Natale 2016

Sudan, il dramma del parto in catene per Meriam

Sudan, il dramma del parto in catene per Meriam
da in Cronaca, Violenza sulle donne
Ultimo aggiornamento:

    Sudan: Meriam Yahya

    Sudan, il dramma del parto con le gambe in catene per la giovane Meriam Yahya Ibrahim Ishag. Un dramma nel dramma che non sembra avere mai fine per la ragazza sudanese al centro delle cronache e della solidarietà internazionale da alcuni mesi per le enormi ingiustizie di cui è stata vittima. Il parto in carcere, con le gambe incatenate è solo l’ultima delle terribili sofferenze.

    Meriam Yahya Ibrahim Ishag è una donna 27enne sudanese, madre di due figli. Il suo unico “grave” errore? Innamorarsi di un uomo del Sudan del sud e di religione cattolica. Amore che l’ha convinta a volerlo sposare e ad abbandonare la sua religione, l’Islam, a convertirsi. Per questo, per questa conversione considerata un tradimento inaccettabile dai suoi connazionali, Meriam Yahya Ibrahim Ishag è stata condannata a morte. Processata e condannata alla pena capitale per apostasia, cioè per aver rinnegato la sua fede, e a essere frustata per adulterio.

    Un caso che ha mosso gli animi e le coscienze di mezzo mondo. Una storia come tante, ancora. Una storia di terribili ingiustizie e innaturali sofferenze, che sembrava avere un lieto fine. La Corte d’Appello, su ricorso dei legali della donna, annulla la prima sentenza. Meriam Yahya Ibrahim Ishag è libera, l’incubo sembra finito.

    Giusto il tempo di sfiorare la libertà per essere di nuovo arrestata, il giorno dopo il rilascio all’aeroporto di Khartum dove la donna si stava imbarcando su un volo per gli Stati Uniti con il marito, Daniel Wavi sudanese con cittadinanza Usa e il figlio.

    Il parto con le gambe legate

    L’incubo senza fine, nei racconti della sua protagonista ha assunto contorni ancora più preoccupanti e agghiaccianti quando Meriam è stata costretta a partorire la sua seconda figlia in carcere, in condizioni davvero disumane, che teme possano avere compromesso lo stato di salute e la capacità di deambulare senza problemi della piccola. Una donna incinta all’ottavo mese rinchiusa in una cella, ma non solo. Meriam Yahya Ibrahim Ishag il 27 maggio 2014 ha partito legata. Ma non legata per le braccia, con le manette ai polsi; con le gambe incatenate. Tanto costrette da avere un’apertura limitata, che ha reso il parto più difficile e rischioso, soprattutto per la salute della sua bimba.

    Ora, con il terrore e l’orrore negli occhi, Meriam Yahya Ibrahim Ishag è di nuovo una donna libera. O almeno si spera. Dopo il recente nuovo rilascio, è stata messa in salvo nell’ambasciata Usa in Sudan e da lì portata al sicuro in un luogo segreto.

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