Omicidio d’identità, cos’è e perché è necessaria una nuova legge: intervista al suo ideatore

Donne e uomini sfregiati in volto, con l'acido o con il fuoco, da ex compagni e partner che non riescono ad accettare la fine di una relazione: il ddl sull'omicidio di identità nasce per tutelare tutte le vittime di questo genere di violenza che cancella la vera identità di una persona, cioè il suo volto. Ne abbiamo parlato con l'avvocato Maurizio Zuccaro, il legale di Carla Caiazzo, che ha redatto il testo

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    Omicidio d’identità, cos’è e perché è necessaria una nuova legge: intervista al suo ideatore

    Donne e uomini sfregiati in volto, con l’acido o con il fuoco, da ex che non accettano la fine di una relazione e vogliono cancellare il volto di chi dicono di amare perché non sia più di nessuno. Il ddl sull’omicidio d’identità nasce per tutelare tutte le vittime di questo genere di violenza, che uccide senza togliere la vita, eliminando la cosa più importante: il viso, cioè l’identità di una persona per se stessa e per gli altri. Gli attacchi con l’acido hanno riempito le pagine di cronaca degli ultimi anni: casi come quello di Lucia Annibali, Gessica Notaro o Carla Caiazzo, hanno fatto molto discutere e hanno portato in primo piano una pratica terribile che continua a mietere vittime. In particolare, è stato l’avvocato Maurizio Zuccaro, legale di Carla Caiazzo, ad agire nel concreto: dopo la lettera aperta inviata al presidente della Repubblica a nome della 39enne di Pozzuoli, bruciata viva incinta dall’ex compagno, ha redatto il testo che la politica ha trasformato in un ddl, iniziando l’iter per diventare legge. Presentato a marzo 2017, il disegno di legge è ancora fermo in Senato: cosa dice e perché è necessaria una legge sull’omicidio di identità? L’abbiamo chiesto al suo ideatore.

    La molla che ha fatto scattare il ddl è stato il caso di Carla Caiazzo, la 39enne di Pozzuoli (NA) che il 1 febbraio 2016 venne aggredita dall’ex compagno Paolo Pietropaolo, mentre era incinta: l’uomo le diede fuoco davanti casa. Carla ha rischiato di morire, è stata costretta a partorire alla 34esima settimana ma è riuscita a superare tutto, salvandosi dopo una serie lunghissima di operazioni chirurgiche. Anche la bimba ce l’ha fatta, ma Carla da allora, non ha più avuto indietro se stessa: il suo volto è rimasto deturpato dalle fiamme e porterà per sempre i segni di quella violenza.

    Avvocato Zuccaro, come è nato il ddl sull’omicidio di identità?

    Il ddl va a colmare un vuoto normativo importante che riguarda chi volontariamente non mira più ad ammazzare la propria vittima ma a cancellarne l’identità. Il testo nasce dal lavoro di trincea e da quello che ho acquisito negli ultimi 20 anni, dai casi eclatanti di Lucia Annibali, Gessica Notaro, Carla Caiazzo, in cui l’aggressore ha cambiato l’obiettivo che non è più ammazzare la vittima ma cancellarla, colpendo il volto. Il discorso è molto tecnico perché con il ddl esisterebbe la verifica del dolo diretto di attentare al volto. Riteniamo che distruggere l’identità di una persona equivalga ad ucciderla socialmente e quindi ad ammazzarla veramente ed è per questo che occorre un reato che contempli questa triste e nuova realtà.

    Le leggi sulla violenza di genere, e in particolare contro le donne, esistono già e alcune sono anche recenti: perché si è resa necessaria la specifica di un nuovo reato?

    Per capire quanto sia necessario, faccio un esempio concreto. La vicenda di Lucia Annibali e quella di Carla Caiazzo sono sovrapponibili: stessa premeditazione, stessa tipologia di condotta, stessa ferocia, stessa precostituzione di mezzi, l’unica differenza è che con Lucia è stato utilizzato l’acido e con Carla il fuoco. Ebbene, il pm che ha curato la vicenda di Lucia ha contemplato il reato di lesioni gravissime, mentre con Carla il tentato omicidio. Non è possibile dunque che esistano due reati diversi per una stessa situazione, lasciando uno spazio discrezionale al pubblico ministero che è preoccupante. Il vuoto normativo esiste ed è evidente e lo siamo andati a colmare con una norma ad hoc. Non è una legge in più, ma una norma che non c’era.

    Qualcuno ha criticato la legge perché sessista al contrario, cioè pensata solo per le violenza a carico delle donne.

    Non è proprio così. La legge non è sessista perché la violenza non ha genere. Noi parliamo di chiunque attenti al volto di una persona e non abbiamo scritto “se un uomo attenta al volto di una donna”, anche perché, in base alla mia esperienza venticinquennale, esistono molti più casi di violenza subita dagli uomini di cui non si parla mai, anche per un problema di retaggio culturale. La nostra è una legge che tutela la persona e la persona non ha genere.

    Nel corso della sua carriera avrà visto tanti casi: secondo lei cosa c’è dietro il gesto di chi si accanisce contro il volto?

    Sfregiare al volto è una sorta di perversione da parte di chi ritiene che l’amato/a sia una proprietà per cui “o mia o di nessuno”. Da qui il ragionamento per cui, se io cancello il tuo viso, non sarai più di nessuno. Il tentativo di cancellare il volto è lontano nei tempi, fin dall’epoca degli antichi Egizi: si tratta di una pratica molto diffusa per annientare una persona ed è un male terribile, quasi peggiore dell’ucciderla. Quando Carla Caiazzo fu aggredita, il suo ex le disse: “Adesso voglio vedere se ridi”. Quella frase è diventata emblematica: da qui nasce “Io rido ancora”, l’associazione di Carla di cui sono vicepresidente.

    Il ddl ha trovato l’accordo bipartisan eppure non è ancora stato approvato: a che punto siamo?

    Il ddl al momento è fermo in Commissione al Senato, ha già incassato il consenso di tutti i gruppi parlamentari ed è in discussione. Non verrà modificato anche perché l’adesione è stata bipartisan su tutto il testo: per non voler essere troppo polemico, diciamo solo che adesso sono impegnati in cose più importanti che fronteggiare un fenomeno che negli ultimi 10 anni ha fatto più morti di mafia e camorra messi insieme.

    Da avvocato esperto, che consigli vuole dare a chi sente di essere in pericolo?

    Di denunciare, sempre e subito. È la prima cosa da fare: parlare, urlare, gridare, denunciare, fare qualsiasi cosa piuttosto del silenzio perché è il silenzio che determina la violenza. Bisogna parlarne con chiunque, raccontare gli episodi e, qualora ci fossero le condizioni, denunciare: è il solo strumento per difendersi.

    Secondo lei i casi più noti, come quelli di Lucia Annibali, Gessica Notaro o Carla Caiazzo, sono serviti in qualche modo a smuovere l’opinione pubblica?

    Sinceramente no, perché siamo un Paese che aspetta sempre la prossima vittima e, quando arriva, tutti si indignano, tutti corrono e promettono tutto e il contrario di tutto. Una volta spenti i riflettori, la vittima rimane inesorabilmente sola, come capita a nove donne su dieci, abbandonate dalle istituzioni che nemmeno oggi riescono a garantire un minimo risarcimento danni. A oggi è previsto un minimo di rimborso solo sulle spese mediche, come se il danno fosse quello fisico quando in realtà si tratta di una vita cancellata, senza lavoro, che generalmente si perde, e con relazioni sociali che finiscono.

    È anche per questo che il ddl prevede, oltre al carcere, l’nterdizione dalle professioni, la perdita del diritto agli alimenti e l’esclusione dall’eredità

    Non solo. La cosa più importante è che così le vittime avranno la certezza della pena: il ddl infatti prevede che chi si macchia di questo reato non potrà godere dei benefici penitenziari, come la semi libertà o la liberazione anticipata. Inoltre, non si potranno chiedere riti alternativi come il patteggiamento, evitando così quanto successo con la legge sullo stalking con l’ultima riforma del codice di procedura penale.

    Se il ddl non dovesse andare in porto in questa legislatura, lei lo riproporrà?

    No, ma solo per non farlo diventare una sfida personale e per non personalizzare la battaglia. Ritengo che la tutela dei più deboli debba essere una prerogativa dello Stato. Questa dovrebbe essere una battaglia di tutti