Natale 2016

“Le colpe dei padri ricadono sulle figlie”: così la mafia uccise Anna Prestigiacomo

“Le colpe dei padri ricadono sulle figlie”: così la mafia uccise Anna Prestigiacomo
da in Cronaca, La mafia è Donna
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    Anna Prestigiacomo

    «Le colpe dei padri ricadono sui figli». Così, secondo l’Antico Testamento, disse Dio all’uomo. O meglio così hanno voluto tramandare, dell’ebraico antico, un’espressione del primo libro della Bibbia che tutto voleva fuorché esortare alle vendette trasversali. Questo precetto divino, infatti, non era del tutto accettato già dal tempo dei profeti. Gli unici a farne un dogma sono stati i mafiosi che, appellandosi a quel principio divino, esattamente 55 anni fa ritennero di poter assassinare Anna Prestigiacomo, di appena 15 anni.

    Quel pomeriggio Anna stava giocando con la sorellina di quattro anni più piccola nel cortiletto antistante la loro casa. Il 26 giugno a Palermo la cappa di caldo risulta già insopportabile. Se poi soffia anche un po’ di vento di libeccio, l’afa diventa talmente prepotente da soffocare perfino quel po’ di brezza marina tipica delle località di mare.

    La brezza, infatti, è un’aria leggera, timida, dà sollievo, ma è talmente fragile che basta pochissimo perché svanisca nel nulla. La brezza è come il gioco di quelle due bambine che, nella loro legittima spensieratezza, si rincorrevano all’aria aperta nel vano tentativo di sfuggire a quel caldo. Il libeccio, però, è un vento forte, arrogante e quando arriva non si preoccupa di chi asfissia: lo fa e basta. Con la stessa arroganza, sicuro della sua forza, il killer si avvicinò alla siepe che divideva il cortile dalla strada e, impugnata la pistola, non si preoccupò di chi stesse colpendo.

    Forse inizialmente Rosetta pensò che la sorella maggiore avesse rallentato la corsa per farsi raggiungere, per continuare quel gioco senza esprimere il privilegio di avere qualche anno in più. Di sicuro Anna Prestigiacomo si accasciò improvvisamente a terra con la stessa ingenuità con cui stava giocando.

    Raggiunta la sorella, però, Rosetta capì subito che quello aveva inaspettatamente smesso di essere un gioco, per diventare, senza che nessuna delle due lo volesse, qualcosa di troppo grave e impegnativo per una bambina di 15 e un’altra di 11 anni.

    Anna non avrebbe mai più potuto giocare e allora anche la sorellina accettò di crescere da un momento all’altro: aveva visto quell’uomo in faccia e decise di denunciarlo.

    L’assassino della sorella aveva un volto che conosceva fin troppo bene, così come ciascuno di noi conosce quello del proprio vicino di casa. Il pregiudicato Michele Cusimano viveva infatti proprio di fronte casa loro e le due bambine lo conoscevano bene perché era amico del loro padre. Francesco Prestigiacomo tredici anni prima lo aveva perfino convinto a costituirsi dopo un conflitto a fuoco e, già da quel giorno, si era sparsa la voce che fosse un “confidente dei carabinieri”.

    In certi ambienti una voce, vera o falsa che sia, è difficile da smentire e di sicuro i boss non si preoccupano di verificarne la veridicità: preferiscono agire di conseguenza. Uccidere la figlia di un informatore della Polizia non è un avvertimento, è una vendetta.

    Nonostante la coraggiosa testimonianza di Rosetta, in primo grado Michele Cusimano venne assolto. In Appello le cose andarono diversamente e venne condannato, seppur con il riconoscimento di alcune attenuanti. Quali siano le attenuanti per chi uccide una bambina di 15 anni è forse ancora più difficile da comprendere del perché le colpe dei padri dovrebbero ricadere sulle loro figlie.

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