il momento di reagire

Alla luce delle analisi sulle motivazioni e sull’inquietante frequenza di tale fenomeno negli ambienti più intimi, cosa si può fare per contrastarne la continuazione? Innanzitutto occorre parlarne. Il silenzio è spesso il modo peggiore per affrontare il problema. Non si deve provare vergogna nel denunciare atti violenti perché quando si subiscono molestie e percosse, si è vittima di un comportamento sempre e comunque imperdonabile, qualsiasi siano le scusanti addotte. Occorre sempre ricordarsi che la violenza è la ragione di chi ha torto.

Non si deve in alcun modo giustificare un comportamento morboso, come una gelosia incontrollata o una reazione violenta e confonderla con l’eccesso di amore. L’amore è l’antitesi della violenza, come la vita lo è per la morte. E spesso il confine come abbiamo visto è particolarmente labile. Inoltre, opporsi ad una violenza in ambito familiare non è solo l’estrema rivendicazione all’autodifesa ma spesso vuol dire proteggere anche le vittime più deboli di questo crimine: i nostri figli. Uno studio dell’ University College di Londra anni fa dimostrò infatti che i bambini esposti a violenza domestica mostrano gli stessi cambiamenti al livello cerebrale e gli stessi traumi dei veterani di guerra.
Occorre quindi affidarsi al proprio istinto: se riteniamo normale capire dal primo bacio se un uomo è giusto, può essere altrettanto semplice comprendere dal primo schiaffo che è quello sbagliato.

Ed una volta compreso questo, occorre trovare dentro se stesse  la forza per denunciare. Alle forze dell’ordine in primo luogo. Oppure alle decine di associazioni alle quali ci si può rivolgere in caso di disagio o di pericolo come il Telefono Rosa, associazione nata nel 1988 e che oggi rappresenta un punto di riferimento per le donne che subiscono violenza. Il centralino telefonico del Telefono Rosa è attivo tutti i giorni, 24 ore su 24. Al numero 1522 rispondono le esperte volontarie. Inoltre ci si può rivolgere direttamente a un Centro Antiviolenza, strutture apposite a disposizione di tutte le vittime di violenza nei principali comuni italiani e che svolgono attività di consulenza psicologica e legale, sostegno e formazione.

Secondo le stime del ministero delle Pari Opportunità, in Italia sono presenti circa 600 strutture disponibili al caso tra Case Rifugio, ovvero luoghi dove le donne vittime possono nascondersi e proteggersi, e Centri Antiviolenza. Ma il primo passo occorre farlo dentro se stesse: se ci si trova in una situazione di pericolo, anche solo potenziale, bisogna guardarsi allo specchio e capire che è il momento di dire “basta”!

Parole di Benedetta Minoliti

Benedetta Minoliti, nata a Milano il 24 marzo 1993. Sono laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano e diplomata presso la Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano. Non esco mai di casa senza le cuffie, ascolterei la musica anche mentre dormo e adoro scattare polaroid. Collaboro con AlaNews nella produzione di contenuti per il network Deva Connection.