5 proverbi che provengono dalla storia: cosa significano?

Ci sono molti proverbi di uso comune che provengono dalla storia: eccone 5. Sono proverbi di uso comune, espressioni che utilizziamo quotidianamente per far comprendere meglio una situazione o per dare dei consigli. Sono massime molto efficaci infatti, spesso utilizzate anche nella pubblicità e nella politica.

Pubblicato da Lavinia Sarchi Martedì 3 gennaio 2017

5 proverbi che provengono dalla storia: cosa significano?


Ecco 5 proverbi che provengono dalla storia: cosa significano?. La lingua italiana è piena di proverbi, espressioni che riescono in maniera efficace a far comprendere una situazione, un fatto e anche a suggerire un consiglio. Un proverbio è una massima popolare, un modo di dire, una sorta di luogo comune che esprime giudizi attraverso metafore, rime o similitudini. Esistono tantissimi proverbi in base agli usi, i costumi e molti provengono dalla storia.
Trovano ampio utilizzo non solo nel nostro linguaggio quotidiano, ma anche nella pubblicità e nella politica, grazie alla loro immediata efficacia: facili da ricordare, sono nati per trasmettere con semplicità, un patrimonio di conoscenze antico, derivato dalla costante osservazione della realtà.
C’è addirittura uno studio sui proverbi: si chiama “paremiologia“, proprio a testimonianza del fatto che i proverbi rappresentano un vero e proprio patrimonio culturale, nonché la testimonianza di epoche passate.

“Per un punto Martin perse la cappa”

Questo detto popolare ha due origini, provenienti entrambe dalla storia.
Per la prima si tratta della storia del Reverendo Martin Stewart Johnes, duca di Kensington, che agli inizi dell’Ottocento si rifiutò di compiacere re Edoardo durante una partita a carte. Così il sovrano accettò la sconfitta di un solo punto, ma punì il duca revocandogli il ducato di “K”, facendogli perdere appunto la “cappa”.
C’è però un’altra versione secondo la quale la “cappa” si riferisce al mantello dei frati: Martino di Tours perse la cappa di abate mentre camminava, perché colui che si occupava del vestiario s’era dimenticato di dare l’ultimo punto al tessuto nuovo. Tale figuraccia avrebbe provocato l’immediata sollevazione dell’incarico religioso, privandolo della cappa, che di tale dignità era simbolo.
Comunque sia, questo proverbio si usa per indicare la perdita, per una disattenzione, per un dettaglio e una minuzia, di qualcosa d’importante e di desiderato.

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“S’è fatto trenta, si può far trentuno”

Concelebrazione eucaristica con i Cardinali che si è tenuta presso la Cappella Paolina
È un proverbio molto utilizzato.
E’ una frase che viene attribuita storicamente a Papa Leone X che nel 1517 doveva nominare alcuni nuovi cardinali. Con grande lavoro, arrivò a stilare la lista finale, arrivando a ben 30 nomi, già un numero consistente. Alla fine, però, si accorse di non aver aggiunto un prelato di grandi meriti e fama. Così, non potendo escludere nessun cardinale, aggiunse il nome all’elenco, pronunciando le celebri parole: ” Abbiamo fatto 30, facciamo 31!”.
Usiamo questo modo di dire siamo quando al termine di un lavoro, ci viene richiesto, o ci rendiamo conto, che dovremmo fare un piccolo ulteriore sforzo.

“Nessuno è profeta in patria”

La locuzione latina (nemo propheta in patria) vuole indicare la difficoltà delle persone di emergere in ambienti a loro familiari. Si trova nei 4 Vangeli ed è la frase pronunciata da Gesù in Nazareth per stigmatizzare la fredda accoglienza dei suoi conterranei. Nella sua città natale, infatti, partecipa alla liturgia della sinagoga e applica a sé la profezia di Isaia, riguardante il dono dello Spirito Santo al Messia del Signore. I nazareni però reagirono rifiutando l’assunto.
L’espressione è di solito usata per significare che difficilmente si possono vedere riconosciuti i propri meriti nel proprio paese o da chi ti è più vicino. Di conseguenza, spesso è più facile avere delle gratificazioni da estranei.

“A caval donato non si guarda in bocca”

Olympia, The London International Horse Show London
L’originale citazione era “noli equi dentes inspicere donati“. Deriva da San Girolamo, scrittore, teologo e santo romano, che scrisse tale massima nel commentario alle Lettere di San Paolo agli Efesini. Si riferisce al fatto che l’età di un cavallo, in passato fonte di ricchezza per chi ne possedeva uno, si stima attraverso la sua dentizione. Il significato consiste nell’essere grati quando si riceve un regalo, senza essere troppo pretenziosi perché è pur sempre qualcosa di guadagnato e che viene dal cuore.

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“Parigi val bene una messa”

La frase è attribuita al Re di Francia Enrico IV risalente alla fine del ‘500, periodo in cui la Francia era devastata da una terribile guerra civile. Pronunciò la frase quando prese la decisione di convertirsi al cattolicesimo, nonostante la sua fede protestante, per conquistare il regno di Francia. Prima di diventare cattolico avrebbe detto la famosa frase, che si è tramandata fino ai giorni nostri e che utilizziamo per intendere che vale la pena sacrificarsi per ottenere uno scopo alto. Anche se moralmente indecoroso, come nel caso di Enrico IV che abiurò il calvinismo per il cattolicesimo pur di conquistare Parigi, sottolinea l’importanza di una rinuncia per arrivare ad ottenere ciò che desideriamo.