Omicidio Lidia Macchi, la ricostruzione della vicenda che sconvolse Varese

Nuova udienza nel processo a Stefano Binda indagato per l'omicidio di Lidia Macchi avvenuto nel Gennaio 1987. Il criminologo Franco Posa, con foto e reperti, ricostruisce i dettagli di quella notte. Presa in esame anche la famosa lettera 'In morte di un'amica'considerata dagli inquirenti come la firma dell'assassino.

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    Omicidio Lidia Macchi, la ricostruzione della vicenda che sconvolse Varese

    Nuova udienza davanti alla Corte d’Assise nel processo a Stefano Binda, l’ex compagno di liceo di Lidia Macchi. Binda, accusato di aver ucciso la studentessa varesina con 29 coltellate nella notte tra il 5 e il 6 gennaio 1987, è in prigione dal 15 gennaio 2016.In aula la parola è stata data al criminologo Franco Posa, incaricato dal sostituto procuratore generale Manfredda, che condusse l’inchiesta che portò all’arresto di Binda. Attraverso l’utilizzo di materiale fotografico e della scientifica,l’esperto ha ricostruito nei dettagli la dinamica dell’omicidio,ascoltato in aula dalla madre di Lidia, Paola, e dall’imputato Stefano Binda.

    Omicidio Macchi, la ricostruzione di quella notte

    Il criminologo ha sostenuto che Lidia è stata uccisa accanto alla sua macchina,in una stradina sterrata alla località Sass Pinin, nel territorio di Cittiglio. Una conclusione opposta a quella sostenuta in aula da Mario Tavani, il medico legale che all’epoca eseguì l’autopsia e la ricostruzione dell’omicidio. Attraverso le immagini e le fotografie viene ripercorso istante per istante l’attacco brutale di quella notte.

    Secondo Posa l’aggressione a Lidia avvenne all’interno dell’auto, con un primo tentativo di difesa che portò a ferite a due dita della mano e al collo. In un tentativo di fuga, Lidia scese dalla macchina, rimase in piedi per qualche secondo prima di cadere a terra , perdendo conoscenza. L’aggressore non si ferma e continua a infierire sulla vittima, una coltellata dopo l’altra in rapida successione, fino a infliggere un totale di 29 coltellate . “Efferata volontà di violenza e rapida volontà di uccidere” queste le parole del consulente. L’attacco è stato veloce, Lidia ha perso conoscenza non oltre due minuti dopo la prima ferita alla mano ed è morta dopo 5 o 10 minuti. Prima delle coltellate, la violenza sessuale.

    Il DNA di Lidia sul luogo del delitto

    Nonostante la massiccia perdita di sangue,oltre 1500cc,sul luogo del delitto sono state ritrovate solamente esigue tracce di sangue tanto da far ritenere al primo perito che l’omicidio fosse avvenuto altrove ed il cadavere trasportato al Sass Pinin solo in un secondo tempo. “La quantità di sangue – spiega il criminologo Posa– dal collo è stata imponente ma tamponata da collo della giacca, rialzato, e dalla sciarpa, avvolta con due giri. È stata probabilmente la sciarpa insanguinata a lasciare una strisciata sulla portiera dell’auto. Tutto il sangue delle ferite sul torace è stato raccolto da giacca, camicia, maglietta intima”. Sul terreno nessun segno di spostamento o trascinamento del corpo, Lidia indossava ancora gli stivali ai piedi.

    In aula l’analisi della lettera che ha portato all’arresto di Binda

    Il criminologo Posa si trovava in aula anche per interpretare la famosa lettera “In morte di un’amica” arrivata il 10 gennaio 1987 alla famiglia della vittima, lettera che gli inquirenti considerano scritta dall’assassino o da qualcuno che molto sapeva del delitto. Una missiva che Patrizia Bianchi,ex amica di Binda, attribuisce all’imputato, Stefano Binda,riconoscendone la grafia in quella del testo.

    “La morte urla contro il suo destino, grida di orrore. L’assassino scrive per tirare fuori qualcosa che ha dentro e che potrebbe aver vissuto. Ci sono riferimenti religiosi e mette in risalto l’aspetto sacrificale – spiega Posa – questo tipo di scritto è compatibile con una persona che ha compiuto un atto compulsivo e violento. Lo scrive perché non riesce a trattenere dentro di sé un atto così violento. Lo comunica ad altri perché ha una doppia personalità: quella del violento e quella della persona controllata. Lo comunica ai genitori per chiedere perdono”.

    Omicidio Lidia Macchi, la ricostruzione delle indagini

    Sono trascorsi 26 anni dalla morte di Lidia Macchi e ancora oggi i genitori si chiedono chi sia stato il colpevole e quali furono le ragioni dietro quel brutale omicidio. Lidia era una ragazza di 20 anni, piena di vita e progetti per il futuro. Studiava Giurisprudenza all’Università di Milano, nel cassetto il sogno di diventare magistrato.Il 5 Gennaio del 1987 era rimasta a casa per studiare un esame che avrebbe dovuto sostenere dopo pochi giorni.

    Lidia chiese in prestito l’auto del padre per andare a trovare un’amica all’ospedale di Cittiglio,distante pochi minuti.Ai genitori promette di rientrare in tempo per la cena. Alle 20:10 esce dall’ospedale e da qual momento scompare senza lasciare traccia. A casa non farà mai ritorno. Il suo corpo sarà ritrovato due giorni dopo, il 7 Gennaio, in un boschetto a poche centinaia di metri dall’ospedale. Lidia è a terra, coperta da un cartone mentre l’auto ha le porte aperte e le luci ancora accese.

    L’autopsia stabilirà che Lidia è stata prima violentata e poi uccisa con 29 coltellate, ma l’arma del delitto non venne mai ritrovata.

    Tra gli indagati anche il prete Don Antonio

    All’inizio le indagini si concentrarono su un individuo sospetto, notato da alcuni testimoni oculari, che si aggirava nei dintorni del parcheggio dell’ospedale. Poi la svolta nelle indagini.Tra le tante lettere di cordoglio e solidarietà arrivate a casa di Lidia ce n’è una in particolare intitolata “In morte di un’amica”, al posto della firma uno strano segno circolare.

    Si comincia ad indagare negli ambienti frequentati dalla ragazza e, sotto il mirino degli inquirenti, finisce Don Antonio, il parroco dell’oratorio dove la giovane frequentava gli scout. L’alibi del prete è labile, è in possesso di un coltello che però non riesce a trovare e conosceva bene i boschi dove è stato rivenuto il cadavere. A Don Antonio e ad altri 3 sospettati viene prelevato un campione di DNA, ma in Italia, a quel tempo non venivano ancora praticati i test genetici.

    I campioni di sangue vengono dunque inviati a Londra per essere analizzati ma tutto si concluse con un nulla di fatto. L’inchiesta si ferma e da allora sulla morte di Lidia scese il silenzio.