Omicidio Sara Di Pietrantonio: ergastolo all’ex fidanzato che l’ha bruciata viva con l’alcol

Condannato all’ergastolo Vincenzo Paduano, l’ex di Sara Di Pietrantonio che il 29 maggio scorso bruciò viva la ragazza a Roma. Il vigilante 28 enne diede alle fiamme la sua ex fidanzata in via della Magliana. Per i magistrati nessuna attenuante e omicidio premeditato. La madre: “Sentenza giusta”.

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    Omicidio Sara Di Pietrantonio: ergastolo all’ex fidanzato che l’ha bruciata viva con l’alcol

    E’ stato condannato all’ergastolo Vincenzo Paduano, il vigilante 28enne che il 29 maggio 2016 bruciò viva con l’alcol la sua ex Sara di Pietrantonio, nei pressi del quartiere Magliana di Roma. Durante il processo, con rito abbreviato, non è stata riconosciuta nessuna attenuante, aggravata da futili motivi. L’imputato è stato condannato anche a risarcire alla famiglia di Sara 600mila euro. Per la madre della ragazza, Concetta, è “una sentenza giusta e morale”.

    Paduano era accusato di omicidio premeditato, stalking e distruzione del cadavere. Ora si trova in carcere a Rebibbia e non si è presentato all’udienza, mentre era in tribunale il 26 aprile quando ha chiesto scusa dicendosi pentito.

    Sara di Pietrantonio data alle fiamme dall’ex dopo giorni di minacce e pedinamenti

    La giovanissima studentessa Sara Di Pietrantonio venne trovata carbonizzata all’alba di domenica 30 maggio in via della Magliana a Roma. La 22enne era stata fidanzata con Paduano per circa due anni e si erano lasciato pochi mesi prima dell’omicidio. Il vigilante non aveva accettato la fine della loro relazione e soprattutto l’inizio di una nuova frequentazione da parte della ragazza. Era diventata un’ossessione per lui, che lo spingeva a mandarle messaggi minatori come “Ti rovino la vita a te e a lui” e ancora “Devi soffrire come tu stai facendo con me”. Seguirono pedinamenti, appostamenti davanti alla casa della ragazza fino al terribile epilogo.

    Quella sera del 29 maggio l’uomo va ad aspettare Sara sotto casa di Alessandro, il suo nuovo ragazzo, poi inizia a seguirla, raggiungendo la strada che l’ex percorre per rientrare a casa.

    In un tratto di via della Magliana, una strada periferica, buia e isolata, si apposta con la sua auto. Quando passa Sara, la sperona, la fa scendere dalla macchina, una breve discussione, poi la strangola e infine le dà fuoco con una tanica di benzina che aveva acquistato qualche giorno prima.

    Lui è poi scappato e Sara Di Pietrantonio ha provato a chiedere aiuto ai passanti, gridando, ma nessuno si è fermato. “Forse perché non capivano quello che stava accadendo – spiegò il capo della squadra mobile di Roma Luigi Silipo in conferenza stampa – o forse perché a loro volta temevano per la loro incolumità. Le persone che sono passate per quella strada sono già state sentite tutte in Questura, per loro non c’è l’accusa di omissione di soccorso”. Una delle cose più tristi è che, come sottolineato dal sostituto procuratore di Roma, se qualcuno si fosse fermato alle grida di Sara, molto probabilmente si sarebbe evitata la tragedia anche perché lei ha lanciato più volte disperate richieste d’aiuto durante la sua fuga. Magari poteva salvarsi come è successo a Carla Caiazzo, la donna incinta, vittima dello stesso atroce crimine.

    Paduano: la confessione shock dopo l’omicidio

    “Sì, sono stato io” ha raccontato Vincenzo Paduano agli inquirenti dopo l’omicidio. “Sono un paranoico, un ossessivo. Non stavamo più assieme, ma avevo il bisogno di sentirla e vederla. Non le avrei mai fatto del male perché le volevo bene. Sono uscito dal lavoro e sono andato a cercare Sara. Sapevo che stava dal nuovo fidanzato e l’ho aspettata sotto casa. Li ho visti arrivare in macchina insieme e ho aspettato fino a quando lei non è andata via. So che strada fa per arrivare a casa e quindi l’ho preceduta per bloccarla. Quando è passata l’ho inseguita per un po’ e poi l’ho stretta con la macchina per farla fermare. Mi sono fermato davanti a lei, ma non ricordo di averla tamponata. Lei è scesa dall’auto e abbiamo discusso… Io ho tirato fuori una bottiglietta di alcol che avevo portato. L’ho spruzzato nell’auto e anche addosso a Sara. Ma volevo solo spaventarla. Lei è scappata e ho deciso di rincorrerla… Eravamo vicinissimi. Poi non so bene che cosa sia successo… Mi sono acceso una sigaretta e lei ha preso fuoco”.

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    Il cadavere carbonizzato di Sara ritrovato dalla madre

    L’agghiacciante scoperta del cadavere carbonizzato di Sara è stata fatta dalla madre. Non vedendola rientrare, infatti, e non riuscendo a raggiungerla telefonicamente, era uscita di casa a cercarla. A pochi metri dalla sua abitazione, ha visto l’auto della figlia in fiamme e successivamente, purtroppo, poco più avanti, vicino ad un cespuglio, il corpo della figlia che ancora bruciava. Inutili ovviamente i soccorsi dei vigili del fuoco.

    Oggi, dopo la sentenza però la donna si sente “di poter respirare di nuovo”. “E’ una sentenza giusta e morale” ha commentato la signora Concetta dopo il verdetto. “Mia figlia non me la ridarà nessuno ma oggi posso respirare finalmente una boccata d’aria fresca” e ha aggiunto che Da parte di Paduano non c’è stato nessun pentimento e per questo sono contenta di questa sentenza. Lui non ha mai raccontato quello che ha fatto, è stato solamente costretto ad ammettere, di fronte alle prove, quello che è successo”.

    La gelosia alla base dell’omicidio

    Tutta Italia è rimasta sconvolta per il brutale omicidio in cui ha perso la vita la 22enne romana Sara Di Pietrantonio, con la stessa modalità in cui è stata uccisa Vania Vannucchi, l’infermiera data alle fiamme dall’ex collega.

    Il direttore sanitario del centro medico Santagostino di Milano Michele Cucchi al tempo spiegò che questo delitto è frutto di una progressiva corrosione della volontà davanti alla gelosia, forse alimentata da uso di sostanze stupefacenti come anche la cannabis o forse frutto di una evoluzione di un pensiero che si trasforma e diventa malato, che paralizza la capacità di auto-controllo e assorbe tutta la vita di un individuo, rendendo alla fine sostanzialmente naturale un gesto estremo. Lo psichiatra ha sottolineato che la gelosia è una risposta emotiva legata al pericolo di perdita del partner, che è connessa a reazioni di angoscia, rabbia e aggressività che hanno la funzione di proteggere la relazione. “Esistono varie sfumature che la gelosia assume nel diventare qualcosa di oltre, di diverso, dal fisiologico – ha dichiarato Cucchi in un comunicato stampa – Gli addetti ai lavori la chiamano sindrome di Otello. Una patologia che può essere dominata da varie dimensioni che si possono allo stesso tempo incrociare fra di loro a comporre il vissuto di una medesima persona. Ci sono profili di persona che la vivono in un contesto di sadismo e possessività, dove la persona amata diventa un oggetto, vissuto come rispecchiamento del proprio benessere e felicità, in modo del tutto egoistico, an-empatico, dove addirittura il piacere è dato dalla sofferenza dell’altro per me, un altro che perde ogni diritto e quindi diviene di mio possesso. In questo caso la sola presunzione di infedeltà fa scattare una dinamica relaziona che trascende il tradimento in sé, ma viene immediatamente risucchiata nella logica relazionale principale”. Per poi aggiungere: “A volte il gesto criminale può sembrare spropositato rispetto all’offesa subita, in realtà il soggetto ha ruminato a lungo sul suo dolore e sulla sua condizione e basta un piccolo segnale per scatenare l’aggressività, come se fosse in attesa di un’occasione per esplodere”.

    R.I.P. Sara.