Una strage di donne per salvare l’onore: il 18 marzo 1994 furono uccise Marilena Bracaglia, Maria Teresa Galluccio e Nicolina Celano

Una strage di donne per salvare l’onore: il 18 marzo 1994 furono uccise Marilena Bracaglia, Maria Teresa Galluccio e Nicolina Celano
da in La mafia è Donna
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    Maria Teresa Galluccio

    Marilena Bracaglia aveva ventidue anni il 18 marzo del 1994, era una brillante studentessa di architettura ma quella mattina non ne voleva sapere di svegliarsi e così fra le 9 e le 10 era ancora sotto le coperte di quel divano-letto nel soggiorno che la ospitava ormai da diverse settimane. È figlia di emigrati dalla Calabria e una zia, di cui forse prima a stento ricordava il volto, li aveva raggiunti a Genova da qualche mese, insieme all’anziana nonna.

    Maria Teresa Gallucci, così si chiamava quella zia che le aveva “invaso” casa, era rimasta una bella donna nonostante avesse avuto una vita difficile: a soli 25 anni era rimasta vedova perché il marito muratore era volato dal quarto piano di un edificio in costruzione e quindi aveva dovuto crescere da sola i suoi tre figli. Fu solo madre, premurosa e attenta, e non più donna almeno fino ai 40 anni, quando – cresciuti ormai i suoi ragazzi – riscopre improvvisamente l’amore grazie ad un commerciante molto più giovane di lei.

    A Rosarno, piccolo comune della Piana di Gioia Tauro, come forse in qualsiasi piccola comunità del mondo o almeno dell’Italia, un amore, seppur clandestino, fra una vedova e un ragazzo molto più giovane diventa facilmente uno scandalo di cui chiacchierare e sparlare e così il figlio di Maria Teresa, Francesco Alviano, ventitrenne, doveva recuperare la faccia di fronte al paese. Rimasto sin dall’età di 5 anni senza padre, Francesco è un ragazzo cresciuto in fretta per la responsabilità di sostituirlo il più presto possibile. Forse proprio per quella voglia di bruciare le tappe o forse per il peso della responsabilità di essere il primogenito su cui la madre confidava per dare un futuro alla famiglia, forse per il desiderio di prendersi quello che la vita gli ha negato, egli si era infatti avvicinato ad ambienti malavitosi e aspirava ad entrare nella ‘ndrangheta. Quella ‘ndrangheta di fronte alla quale doveva recuperare l’onore.

    Così la sera del 4 novembre 1993 Francesco Alviano ferisce barbaramente Francesco Arcuri, l’amante della madre, con nove colpi di pistola diretti al basso ventre: con i genitali spappolati e un’emorragia deflagrante l’uomo muore dopo un’agonia di undici giorni. I parenti della vittima, sono, però, anch’essi vicini alla ‘ndrangheta e sulla tomba di Arcuri giurano vendetta, ma la legge delle cosche calabresi parla chiaro «chi uccide per onore non può essere punito, neanche se a morire è uno ‘ndranghetista» e oramai il giovane Alviano è organico alla cosca Pesce e ucciderlo vorrebbe dire scatenare una guerra contro i padroni di Rosarno.

    La salvezza del vendicatore passa, allora, per la morte della donna infedele, come vuole la legge d’onore, e quindi Francesco, per tener fede al giuramento mafioso, deve uccidere la madre con le proprie mani.

    Così Francesco Alviano si reca a Genova, dove intanto la madre si era rifugiata dopo l’agguato al compagno insieme alla madre ultrasettantenne, Nicolina Celano, e la mattina del 18 marzo del 1994, tra le nove e le dieci, compie la strage. La prima a morire è Maria Teresa non appena apre la porta di casa, poi tocca alla giovane Marilena, fulminata nel sonno con due pallottole alla testa e ultima la nonna, accorsa in soggiorno in pigiama e ancora a piedi nudi per il trambusto.

    Il giovane ma spietato killer, però, ha l’obbligo di firma in caserma a Rosarno per altri reati commessi e, benché per compere i 1.100 chilometri che separano la riviera genovese dalla piana reggina ci vogliano solitamente almeno fra le 11 e le 12 ore, alle diciannove e trenta del 18 marzo, riesce a presentarsi, freddo e impenetrabile, dai Carabinieri. Lo arrestano subito, ma gli indizi sono insufficienti e l’ottobre successivo le indagini vengono archiviate. Nel 2012 la collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce, ex componente dell’omonima cosca di Rosarno, rivelerà che «sono stati Domenico Leotta e Francesco Di Marte», perché «doveva farlo Francesco (Alviano, ndr), ma non se la sentì. E allora lo fecero loro». Sta di fatto che ventuno anni dopo ci sono ancora tre cadaveri di donna a cui la Repubblica Italiana non ha saputo dare giustizia.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN La mafia è Donna Ultimo aggiornamento: Mercoledì 18/03/2015 13:24
     
     
     
     
     
     
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