Natale 2016

Tita Buccafusca, vittima della ‘ndrangheta prima che di se stessa

Tita Buccafusca, vittima della ‘ndrangheta prima che di se stessa
da in La mafia è Donna
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    Tita Buccafusca

    Il cancro è una malattia che genera autonomamente il nostro corpo: non è un virus o un batterio che arriva dall’esterno e ci attacca. Il cancro è un tessuto, una cellula di noi che impazzisce e comincia a corroderci dall’interno. È sempre stato lì, è nato insieme a noi, lo abbiamo addirittura generato noi: fino a qualche giorno prima stava lì “buono” e poi da un momento all’altro diventa il nostro principale nemico. Il cancro è una parte di noi che ci ruba la vita e ci uccide con una sofferenza che nessun altro saprebbe mai infliggerci, se non noi stessi.

    Tita Buccafusca

    Le mafie allora non sono solo un cancro della società, ma sono anche un cancro delle persone: hanno la stessa capacità di uccidere, corrodere, stremare gli uomini e le donne che, in qualche modo, ne fanno parte. E non ci si può fermare alla convinzione che sia sufficiente tenersi alla larga da quell’ambiente per non ammalarsi, perché il cancro, se vuole, ti prende e ti trascina nella sua sofferenza, presentandosi sotto le migliori sembianze: l’amore, ad esempio.

    A Tita Buccafusca, all’anagrafe Santa, figlia di una famiglia di pescatori “per bene”, il cancro si presentò quando aveva solo 15 anni, nel 1989, sotto forma di un uomo, ma ci mise molto tempo a palesarsi come un male e ancora di più a ucciderla. Quell’uomo era Pantaleone Mancuso, detto “Luni Scarpuni”, uno dei capimafia più potenti della ‘ndrangheta calabrese. Tita si innamorò di quell’uomo e soltanto un altro amore, ancora più grande, avrebbe potuto farle capire che il suo Luni era il male e l’avrebbe trascinata con la forza verso la morte. Ma ormai sarebbe stato troppo tardi.

    A nulla servì l’arresto del padre, un uomo “per bene” finito nelle maglie della malavita proprio a causa di quel suo amore sbagliato, la morte della madre straziata per la sorte che sarebbe toccata alla figlia, gli anni di solitudine mentre Luni, ormai ai vertici della criminalità organizzata calabrese, era rinchiuso in carcere. E non era certo lo status di imprenditrice o i conti in banca a far restare Tita fedele a quell’uomo, quanto l’amore nei suoi confronti. Altrimenti non avrebbe sopportato di cadere, per colpa di quell’uomo, in una profonda depressione che nel 2008 la portò a ben due ricoveri nell’ospedale psichiatrico di Polistena. Altrimenti non avrebbe aspettato la sua scarcerazione per sposarlo e mettere al mondo un figlio.

    Un figlio, quell’unico amore che le avrebbe permesso di mettere in secondo piano l’amore per il marito e togliere dai suoi occhi quella patina che le offuscava la vista.

    Ma soprattutto quell’amore che l’avrebbe portata ancora più rapidamente verso la morte. Fu, infatti, proprio la nascita di suo figlio e la voglia di offrirgli un futuro migliore rispetto a quello che era toccato a lei che la convinse a cambiare vita, a denunciare e a collaborare con la giustizia.

    Tutto quello che ha fatto, o che non ha fatto, Tita di sicuro l’ha fatto per amore. E non a caso è proprio il giorno di San Valentino del 2011, con in braccio il figlio, si è recata alla stazione dei Carabinieri di Nicotera Marina per denunciare se stessa, il marito e uno dei più potenti e sanguinari sistemi criminali.

    Ma Tita non si è limitata a denunciare: ha voluto sfidare il marito e, protetta dagli agenti, gli telefonò per dirgli che avrebbe cambiato vita, che avrebbe collaborato con la giustizia, che lo avrebbe mandato in galera, questa volta per sempre. Forse, però, quello fu un altro, l’ultimo, gesto d’amore verso Luni: Tita probabilmente voleva convincerlo a seguirla in questa ribellione, voleva metterlo di fronte alla difficile scelta fra la sua nuova e la sua vecchia famiglia.

    Anche un carrarmato, se avesse la coscienza, sarebbe indebolito più di tutto dai sensi di colpa, che hanno il potere di immobilizzare chiunque debba fare una scelta. E furono proprio i sensi di colpa a fermare Tita poco prima di firmare le sue deposizioni. Anche se si è convinti a voler cambiare vita, denunciare l’uomo che si è amato e che forse si amerebbe ancore se solo quell’amore non fosse pericoloso per il proprio figlio non è una scelta facile.

    Cosi Tita rimase in preda ad un estenuante conflitto interiore: un giorno firmò solo la prima pagina del verbale di deposizione, che rimase a metà proprio come la sua vita, il giorno dopo tornò a casa dal marito, finché il 16 aprile 2011 non decise di uccidersi ingerendo l’acido muriatico e il 18 aprile morì.

    L’acido muriatico sì, quello sì che corrode davvero dentro: come la solitudine, come la paura, come il senso di colpa, come l’incertezza, come il cancro, come il cancro della mafia.

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