Strage di Via d’Amelio, 25 anni fa l’uccisione del giudice Paolo Borsellino: gli interrogativi rimasti aperti

25 anni fa, il 19 luglio 1992 il magistrato anti mafia Paolo Borsellino venne ucciso insieme ai 5 agenti della scorta: una fiat carica di esplosivo saltò in aria in via D’Amelio a Palermo davanti al civico 21, dove il giudice si era recato per andare a trovare sua madre. Ancora gli interrogativi aperti, a partire dai mandanti e i moventi dell’attentato compiuto da Cosa Nostra 57 giorni dopo la strage di Capaci.

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    Strage di Via d’Amelio, 25 anni fa l’uccisione del giudice Paolo Borsellino: gli interrogativi rimasti aperti

    25 anni fa la strage di Via D’Amelio: era il 19 luglio 1992 quando Cosa Nostra uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta facendo saltare in aria una Fiat 126 con cento chili di tritolo saltò in aria in via D’Amelio a Palermo, all’altezza del civico 21.

    57 giorni dopo la strage di Capaci in cui morì il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, venne inferto un altro duro colpo alla lotta anti mafia. Purtroppo ancora oggi sono molti gli interrogativi su una delle pagine nere della storia italiana.

    Borsellino quel giorno andò in Via D’amelio a fare visita alla madre scortato dai 5 agenti, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Una fiat rubata e parcheggiata lì davanti alle 16.58 saltò in aria: nessuno di loro rimase vivo. 25 anni dopo purtroppo pendono ancora pesanti interrogativi, a partire da chi siano stati i mandanti esterni. L’unico punto fermo, a distanza di un quarto di secolo e dopo un numero incalcolabile di depistaggi, è l’ergastolo per i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino inflitto ad aprile dalla Corte d’assise di Caltanissetta alla fine del processo Borsellino quater.

    Le foto della strage di Via d’Amelio

    Borsellino avrebbe dovuto testimoniare nel processo per l’uccisione di Falcone

    Paolo Borsellino è morto senza poter trasferire le sue conoscenze sulla morte del grande amico e giudice Giovanni Falcone, avvenuta il 23 maggio 1992. Aspettava di essere chiamato dal procuratore di Caltanissetta, titolare delle indagini sulla strage di Capaci. Ma Giovanni Tinebra, capo dei pm del capoluogo nisseno, non lo chiamò mai, eppure Borsellino aveva fatto intendere di “aver compreso”, che sapeva cose importanti che avrebbero potuto ricondurre a nomi e a fatti. Per questo nelle ultime interviste Borsellino diceva sempre che “aveva fretta”, quasi come se sapesse che avrebbe dovuto trasferire presto le sue conoscenze perché presto lo avrebbero messo a tacere.

    Paolo Borsellino aveva chiaro il motivo dell’assassinio di Falcone

    Non aveva i nomi e i cognomi dei responsabili della strage di Capaci, ma Borsellino aveva capito che era stato un eccidio di natura preventiva, ossia un atto intimidatorio per far smettere le indagini su Cosa Nostra, che evidentemente si erano spinte talmente avanti da scoprire cose importanti, a partire dalla collusione con la politica. In questo senso l’uccisione di Borsellino è stata compiuta per non far continuare le indagini iniziate da Falcone.

    Assolti i presunti mandanti della strage di Via d’Amelio

    Il 13 luglio la corte d’Appello di Catania ha assolto gli imputati accusati di strage per l’attentato di via D’Amelio: dopo le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, i magistrati catanesi celebravano il processo di revisione delle condanne, alcune delle quali all’ergastolo, emesse a Caltanissetta a carico di 9 persone coinvolte ingiustamente nel delitto.

    La scomparsa dell’Agenda Rossa

    Tra i depistaggi che ancora non hanno dato risposte alla strage di Via d’Amelio su mandanti e moventi, rimane un altro interrogativo: dov’è finita l’Agenda Rossa, il diario dove Borsellino annotava intuizioni, spunti e ipotesi d’indagine evidentemente fondamentali per decriptare quanto stava succedendo tra la fine della Prima Repubblica l’inizio della Seconda. Un’agenda con gli appunti di una vita, del lavoro fatto, in corso di svolgimento e ancora da fare.

    L’agenda di Borsellino è stata anche oggetto dell’audizione del 14 giugno in Commissione parlamentare antimafia. Davanti alla presidentessa Rosy Bindi e qualche parlamentare si sono presentati il capo della Procura di Caltanissetta Amedeo Bertone, i procuratori aggiunti Lia Sava e Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani.

    La testimonianza del pentito Gaspare Spatuzza

    La testimonianza di Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia, ha portato all’individuazione dell’esecutore materiale della strage. A premere il telecomando dell’autobomba fu il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano. Spatuzza si è inoltre autoaccusato del furto della Fiat 126 che il 19 luglio del 1992, imbottita di esplosivo in via D’Amelio, causò la morte di Paolo Borsellino.

    Borsellino e Falcone: eroi che hanno combattuto la mafia

    Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati grandi amici e soprattutto colleghi: i primi due magistrati del pool antimafia che dettero l’avvio al maxiprocesso di Palermo nei confronti di Cosa Nostra conclusosi il 19 dicembre 1987 e che portò all’arresto di 360 persone. Furono gli anni in cui si susseguirono i terribili eccidi del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, Giuseppe Montana, Ninni Cassarà e Rocco Chinnici.

    Due vite intrecciate, uno stesso destino. Entrambi nati a Palermo, Giovanni il 20 maggio 1939, Paolo 8 mesi dopo, il 19 gennaio. Ed entrambi crebbero nella Kalsa, l’antico quartiere di origine araba di Palermo. Entrambi sono morti da eroi per combattere la mafia.

    Paolo Borsellino a differenza di Falcone, ha lasciato anche un’eredità tangibile: i suoi 3 figli, Lucia, Manfredi e Fiammetta.

    Dolcetto o scherzetto?