Natale 2016

Intersessualità e interventi chirurgici: il dibattito che infervora la politica

Intersessualità e interventi chirurgici: il dibattito che infervora la politica
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    Intersessualità e interventi chirurgici: il dibattito che infervora la politica

    L’intersessualità diventa un dibattito che infervora la politica dopo l’intervento chirurgico di cambio sesso del bambino di Palermo. A fine settembre il piccolo di appena due anni dichiarato femmina alla nascita, ma con corredo cromosomico maschile, è stato operato al Policlinico Giaccone di Palermo. L’eccezionale intervento, realizzato dal chirurgo e urologo pediatra Marcello Cimador, ha riguardato l’asportazione dell’apparato femminile e la ricostruzione dei genitali maschili.
    Un gruppo di senatori, di cui il primo firmatario è Sergio Lo Giudice (Pd) ha avanzato un’interrogazione al ministro della Salute e degli Affari Regionali per abolire gli interventi chirurgici volti a “riparare” l’intersessualità, o perlomeno per lasciare al soggetto interessato la possibilità di scegliere in futuro.

    Se l’intervento non è necessario ai fini della salute, va abolito. Per far questo, chiedono i senatori, c’è bisogno di far chiarezza sui reali rischi che comportano tali interventi e offrire un’alternativa valida. Queste operazioni infatti secondo i sostenitori, oltre a poter avere delle conseguenze irrimediabili sull’apparato genitale e riproduttivo di una persona, ledono il diritto all’autodeterminazione delle persone con disturbi dello sviluppo sessuale. Quello che viene praticato oggi in medicina, accusano questi politici, è di cancellare con trattamenti farmacologici e la chirurgia questa diversità, che invece va tutelata. “L’obiettivo è di garantire l’integrità fisica e l’autodeterminazione delle persone con caratteristiche intersex, e trova nella battaglia per l’abolizione delle mutilazioni genitali neonatali il suo punto di riferimento”, sostiene Lo Giudice.

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    Nel caso del bambino di Palermo, vista la tenerissima età, è stata la famiglia a chiedere di procedere al cambio di identità, dopo che il pediatra aveva presentato il problema. Al momento il bambino sta bene e per l’anagrafe risulta già essere un maschietto.
    Ormai sono diversi anni che vengono praticati questi tipi di intervento e la legge in materia di attribuzione e rettificazione del sesso risale al 1982. Questa legge riconosce alle persone transessuali la loro condizione e il periodo di transizione, ossia quel tempo necessario, a livello fisico e burocratico, in cui avviene il cambiamento.
    L’intersessualità interessa 17 nascite ogni 1000, per questo c’è bisogno di un riconoscimento maggiore a livello politico e giuridico, che meglio integri l’Art. 2 della Costituzione:
    “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e
    richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.

    Per molti, gli interventi chirurgici volti a normalizzare ed aggiustare la sessualità sono simili ad una pratica tribale.

    Il focus della loro battaglia è la mutilazione genitale nei neonati, esseri cioè che ancora non sono in grado di sapere se si sentiranno uomini o donne. Ed è proprio la preoccupazione che i bambini subiscano questo trattamento senza il loro libero consenso, ad aver fatto scattare il monito all’Italia da parte dell’Onu. Nel rapporto delle Nazioni Unite sui diritti dei bambini disabili dello scorso settembre infatti usciva un’evidente preoccupazione per i bambini intersex italiani. Le pratiche di mutilazioni genitali intersex contravvengono all’art. 17 della Convenzione sui diritti della persona con disabilità sulla “Protezione dell’integrità della persona”.

    In generale chi è contro gli interventi medici ( il primo intervento documentato nel mondo risale al 1930 in Germania) sostiene che la nostra società non tuteli la diversità, nel caso specifico quella di chi non è incasellato perfettamente nella categoria maschio o femmina. Si smuove la politica proprio perché è l’unica che può intervenire difronte a pregiudizi culturali, stigma della società e pratiche mediche. La proposta politica in definitiva vuole fermare i bisturi e promuovere l’educazione alle differenze di genere.
    Sergio Lo Giudice ha promosso l’interrogazione insieme ad altri 15 senatori all’attenzione del ministro Lorenzin e Costa. Lo Giudice, sensibile al tema della tutela della diversità di genere, si batte già da tempo affinchè venga “depatologizzata” l’intersessualità. Diventato genitore ricorrendo alla maternità surrogata in California come Nichi Vendola, è sostenitore dei diritti Lgbt e della tutela nell’orientamento sessuale, soprattutto dei minori.

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