Vietare il velo non è discriminazione: la sentenza del tribunale di Milano che fa discutere

Il tribunale di Milano ha respinto il ricorso contro una delibera della Regione Lombardia che vieta burqa e niqab in ospedali e pubblici uffici. Per il giudice non è discriminazione, ma una decisione che ha un fine legittimo di pubblica sicurezza, un 'sacrificio' oltre il significato del velo islamico per le donne musulmane.

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    Vietare il velo non è discriminazione: la sentenza del tribunale di Milano che fa discutere

    Vietare il velo islamico negli ospedali e negli uffici pubblici non è discriminazione: lo ha stabilito il tribunale di Milano, respingendo il ricorso presentato da quattro associazioni per i diritti degli immigrati contro la delibera della Regione Lombardia che vieta veli e burqa nei luoghi pubblici. Per il tribunale, dunque, nessun atto discriminatorio ma semplicemente una decisione finalizzata alle emergenti ragioni di pubblica sicurezza. Nella sentenza di rigetto, infatti, si precisa che il divieto è interpretato nella sua “oggettività”, con una finalità legittima individuata al di là del significato del velo islamico per la religione musulmana. Una sentenza che fa discutere, ma per il giudice Martina Flamini è un sacrificio “proporzionato”, in quanto obbliga per il solo tempo di accesso e permanenza nei luoghi pubblici.

    Divieto di indossare il velo islamico, la decisione del giudice di Milano

    Quattro associazioni per i diritti degli immigrati avevano presentato un ricorso contro la delibera della Regione Lombardia del 10 dicembre 2015, ritenuta “discriminatoria” in quanto, richiamando la legge 153/1975 (articolo 5), vieta l’uso di qualunque mezzo renda “difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo”. All’interno di questo divieto è compreso l’uso di burqa e niqab, alcune delle forme di velo islamico più comuni tra le donne di fede musulmana. Un ricorso rigettato dalla sentenza del tribunale di Milano, che ha stabilito la legittimità del divieto in quanto finalizzato alla “necessità di garantire l’identificazione e il controllo” per questioni di pubblica sicurezza. La stretta della Regione Lombardia intorno all’ingresso a volto coperto negli uffici pubblici e negli ospedali deriva dall’ormai quotidiano allarme terrorismo e, come ha specificato la sentenza, ha una sola finalità che è quella di preservare la sicurezza dei cittadini.

    Il giudice che ha rigettato il ricorso, Martina Flamini, ha comunque riconosciuto che il divieto di indossare il velo islamico costituisce per le donne musulmane un sacrificio rispetto al loro credo religioso, tuttavia giustificato da un fine legittimo che è necessario perseguire durante accesso e permanenza nei luoghi pubblici.

    Burqa e niqab vietati nei luoghi pubblici, la sentenza fa discutere

    Per il legislatore regionale, così come per il giudice che ha respinto il ricorso contro il divieto di indossare il velo, non si tratta quindi di una discriminazione rispetto a una fede religiosa ma di una vera e propria necessità sociale. Non sono dello stesso avviso le associazioni che avevano chiesto di dichiarare l’atto “discriminatorio”, Asgi, Naga, Apn e Fondazione Piccini, secondo cui si tratta di una restrizione che affonda le sue radici in un pensiero di diffidenza e non rispetto delle altre culture. Ma per la I sezione civile del tribunale di Milano le motivazioni del ricorso non sussistono. Non siamo i primi però a legiferare in tal senso. Nel 2005 la Corte di Strasburgo aveva stabilito come legittima la “rimozione del turbante o del velo per permettere i controlli negli aeroporti”.