Natale 2016

Santa Puglisi fu uccisa a 22 anni da un killer di 18: erano consapevoli di morire e di uccidere?

Santa Puglisi fu uccisa a 22 anni da un killer di 18: erano consapevoli di morire e di uccidere?
da in La mafia è Donna
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    Santa Puglisi

    Ventidue anni sono troppi pochi per indossare l’abito a lutto. Ventidue anni forse sono troppi pochi perfino per essere sposati. Eppure il 28 agosto del 1996 Santa Puglisi, a soli ventidue anni, era già moglie e vedova di mafia. In quel mondo, infatti, il matrimonio non è sempre una scelta, spesso è un’imposizione per sancire un’alleanza fra famiglie, fra clan, fra traffici, fra crimini. Santa era la figlia di Antonino Puglisi, capo della cosiddetta cosca “Da Savasta”, protagonista di tante faide senza fine, e non sapeva che quello sarebbe stato il suo ultimo giorno. Ventidue anni sono, di sicuro, troppi pochi per morire.

    Quella mattina, come ogni mattina da ormai diversi mesi, Santa si era recata al cimitero di Catania per portare fiori freschi sulla tomba del marito Matteo Romeo, ucciso il 23 novembre dalla mafia. In una di quelle faide che proprio lui stesso e suo suocero avevano più volte contribuito a scatenare. E anche quel giorno, nonostante il caldo afoso di fine agosto, Santa non aveva voluto rinunciare a quella sua rituale cerimonia quotidiana.

    Un killer, solitario, l’ha colpita prima alle spalle e poi l’ha voluta oltraggiare, sparandole un secondo colpi in pieno volto. Ma poco distante dalla cappella della famiglia Puglisi lo scenario è ancora più agghiacciante: in un viale isolato del cimitero c’è riverso a terra il corpo senza vita di un bambino di 14 anni. E’ il cadavere di Salvatore Botta, nipote del boss Antonino. Aveva accompagnato Santa al cimitero, insieme alla sorellina di appena 12 anni, ed era colpevole di aver visto il sicario in volto. Così quel 27 agosto il suo corpo fu trovato senza vita, scomposto nel vano tentativo di fuggire alla morte. Fortunatamente almeno la sorellina sarà risparmiata alla furia omicida: forse uccidere una bambina di dodici anni è troppo perfino per un killer di mafia.

    Salvatore Botta

    «I capimafia detenuti hanno sempre tenuto contatti con l’esterno attraverso le loro donne. Ora abbiamo segnali che ci fanno ritenere che alcune di queste donne abbiano assunto un ruolo attivo, non più di semplici messaggere», disse l’allora Procuratore della Repubblica a Catania, Mario Busacca. «E’ possibile – concluse – che Santa Puglisi fosse una di loro».

    L’omicidio di Santa Puglisi è, infatti, l’ultimo capitolo di una faida tutta al femminile cominciata il 15 luglio di due anni prima con l’omicidio nel centro della città di Liliana Caruso, di soli 28 anni, e di sua madre Agata Zucchero, rispettivamente moglie e suocera di Riccardo Messina, un pentito che con le sue confessioni stava mettendo in ginocchio proprio il clan di Antonino Puglisi (tanto è vero che proprio Domenica Micci, moglie di Puglisi, e Santa Vasta, moglie del braccio destro del boss, avevano minacciato la giovane Liliana di morte).

    Il clan Puglisi, inoltre, era una vera e propria “cosca matriarcale”: lo stesso boss Antonio era conosciuto da tutti come “U figghiu de Savasta”. Savasta era il cognome della madre, donna forte, autoritaria, al punto da riuscire a imporre, già nel dopoguerra in Sicilia, il proprio nome alla discendenza.

    L’omicidio di Santa Puglisi e del piccolo Salvatore Botta, però, non è la vendetta di Riccardo Messina, ma di un altro pentito: Giuseppe Ferone, che ha usato la collaborazione con lo Stato solo per compiere fino in fondo la sua vendetta contro coloro che avevano ammazzato suo padre e suo figlio.

    A testimoniarlo è stato proprio il killer: Giuseppe Ravalli, nipote del Ferone, che all’epoca era un ragazzo di appena 18 anni. «Mio zio – raccontò ai magistrati – mi disse che dovevo essere io a sparare per vendicare mio cugino Enzo e mi diede una pistola con il silenziatore già montato. Mi diceva in continuazione che dovevamo vendicarci, che era un dovere di tutta la famiglia. In alcuni momenti mi faceva persino paura. E mi disse che dovevo ammazzare tutti quelli che erano assieme a Santa Puglisi. Voleva che Nino Puglisi provasse la stessa sofferenza che aveva sentito lui quando gli avevano ucciso il figlio».

    Se ventidue anni sono di sicuro troppi pochi per morire, diciotto lo sono per uccidere. Resta da capire quanto fossero consapevoli: l’una di morire, l’altro di uccidere.

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