Sacchetti biodegradabili al supermercato: è giusto pagarli?

Si tratta della domanda più in voga del momento: tra bufale e verità, è bene fare un po' di chiarezza su cosa ha prodotto questa 'svolta' invisa a migliaia di consumatori italiani. E mentre i social traboccano di false informazioni e consigli dell'ultimo minuto per aggirare il costo dei sacchetti, c'è chi si trova dall'altra parte della barricata e prova a parare i colpi di una rivolta popolare a suon di 'sentito dire'.

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    Dal 1° gennaio 2018, sacchetti biodegradabili a pagamento al supermercato: è giusto o no? La domanda risuona come un mantra e alimenta il fuoco di una querelle che sembra dura a spegnersi nel breve periodo. Non sarà facile sopire il vento di protesta per un provvedimento che, come tanti altri, sembra subire l’effetto distorsione di bufale che si rincorrono in rete. E tra una battuta ironica sui social e l’altra, migliaia di italiani si trovano faccia a faccia con una realtà che non tutti vogliono accettare.

    Sacchetti bio a pagamento: è caos tra i commercianti e consumatori

    Probabilmente si tratta della ‘manovra’ più incisiva per i cittadini, di quelle che toccano direttamente le tasche senza passare per scartoffie e burocrazia. Proprio per questo sembra aver avuto una risonanza che non tutti si aspettavano o, meglio, non in questi termini, con vere e proprie polemiche fin dentro i punti vendita.

    Già, perché dall’entrata in vigore della norma, il 1° gennaio scorso, social e salotti Tv traboccano della questione, che tra analisi puntuali e bufale pungenti si fa strada nella mente dei contribuenti come un ulteriore sopruso ai danni dei poveri cittadini. Ma è davvero così?

    Sacchetti biodegradabili: l’imballaggio si è sempre pagato

    Molti credono che si tratti di un intervento invasivo nell’economia delle famiglie italiane, cui il costo dei sacchetti graverà sul bilancio domestico per un importo stimato che varia dai 4 ai 12 euro all’anno per nucleo familiare.

    Non tutti, però, sanno che in realtà il prezzo dei sacchetti biodegradabili viene ‘da lontano’, affonda cioè la propria origine in un costo che era già sulle spalle del consumatore.

    Stiamo parlando del cosiddetto ‘imballaggio’ della merce, da sempre incluso nel prezzo finale somministrato al cliente: frutta e verdura confezionate costano di più dei prodotti sfusi, perché si paga, appunto, la confezione. Si trattava, però, di un prezzo non percepito.

    La normativa della discordia: sacchetti biodegradabili compostabili monouso

    I sacchetti sono a pagamento non solo per frutta e verdura, ma anche per pesce e farmaci. La direttiva europea 2015/720/UE, recepita dall’Italia, inerisce alla commercializzazione di sacchetti biodegradabili compostabili monouso per ridurre l’utilizzo di plastiche dannose per l’ambiente.

    Si tratta di bioshopper in materiale ultraleggero, con spessore della singola parete inferiore a 15 micron. Ma se è vero che vengono proposti come soluzione usa e getta, non significa che il loro riutilizzo sia impossibile.

    Possono essere riutilizzati, infatti, come sacchetti per l’umido, avendo cura di posizionare lo scontrino sui manici e non sulla busta per rendere più agevole la sua asportazione prima dello smaltimento.

    Qual è il costo effettivo dei sacchetti?

    Il costo dei sacchetti è variabile, da 2 a 3 centesimi per la grande distribuzione a un massimo di 5-7 centesimi. Secondo i calcoli, ogni famiglia potrebbe spendere all’anno, mediamente, dai 5 ai 7 euro in più, 12 euro secondo alcune stime, fino a 50 euro secondo il calcolo meno roseo del Codacons.

    Obiettivi e impatto ambientale

    Ma se Codacons parla di ‘tassa occulta a carico dei consumatori’, Legambiente è di tutt’altro avviso sulla questione: “L’innovazione ha un prezzo”, sostiene, in vista di un progressivo abbattimento dell’impatto di materiali pericolosi sull’ambiente.

    Secondo quest’ottica, si potrebbe correre ai ripari rispetto al costo dei sacchetti biodegradabili e virare su soluzioni già attive in molti altri Paesi europei. Tra queste, una di sicuro interesse è quella della ‘retina’ la borsa a rete (‘net bag’) di materiale plastico o corda.

    Lo scopo principale è ridurre l’uso dei sacchetti, come accaduto per quello della plastica, che in 5 anni si stima essere calato di circa il 50%.

    Le soluzioni fai da te che spopolano in rete

    ‘Fatta la legge, trovato l’inganno’, recita un famoso detto. Così, i più ‘scaltri’ tra i consumatori hanno dispensato una marea di consigli online a chiunque volesse rimediare con soluzioni fai da te, evitando così l’antipatico costo del sacchetto bio.

    Tra questi suggerimenti, uno sembra aver ottenuto maggiore consenso tra gli internauti, ma nasconde un lato della medaglia non del tutto favorevole al cliente: l’etichettatura del singolo frutto, ad esempio.

    In questo modo, secondo alcuni si aggirerebbe l’eventualità dell’addebito del costo per la busta monouso, costo che viene applicato proprio al momento dell’etichettatura: se si appone un’etichetta su ogni singola mela, si andrà a pagare il prezzo di un sacchetto per ogni frutto etichettato.

    Le bufale che ingannano i consumatori

    Non potevano mancare, tra le accese critiche alla norma, anche una serie di false informazioni sul provvedimento che hanno prodotto un esacerbarsi dei toni e una sorta di ‘battaglia etica’ contro la legge.

    Tra queste, una su tutte ha generato deformazioni nella comprensione del reale impatto di quanto in vigore da pochi giorni nei supermarket di tutta Italia: la bufala sul ‘favore all’amica di Matteo Renzi’.

    Intorno alla sua figura, nelle ultime ore, si è scatenato uno stillicidio di accuse e teorie che godono di vita propria, indipendente da ogni razionale e veritiera spiegazione dei fatti.

    Si tratta di Catia Bastioli, amministratrice delegata del gruppo Novamont, produttore del Mater-Bi, materiale con cui circa 150 aziende italiane confezionano i sacchetti biodegradabili oggetto della norma.

    Su queste accuse, definite ‘oltraggiose’ dalla destinataria, Legambiente non ha dubbi e precisa che si tratta di bufale senza fondamento, in virtù del fatto che in Italia si possano acquistare bioplastiche da decine di aziende della chimica verde.

    La risposta del ministero della Salute: “Sì al sacchetto da casa, ma solo se nuovo”

    Il ministero della Salute interviene nel merito della discussione e conferma l’apertura all’utilizzo di buste portate direttamente da casa ma a condizione che siano nuove: “Non siamo contrari al fatto che il cittadino possa portare i sacchetti da casa, a patto che siano monouso e idonei per gli alimenti”.

    Questa la sintesi della posizione ufficiale del dicastero, diffusa dal segretario generale Giuseppe Ruocco. Il pericolo di contaminazioni batteriche, in caso di riutilizzo del sacchetto, è dietro l’angolo e il ministero chiede grande cautela.

    Il dubbio ricade sulla fase di controllo sulle eventuali buste portate da casa: Ruocco parla di ‘facoltà’ del commerciante nel verificare l’idoneità del sacchetto utilizzato.