La tragedia del Vajont, 54 anni dopo

Il 9 ottobre 1963 una grande frana precipita nel lago della diga del Vajont, al confine tra Veneto e Friuli, travolgendo abitazioni e paesi. Un’onda simile ad uno tsunami cancella per chilometri tutto ciò che trova a valle. Una tragedia immane, che nonostante la gravità, rimane una ferita ancora aperta e senza colpevoli, ma solo con una lunga scia di morte: 1917 vittime.

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    Esattamente 54 anni fa, il 9 ottobre 1963 si consumava una delle tragedie più tristi della storia italiana, il disastro del Vajont. Quella sera alle ore 22.39 una frana di 270 milioni di metri cubi si staccò dal fianco del Monte Toc, al confine tra il Veneto e il Friuli, precipitando in un lago artificiale. L’onda, simile ad uno tsunami, non lasciò scampo a quasi 2000 persone.

    Vajont, 54 anni dopo

    A 54 anni esatti di distanza, è stata posata la prima pietra della chiesa di San Martino, distrutta dall’onda della diga del Vajont. La chiesetta venne spazzata via insieme ad altri comuni interamente cancellati come Longarone e alcune frazioni di Erto Casso e Castellavazzo. Si era spesso parlato di una sua ricostruzione e finalmente mezzo secolo dopo iniziano i lavori. Ieri la commemorazione di autorità e cittadini, per non dimenticare quella che è stata uno dei disastri ambientali più grandi in Italia.

    Il crollo della diga del Vajont

    Una frana, mezza montagna crollata, una massa enorme di acqua si animò di una furia cieca, trasformandosi in un’onda gigantesca che superò la diga spazzando via tutti i paesi che incontrò sul suo cammino. Solo quattro tragici minuti per cancellare paesi, comunità, famiglie, case, storie e affetti.

    Erano le 22.39 quando una frana si staccò dalle pendici settentrionali del monte Toc precipitando nel bacino artificiale sottostante. Un’enorme massa di oltre 280 milioni di metri cubi di rocce e detriti furono trasportati a valle in un attimo, spazzando via e distruggendo boschi, campi coltivati ed abitazioni. Si formarono onde simili a tsunami e una forte scossa di terremoto. In totale muoiono 1.917 persone, di cui 487 bambini e ragazzi; 451 vittime non sono mai state ritrovate.

    I soccorritori accorsi quella notte si trovarono davanti uno scenario lunare: quasi un deserto, ma fatto di fango e detriti.

    Frana del Vajont: pochi colpevoli e poca memoria

    In occasione del 50esimo anniversario, nel 2013, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ebbe a dire: “Quell’evento non fu una tragica, inevitabile fatalità, ma drammatica conseguenza di precise colpe umane, che vanno denunciate e di cui non possono sottacersi le responsabilità”. Eppure, ancora oggi è una tragedia immane con due sole condanne. Degli 11 imputati (dirigenti e consulenti della società proprietaria dell’invaso e alti funzionari del Ministero dei lavori pubblici) solo 2 vengono condannati il 25 marzo del 1971. Sono l’ingegner Alberico Biadene, unico a finire fisicamente in manette, ma solo qualche mese grazie al condono. Il suo collega Francesco Sensidoni si vede invece addebita una condanna a 3 anni e 8 mesi, interamente non scontata. Tutti gli altri chiamati in causa o vennero assolti o morirono durante il lungo processo. Una tragedia per questo definita senza colpevoli e senza memoria.

    Oggi si ricorda, per non dimenticare, ma anche per imparare e, si spera, per non sbagliare ancora in futuro. Si ricorda anche per sottolineare che le logiche dell’interesse, del profitto, della speculazione non possono e non devono prevalere sul valore più sacro, su quello della vita. Perché l’interesse economico non può macchiare del sangue di così tante persone il profitto di pochi.

    Dolcetto o scherzetto?