Yara, ergastolo a Massimo Bossetti: nelle motivazioni l’irripetibilità del test del DNA

La condanna per Massimo Bossetti, in carcere dal 2014 per l'omicidio della piccola Yara Gambirasio, era stata confermata anche in appello. Niente da fare per la difesa, che aveva portato in aula persino una foto satellitare che avrebbe dovuto scardinare in parte le accuse contro il muratore di Mapello. Tra le motivazioni della sentenza, anche il carattere definito 'irripetibile' della perizia sul materiale genetico; il DNA, scrivono i giudici, è di Massimo Bossetti.

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    Tra le motivazioni dell’ergastolo a Massimo Bossetti c’è l’irripetibilità del test sul DNA: lo ha stabilito la Corte d’Assise d’appello di Brescia, con una seconda sentenza sfavorevole che aveva dissolto ogni sforzo della difesa nel secondo grado di giudizio. Il muratore di Mapello è stato ritenuto colpevole dell’omicidio di Yara Gambirasio: per i giudici il materiale genetico isolato sul corpo della 13enne è suo.

    Ergastolo a Bossetti: le motivazioni

    La prova del DNA è valida, si legge tra le motivazioni della sentenza Bossetti, perché “non sono stati violati i principi del contraddittorio e delle ragioni difensive”. Questa posizione entra nel merito delle contestazioni avanzate dalla difesa riguardo la bontà dei metodi d’indagine e dei risultati sulla prova “regina”, su quella certezza “granitica” per la procura che ha inchiodato all’ergastolo Massimo Bossetti.

    “Un’eventuale perizia – si legge ancora – chiesta a gran voce dalla difesa e dall’imputato, consentirebbe un mero controllo tecnico sul materiale documentale e sull’operato del Ris”.

    E sul rigetto di una nuova analisi dei reperti chiave in mano all’accusa, i giudici aggiungono che “non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea a consentire nuove amplificazioni e tipizzazioni” del Dna repertato. Per questo motivo, scrivono, una perizia sarebbe stata un mero controllo tecnico del lavoro dei consulenti dell’accusa e della parte civile. Un atto che non sposterebbe di una virgola, secondo la Corte d’Assise d’appello di Brescia, l’asse intorno alla certezza di aver condannato l’uomo giusto.

    Egastolo a Bossetti anche in secondo grado

    C’erano volute oltre 15 ore di Camera di consiglio per arrivare alla sentenza che ha confermato la condanna già inflitta in primo grado a Massimo Giuseppe Bossetti. Dopo la lettura del verdetto, l’uomo aveva pianto, come riferito uno dei suoi legali, che ha sempre parlato del caso come di un “clamoroso errore giudiziario”. Lacrime per l’imputato e per sua moglie, Marita Comi.

    A nulla sono valse le fervide arringhe dei difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini, e a nulla sono servite le dichiarazioni spontanee dell’imputato che ha parlato del caso come di una vicenda in cui lui sarebbe stato come una “lepre” braccata da un esercito di “cacciatori”.

    Bossetti, che in aula ha parlato di Yara come di una bambina che poteva essere sua figlia, e ha condannato con parole piuttosto acerbe il brutale assassinio della piccola di Brembate di Sopra, ha perso questa ennesima battaglia giudiziaria.

    Il processo d’appello per la difesa rappresentava occasione cruciale per far scagionare il carpentiere, da sempre dichiaratosi innocente. I suoi legali, che nella prima udienza del processo in Corte d’Assise d’appello a Brescia, avevano presentato una foto satellitare del campo di Chignolo d’Isola datata 24 gennaio 2011 (un mese prima del ritrovamento del corpo) avevano chiesto, con forza, nuovi accertamenti tra cui la superperizia sul DNA, da sempre invocata a gran voce anche dall’imputato.

    Telecamere vietate in aula, ma il secondo capitolo di questa controversa vicenda giudiziaria, tra le più imponenti di tutta la storia, ha tenuto banco nell’insanabile querelle innocentisti-colpevolisti.

    La difesa: “Leso un diritto”, ma per l’accusa giustizia è fatta

    Massimo Bossetti è rimasto impassibile durante la lettura della sentenza, per poi sciogliersi in un pianto misto di tensione e scoramento. “Si è assistito alla sconfitta del diritto”, ha commentato l’avvocato Claudio Salvagni, che ha preannunciato la decisione di un ricorso in Cassazione.

    Confermata sostanzialmente la richiesta fatta durante la prima udienza d’appello dal pg Martani, che aveva però invocato una pena in parte “riformata” rispetto al primo grado di giudizio: oltre all’ergastolo aveva chiesto anche la pena accessoria dell’isolamento diurno per sei mesi perchè Bossetti “aveva calunniato un collega per depistare”. Soddisfazione della parte civile, per cui “giustizia è stata fatta”.

    Processo d’appello in Corte d’Assise per Bossetti: le dichiarazioni del muratore

    “Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi, neanche un animale avrebbe usato tanta crudeltà”: è con queste parole che Bossetti ha ribadito la sua innocenza davanti alla Corte d’Assise d’appello di Brescia, parole con cui va via un altro pezzo di quel piccolo spiraglio di speranza che gli è rimasto per dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati.

    L’imputato ha poi detto di essere vittima del “più grande errore giudiziario di tutta la storia”, proseguendo per rivolgere direttamente un’affermazione al pubblico: “Io non sono un assassino, mettetevelo in testa”.

    “Quando i miei figli vengono a trovarmi mi chiedono: papà, quando torni a casa? Non c’è un altra porta per uscire? Ai miei figli dico: non uscirò da un’altra porta, uscirò a testa alta dallo stesso, immenso portone da cui sono entrato”.

    Massimo Bossetti innocente?

    La battaglia in aula si è innestata sull’attribuzione del profilo genetico di Ignoto 1 a Massimo Bossetti. Sulla traccia 31G20, in cui i periti hanno recuperato il DNA nucleare dell’uomo, manca la componente mitocondriale riconducibile all’imputato, cioè quella parte del materiale genetico che rimanda alla linea materna di un individuo. Il mitocondriale sarebbe di una persona sconosciuta, come sostiene da sempre la difesa, che non sarebbe mai entrata nell’inchiesta.

    Tra le tante clamorose ipotesi sul padre di Bossetti, c’è quella che Giuseppe Guerinoni fosse un donatore di sperma per procedure di fecondazione assistita. La stessa pratica a cui recentemente ha asserito di essere stata sottoposta, a sua insaputa, Ester Arzuffi, e dalla quale sarebbero nati Massimo Giuseppe e la sua gemella Laura Letizia Bossetti.

    Silvia Brena, quel DNA sul giubbino indossato da Yara

    Tra le carte in tavola, la difesa ha messo anche la traccia (di presunta natura ematica) di DNA di Silvia Brena, insegnante di ginnastica di Yara, trovata sul giubbino indossato dalla 13enne la sera della scomparsa. Non poteva trattarsi di un deposito di materiale genetico antecedente, hanno tuonato i legali di Bossetti, in quanto quel capo non era della vittima, che lo aveva indossato per la prima volta quella sera, in prestito da una cugina.

    Cosa ci facesse quel DNA sulla manica del giubbotto non è mai stato chiarito, dettaglio ancora più torbido, per la difesa, se si pensa che quella traccia (decisamente più forte rispetto a quella che avrebbe inchiodato Bossetti alle sue responsabilità) si trova molto vicina al punto di “torsione” della manica dell’indumento. La posizione di Silvia Brena, comunque, non è mai stata ritenuta critica dall’accusa.

    La sentenza di primo grado

    I giudici della Corte d’Assise di Bergamo avevano tolto a Massimo Bossetti la patria potestà sui tre figli. Il muratore fu invece assolto dall’accusa di calunnia ai danni di un ex collega, su cui aveva puntato il dito. Subito dopo la sentenza di primo grado, il suo avvocato Claudio Salvagni aveva dichiarato ai cronisti: “Una sentenza già scritta: in 45 udienze, in 60 faldoni, non abbiamo trovato nessuna certezza contro Massimo Bossetti. Non è una sentenza definitiva e una volta lette le motivazioni faremo appello. Bossetti era molto fiducioso nella giustizia, ora il contraccolpo è forte, ma ha la scorza dura e saprà reagire”.

    Il procuratore di Bergamo, Massimo Meroni, aveva lodato l’ottimo lavoro svolto dal pm Letizia Ruggeri, lo stesso magistrato su cui si sono inasprite le critiche più serrate della difesa. Su Bossetti pende in modo decisivo il test del Dna, per la Procura di Bergamo un dato dirimente nella risoluzione del giallo.

    Alcune ore prima del verdetto di primo grado in Corte d’Assise di Bergamo, Massimo Bossetti aveva rilasciato alcune dichiarazioni spontanee in aula di fronte ai giudici, ribadendo la sua innocenza. “Sarò un ingenuo, stupido, ma non sono un assassino. Se mi condannerete questo sarà il più grave errore giudiziario di questo secolo. Sono più che certo che si è verificato un errore sulla prova regina del Dna. Fatemi ripetere l’esame. Se fossi l’assassino sarei un pazzo a dirvi di ripetere l’esame”.

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    L’OMICIDIO DI YARA GAMBIRASIO

    Yara Gambirasio, una giovanissima 13enne di Brembate Sopra (un paese della provincia bergamasca) sparisce nel nulla quel maledetto 26 novembre 2010. Da quel giorno non si hanno più notizie… Dopo le ricerche, gli appelli disperati di amici e parenti, le false piste e le segnalazioni, vere o presunte, a tre mesi di distanza, il 26 febbraio 2011, tutte le speranze finiscono. Il cadavere di Yara viene ritrovato a Chignolo d’Isola, in un campo. Yara è morta. La scomparsa assume i contorni della tragedia, dell’omicidio. Ma Yara Gambirasio come è morta? È stata uccisa la stessa sera della sua scomparsa, come conferma l’autopsia effettuata dopo il ritrovamento del corpo. Uccisa poco dopo l’uscita dalla palestra, prima con un colpo in testa, poi con diverse coltellate, sei per la precisione. Yara è morta così, lasciata in fin di vita nel campo, ha avuto una fine straziante. Un altro atroce episodio di violenza sulle donne.

    Le indagini e le prove

    Agli inizi di giugno 2014 è stato eseguito il raffronto tra i campioni di DNA dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo. L’assassino sarebbe un figlio illegittimo di Giuseppe Guerinoni. Un risultato molto importante che conferma che il Dna della macchia di sangue trovata sui vestiti di Yara appartiene al figlio dell’autista Giuseppe Guerinoni di Gorno scomparso nel 1999 all’età di 61 anni: il muratore bergamasco Massimo Giuseppe Bossetti, il cui Dna corrisponderebbe con quello ritrovato sulla vittima. Un uomo tranquillo, che ama la sua famiglia e gli animali, secondo i vicini di casa. Il profilo genetico è stato analizzato e, per l’accusa, avrebbe dimostrato una compatibilità pari al 100%. Massimo Giuseppe Bossetti è un muratore originario di Clusone, nella provincia bergamasca e residente a Mapello. Una moglie e tre figli: un ragazzo, il primogenito, e due bambine. Il suo Dna coinciderebbe con quello ritrovato sul cadavere di Yara Gambirasio e non solo. Altri elementi coincidono secondo gli inquirenti: Mapello, luogo dove sono state indirizzate le prime ricerche e dove il cellulare di Yara si è connesso; la polvere da cantiere, le cui tracce sono state ritrovate sul corpo della giovane.

    Massimo Bossetti accusato di omicidio

    Secondo le ipotesi degli inquirenti, Massimo Bossetti avrebbe ferito la ragazza con “tre colpi al capo e plurime coltellate in diverse regioni del corpo”, abbandonandola poi agonizzante in un campo, causandone in questo modo la morte. Gli esami autoptici effettuati sul corpo della tredicenne avevano già stabilito come Yara avesse perso la vita a seguito del freddo e degli stenti; non per le ferite inferte dal suo aggressore. Stando alle indagini, il Dna di Massimo Giuseppe Bossetti mostrerebbe una “sostanziale assoluta compatibilità” con quello ritrovato sui leggings della ginnasta. Il DNA resta il fulcro dell’impianto accusatorio, a cui la difesa di Bossetti si è sempre opposta.

    Dolcetto o scherzetto?