La moglie del pentito di ‘ndrangheta: “Non ho il diritto di essere una mamma normale”

La moglie del pentito di ‘ndrangheta: “Non ho il diritto di essere una mamma normale”
da in Cronaca, La mafia è Donna
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    Bonaventura

    Paola non è una mafiosa, non lo è mai stata. Non è nemmeno una ‘ndraghetista, come era l’uomo che ha sposato e con cui ha avuto due figli, Luigi Bonaventura. Paola Emmolo proviene da una famiglia di “persone per bene” che all’epoca la misero anche in guardia da chi si era innamorata. Ma lei ora dice: “Vedevo in lui qualcosa di buono e il tempo mi ha dato ragione: forse è stato proprio il fargli vedere come vivevo bene io da persona onesta, senza pesi sulla coscienza, che lo ha convinto a dissociarsi e collaborare con la giustizia”. E, allora, Paola Emmolo Bonaventura diventa una donna dell’antimafia.

    Avevo all’incirca tredici anni e posso dire che è stata la mia prima cottarella, il primo innamoramento. All’epoca, ovviamente, non sapevo nulla di chi fosse la sua famiglia. Erano sicuramente persone molto rispettate e ben volute in paese, ma a quei tempi non era così forte, come dopo la strage di Duisburg, il concetto di ‘Ndrangheta e quindi anche la sua percezione.

    L’ho poi rincontrato quando avevo diciassette anni e successivamente quando ne avevo ventisei e quindi già più consapevole che la sua famiglia di provenienza gestisse traffici illeciti e criminali. Io, però, ero innamorata di lui, non vedevo la sua famiglia, ma al contrario una buona luce nei sui occhi e alla fine il tempo mi ha dato ragione.

    Anche io vivevo in un contesto sociale che non mi permetteva di individuare e di isolare gli ‘ndranghetisti dal resto delle persone. Mio marito, per me, era un imprenditore: insieme gestivamo un ristorante e inoltre lui si occupava di un’agenzia di eventi e sicurezza. Non mi sono mai neanche chiesta da dove arrivassero i soldi, perché per me erano il guadagno dalle nostra attività.

    Inoltre Luigi non ha mai portato la ‘ndrangheta dentro casa, non ha mai ricevuto nessuno o parlato di questioni legate ai suoi traffici illeciti, anche perché i suoi soci erano di fatto i suoi familiari e quindi per me era mio marito che parlava con suo padre o con i suoi zii e cugini.

    Un giorno, ad esempio, mio marito tornò a casa con un braccio rotto e mi raccontò di essersi fatto male durante un incidente. Solo ora, dopo anni che avevo scoperto mio marito in realtà chi era e cosa faceva, ho scoperto da un’intervista che se l’era rotto durante una rapina.

    Ma mio marito, da sposato, non è mai stato raggiunto da condanne prima della collaborazione. Capitavano alcune volte delle perquisizioni nell’appartamento, ma noi abitavamo nello stesso stabile dei suoi parenti e quindi sapevo che la famiglia era un po’ particolare, lo avevo anche messo in conto: non sapevo quale fosse il suo ruolo all’interno della famiglia. Anche perché noi ci siamo sposati nel 2000 e un anno dopo, nel 2001, Luigi è diventato il reggente della famiglia, ma già nel 2005 ha deciso di dissociarsi. Solo in quel periodo ho iniziato a notare un certo nervosismo da parte sua, perché già iniziava a pensare di allontanarsi dalla famiglia di origine e quindi pentirsi. Forse proprio la mia presenza ha tirato fuori in lui quei sentimenti buoni che già aveva dentro di sé, grazie agli insegnamenti della madre, ma che oramai si erano completamente assopiti.

    Nel 2005 ha iniziato a raccontarmi la verità, a spiegarmi quel fosse il suo ruolo all’interno dell’organizzazione criminale e quindi la sua reale attività. Contestualmente, però, iniziò a dirmi che voleva allontanarsi da quel mondo, che stava valutando di costituirsi e collaborare con la giustizia, quella vera.

    Io ho analizzato il fatto che fosse un marito e un padre modello. Mi sono convinta che quella vita, quella da ‘ndranghetista, non se l’era scelta fino in fondo: era nato in quell’ambiente e in quella famiglia ed era destinato sin da bambino a diventare un boss. Io, che ero la madre, non lo sapevo ma anche mio figlio, che era ancora un bambino, era già un giovane d’onore, perché gli spettava per diritto ereditario quel titolo, così come gli sarebbe spettato un ruolo di rilievo all’interno dell’organizzazione non appena sarebbe cresciuto.

    Inizialmente, però, non ho voluto sapere tutti i particolari: dovevo decidere cosa fare. L’amore per lui era sicuramente forte, ma non volevo e non potevo sopportare l’idea di stare accanto a un criminale. Mi sono quindi aggrappata a quello che vedevo in quel momento: un uomo che voleva cambiare.

    Avevo già entrambi i miei figli e quindi naturalmente avevo paura. Ma ho subito condiviso la scelta di mio marito di costituirsi e collaborare con chi cercava di estirpare questo male. Se un mafioso si è veramente pentito e vuole allontanarsi da quel mondo criminale, allora non basta andare via, cambiare vita e iniziare a lavorare onestamente: deve necessariamente impegnarsi con le parole e soprattutto con i fatti contro le mafie, assumendosi le proprie responsabilità.

    La paura certo che c’era e c’è tuttora, ma oggi è mista alla delusione e io non riesco più a distinguere chi è il mio nemico.

    Dal 2007 siamo nel programma speciale di protezione, ma la situazione non è quella che ci avevano prospettato [Scopri cosa prevede il programma di protezione]. Una parte importante della politica non vuole infatti che il programma funzioni. Io non sono una mafiosa ed è anche merito mio se mio marito si è pentito e ha avviato la collaborazione con la giustizia: fa male vedere che questo è un sistema che volontariamente non funziona, perché non vogliono che ci siano nuovi collaboratori di spessore.

    Il malfunzionamento del programma di protezione è un regalo che alcuni politici fanno ai clan con cui intrattengono rapporti e che fanno a se stessi, per evitare che nuovi pentiti possano citarli come collusi. Dopo tutte le inchieste della Magistratura sui rapporti di alcuni politici (come Nicola Cosentino, Claudio Scajola e Marcello Dell’Utri, per citare solo i più recenti) con le mafie, è legittimo e logico pensarla così.

    Il contratto prevede diversi diritti che poi in realtà non vengono riconosciuti, dalla protezione al reinserimento sociale.

    I documenti di copertura valgono soltanto nella regione di residenza e solo per farsi identificare, ma non è possibile trasferire il curriculum con le nuove generalità e quindi ciascuno di noi risulta non avere né titolo di studi, né esperienze pregresse. Io, ad esempio, sono diplomata, ma con i nuovi documenti risulta che non ho nemmeno la licenza media e quindi ho ancora più difficoltà a trovare un lavoro. Se volessi cercare un lavoro con il mio titolo di studi e le mie esperienze dovrei andare fuori dalla regione in cui il Servizio Centrale di Protezione mi ha trasferito e usare i documenti originali. Così, però, saremmo esposti a maggiori rischi.

    Inoltre gli appartamenti destinati ai collaboratori di giustizia sono sempre gli stessi e vengono riciclati da famiglia a famiglia, le persone che vi risiedono non lavorano mai e quindi nessuno capisce come mai si siano trasferite lì e, ultimo ma non meno importante, i contratti di locazione sono intestati al Ministero dell’Interno. Così, oltre a non esserci alcuna segretezza circa il nostro trasferimento, diventa anche difficile creare reinserimento sociale perché ovviamente tutti ci conoscono come i pentiti di mafia.

    Il Nucleo Operativo di Protezione, gli agenti del Servizio Centrale di Protezione dislocati nelle varie regioni, informano perfino il medico curante, i presidi delle scuole dove vengono iscritti i nostri figli, il parroco e il direttore delle società sportive dove i nostri bambini giocano a calcio o fanno danza. Così, però, si sparge velocemente la voce e la nostra sicurezza viene meno. Ma soprattutto io non ho mai il diritto di essere una mamma “normale”, sono sempre la moglie dell’ex mafioso. Al contrario sarebbe sufficiente produrre dei documenti di copertura validi a tutti gli effetti e quindi dare ai collaboratori e ai propri familiari la possibilità di vivere come qualsiasi cittadino.

    Ormai i nostri figli sanno tutto, li abbiamo informati poco alla volta: sanno chi era e cosa faceva il padre e sono molto orgogliosi della scelta che ha fatto. Ma effettivamente non è facile far capire loro, e devo ammettere che talvolta è difficile anche per me, che devono continuare ad avere fiducia nello Stato, nelle istituzioni e perfino nella politica, nonostante quello che stiamo passando. Cerco di spiegare loro che noi dobbiamo fare quello che possiamo nel nostro piccolo affinché lo Stato funzioni.

    In realtà il Servizio Centrale di Protezione ci dà ragione, è la politica che deve fornire i mezzi perché vengano rispettati i diritti previsti dal contratto. Noi stiamo mantenendo i nostri doveri, mio marito collabora con oltre dieci Procure e ora loro devono essere persone serie e fare in modo che sia possibile darci quello che prevede la legge. Oramai credo che la soluzione migliore per noi sia il trasferimento all’estero, anche perché in questa nostra scelta ci hanno seguito i miei genitori e i miei fratelli che, pur essendo persone oneste e senza alcun rapporto con la criminalità organizzata, da sette anni hanno dovuto lasciare il loro lavoro per vivere chiusi in una casa. La ‘ndrangheta, infatti, avvicina tutti i familiari dei pentiti per chiedergli di rinnegarli o addirittura di convincerli a ritrattare. Così molti di loro, per continuare a vivere nella loro città e quindi non perdere il lavoro e soprattutto la serenità, prendono pubblicamente la distanze. I miei familiari, invece, hanno deciso di rinunciare a tutto pur di seguirci in questo percorso.

    E allora anche queste non sono vittime della mafia? Ma soprattutto se è vero che esiste una parte di politica onesta, questa cosa sta facendo?
    - L’inchiesta di NanoPress sui collaboratori di giustizia
    - L’ultimo articolo de la rubrica ‘La mafia è Donna’

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN CronacaLa mafia è Donna Ultimo aggiornamento: Lunedì 30/05/2016 17:48
     
     
     
     
     
     
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