La classica poesia “La Befana” di Pascoli per festeggiare con i bambini l’Epifania

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    La Befana Pascoli

    Per me la figura della Befana è indissolubilmente legata a questa poesia di Giovanni Pascoli, “La Befana”, appunto, che come pochi altri componimenti poetici natalizi è in grado di rendere alla perfezione l’atmosfera della magica notte di attesa tra il 5 e il 6 gennaio, in cui i cristiani festeggiano l’Epifania. In realtà, come tutti saprete, questa ricorrenza non ha nulla che vedere con la vecchina che porta i doni ai bimbi buoni infilandoli in una calza, ma con il termine greco “Rivelazione”. Epifania, infatti, non è altro che la rivelazione della natura divina di Gesù Bambino ai tre Re Magi, i quali sono, per l’appunto, i protagonisti “veri” (evangelici) di questa bellissima Festa.

    Ma la Befana è comunque parte della nostra tradizione italiana, perché la sua origine (come personaggio magico presente nelle leggende collegate con il Natale e con la consuetudine di portare regali ai bambini), esiste dalla notte dei tempi, e tutti, durante l’infanzia, l’abbiamo sempre attesa con gioia e stupore. E allora, rinnoviamo anche per questo 2012 il “mito” della dolce vecchina, lacera ma infaticabile, rileggendo insieme il capolavoro poetico di Giovanni Pascoli a lei dedicato.

    La Befana

    Viene viene la Befana

    vien dai monti a notte fonda.

    Come è stanca! La circonda

    neve, gelo e tramontana.

    Viene viene la Befana.

    Ha le mani al petto in croce,

    e la neve è il suo mantello

    ed il gelo il suo pannello

    ed il vento la sua voce.

    Ha le mani al petto in croce.

    E s’accosta piano piano

    alla villa, al casolare,

    a guardare, ad ascoltare

    or più presso or più lontano.

    Piano piano, piano piano.

    Che c’è dentro questa villa?

    Uno stropiccìo leggero.

    Tutto è cheto, tutto è nero.

    Un lumino passa e brilla.

    Che c’è dentro questa villa?

    Guarda e guarda…tre lettini

    con tre bimbi a nanna, buoni.

    guarda e guarda…ai capitoni

    c’è tre calze lunghe e fini.

    Oh! tre calze e tre lettini.

    Il lumino brilla e scende,

    e ne scricchiolan le scale;

    il lumino brilla e sale,

    e ne palpitan le tende.

    Chi mai sale? Chi mai scende?

    Co’ suoi doni mamma è scesa,

    sale con il suo sorriso.

    Il lumino le arde in viso

    come lampada di chiesa.

    Co’ suoi doni mamma è scesa.

    La Befana alla finestra

    sente e vede, e s’allontana.

    Passa con la tramontana,

    passa per la via maestra,

    trema ogni uscio, ogni finestra.

    E che c’è nel casolare?

    Un sospiro lungo e fioco.

    Qualche lucciola di fuoco

    brilla ancor nel focolare.

    Ma che c’è nel casolare?

    Guarda e guarda… tre strapunti

    con tre bimbi a nanna, buoni.

    Tra la cenere e i carboni

    c’è tre zoccoli consunti.

    Oh! tre scarpe e tre strapunti…

    E la mamma veglia e fila

    sospirando e singhiozzando,

    e rimira a quando a quando

    oh! quei tre zoccoli in fila…

    Veglia e piange, piange e fila.

    La Befana vede e sente;

    fugge al monte, ch’è l’aurora.

    Quella mamma piange ancora

    su quei bimbi senza niente.

    La Befana vede e sente.

    La Befana sta sul monte.

    Ciò che vede è ciò che vide:

    c’è chi piange e c’è chi ride;

    essa ha nuvoli alla fronte,

    mentre sta sull’aspro monte.

    (Giovanni Pascoli)