Natale 2016

Violenza sulle donne e sui bambini: intervista a Anna Maria Galarreta di Pangea

Violenza sulle donne e sui bambini: intervista a Anna Maria Galarreta di Pangea
da in Violenza sulle donne
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    piccoli ospiti

    Nelle storie di donne che subiscono violenza quotidiana per mano dei loro conviventi o mariti, ci sono molto spesso delle vittime non secondarie: i bambini. Figli e figlie che ogni giorno vivono un clima di costante terrore e di sostanziale impotenza. Molte donne non denunciano proprio per la paura del loro futuro: al di fuori della casa del proprio maltrattante, dove andrebbero a vivere, come farebbero a mantenere i loro bambini? Spesso però, proprio i figli sono anche la spinta decisiva per uscire dalla spirale di soprusi. Ne abbiamo parlato con Ana Maria Galarreta della Fondazione Pangea, che dal 2008 è impegnata in Italia a sostegno delle donne vittime di violenza, con uno specifico programma di accoglienza e recupero del rapporto tra le madri e i figli che sono stati testimoni di violenza domestica. Grazie al progetto Piccoli Ospiti, presso i centri antiviolenza partner, i minori e le mamme vengono accolti e assistiti in un percorso per il superamento del trauma e iniziare una nuova vita.

    Chi si rivolge ai centri che supportate come Fondazione Pangea in Italia?
    La violenza è democratica – ci racconta Ana Maria Galarreta – non guarda in faccia nessuno, non si diversifica in base al colore della pelle, né alle condizioni sociali o economiche, né all’appartenenza religiosa. 7 milioni 134 mila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica, secondo i dati Istat, le forme più diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica (30,7%) e la svalorizzazione (23,8%), seguono le intimidazioni nel 7,8% dei casi. La fascia d’età nella quale è più diffusa la violenza domestica è quella tra i 27 a 47 anni ma esistono casi di donne che anche a 60 anni, quando i figli lasciano casa, si decidono ad abbandonare il loro marito e compagno di vita violento dopo aver subito violenza psicologica e fisica per decenni.

    Cosa spinge le donne a non denunciare il loro aggressore?
    Il maltrattante mette in atto un lavaggio del cervello costante, tale da decidere lui chi sei e cosa fai. Spesso sono coinvolte anche donne che hanno smesso di lavorare perché l’uomo le vuole sottomesse totalmente alla sua volontà. Frasi come ‘non vali nulla’ o peggio ancora ‘non sei una buona mamma’ o ancora ‘ ho conosciuto donne migliori di te’, ripetute ogni giorno convincono la donna di essere il problema, diventando tremendamente insicure e di conseguenza, se sono presenti bambini, mamme a metà.

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    Che programmi mettete in atto per salvaguardare le donne vittime di violenze che hanno anche un figlio?
    Dal 2008 Pangea lavora in Italia mettendo in pratica un sostegno mirato con assistenza legale e psicologica cercando di recuperare il rapporto madre – figlio. I bambini che hanno subito violenza diretta o indiretta vedono la madre repressa, insicura, che ha paura, mentre è importante che i figli ritrovino la fiducia nella figura materna. I bimbi interiorizzano il trauma diventando più facilmente in futuro un uomo violento o una donna che subisce con più facilità situazioni di violenza. Con i nostri programmi cerchiamo di armonizzare nuovamente i rapporti attraverso attività ludiche come corsi di ceramica, di disegno, di giardinaggio, dove i bambini, insieme alle loro madri, sono aiutati da psicologhe, pedagoghe, educatrici ed operatrici di genere.

    I bambini sono spesso confusi tra l’ammirazione per il padre e la voglia di proteggere la madre.
    Questi bambini perdono la loro infanzia, diventano presto degli ‘ometti’, confusi tra due sentimenti: l’ammirazione per il padre forte, che comanda tutta la famiglia come un capo branco, e la voglia di proteggere la mamma dalle violenze. Spesso hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri bambini, vanno male a scuola, sono a loro volta violenti e si sentono impotenti di fronte alla loro violenza quotidiana.

    Abbiamo avuto bambini di 5/6 anni che dicevano di voler diventare degli eroi per salvare la loro mamma. Nei nostri centri con i programmi di cui parlavamo prima riusciamo a ricostruire dei nuclei familiari spezzati dalla violenza, dopo qualche mese le mamme riacquistano la loro autostima, riprendendo il contatto con la realtà, e i bambini tornano ad essere tali.

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    Ci sono anche dei problemi legati all’aspetto legale quando subentra un bambino in queste situazioni violente.
    In Italia non esiste una legislazione sulla violenza assistita. Finché non viene emessa la sentenza definitiva, il padre può vedere il figlio, anche attraverso degli incontri protetti. In queste occasioni spesso capita che faccia leva sul bimbo per avere informazioni sulla madre, sulla sua vita privata, e spesso porta il bambino a fare passi indietro nel processo di recupero, mettendo in dubbio la figura delle operatrici, riportandolo in uno stato confusionale. Non esiste purtroppo una vera e propria cultura della violenza, che deve comunque essere individuata a più livelli, e per questo è necessario fare formazione agli insegnanti, alle maestre, al personale dei tribunali e dei servizi sociali e alle forze dell’ordine, per riconoscere immediatamente situazioni sospette e intervenire in modo efficace. In questo senso basterebbe prendere esempio dall’estero, dalla legge Zapatero del 2004 in Spagna, legge che garantisce, tra l’altro, sistemi di tutela e sensibilizzazione in tutti i settori, inasprimento delle pene, sospensione della patria potestà per i colpevoli, sostegni economici per le vittime, interventi tempestivi ed iter giuridici brevi.

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