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Mamme e depressione post parto

Mamme e depressione post parto
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    La depressione post parto è un problema abbastanza comune per le donne ma che generalmente passa da sola entro qualche settimana, giusto il tempo di prendere il ritmo con il nuovo arrivato, nei casi gravi la depressione post parto può diventare molto pericolosa fino ad arrivare ai casi di infanticidio che, seppur estremi e circoscritti, sono una realtà agghiacciante. Giorgio Vittori, presidente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), e Antonio Picano, presidente dell’Associazione Strade Onlus e responsabile del progetto ‘Rebecca’ per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio hanno proposto di rendere obbligatoria la procedura del Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) extraospedaliero per le donne affette da depressione post partum, a rischio di infanticidio.

    In un anno sono circa 50-75 mila le mamme italiane che vanno incontro alla depressione post parto, di queste però solo 1000 sono le donne la cui depressione diventa una minaccia per la vita del bebè ed è a queste che è circoscritta la procedura Tso. I medici sostengono che la depressione post parto si possa prevenire, i campanelli d’allarme sono per esempio: ansia o depressione durante la gravidanza, una storia personale o familiare di depressione, problemi gravi con il partner, isolamento e precarie condizioni economiche.

    A tal proposito la Sigo nel 2008 ha indetto una campagna “Non lasciamole sole” per aiutare le donne più fragili, questo aiuto però deve arrivare da più fronti: ginecologo, psicologo, medico di famiglia e pediatra, insomma una forza coesiva per far sentire al sicuro la neo mamma.

    Picano, il presidente di Strade Onlus ci spiega: “La donna affetta da depressione post partum non può essere trattata come una qualsiasi criminale. L’impulso di eliminare il proprio figlio è purtroppo un sintomo tipico e ben conosciuto.

    Si tratta di una forza estranea alla volontà della persona, contro la quale la donna depressa lotta strenuamente e di cui si vergogna profondamente. Non può comunicare a nessuno i suoi pensieri, in particolare al marito, ma anche la mamma o la sorella vengono tenute all’oscuro di questo dramma. Oggi non esiste una protezione reale per il bambino e per la donna. Non basta infatti, come per la mamma di Passo Corese, ottenere una corretta diagnosi e una terapia farmacologica per salvare un bambino dalla defenestrazione e una donna dal dramma e dal carcere. Sono necessarie delle attenzioni particolari per la paziente che ha una condizione a rischio e il bambino deve essere tutelato esplicitamente“.

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