Natale 2016

Eugenia Kuyda: la russa che ha creato chatbot per conversare con l’amico defunto

Eugenia Kuyda: la russa che ha creato chatbot per conversare con l’amico defunto
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    Eugenia Kuyda: la russa che ha creato chatbot per conversare con l’amico defunto


    Sempre più distanti dalla realtà: adesso la tecnologia potrebbe permetterci di conversare, o meglio di chattare, con le persone defunte. Attraverso un sistema di chatbot, ovvero un programma che grazie a dei dati di conversazioni ricostruisce in maniera digitale la personalità dello scrivente. Questo è ciò che ha fatto Eugenia Kuyda, 29 anni, di Mosca, startupper nella Silicon Valley, che l’anno scorso ha perso il suo più caro amico, Roman, in un incidente stradale. E’ una maga del software e da due anni sta lavorando al progetto, finanziato da investitori della Silicon Valley, di chatbot, ossia relativo alla conversazione tra essere umano e robot.

    Questi robot, mentre conversano con utenti, sarebbero capaci di assorbire la nostra personalità per poi riprodurla in maniera artificiale. Voleva, in pratica, un qualcosa in grado di riprodurre il carattere ed i pensieri dell’amico defunto, voleva riportarlo in vita tramite l’intelligenza artificiale. Per far questo Eugenia si è servita di tutte le chat e i messaggi che conservava di Roman su Telegram e li ha immessi nell’algoritmo dei suo programmi. L’algoritmo tiene conto delle parole utilizzate e sviluppa in maniera artificiale una sorta di decalogo di “domande e risposte” probabili. Il bot riproduce la personalità “digitale” del ragazzo a partire da ciò che scrive, ciò che ha scritto in questo caso.

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    Sembra davvero la trama di un film di fantascienza, eppure è già realtà. Eugenia vede nel suo progetto un modo di mantenere vivi i nostri cari in maniera interattiva. Sì, un modo per continuare a interagire, scambiare opinioni con loro, anche un semplice “mi manchi”. Parla di attaccamento emotivo, anche se non del tutto coerente: le conversazioni, basandosi su algoritmi e dati, possono avere delle falle. Per esempio su alcuni argomenti dove nelle conversazioni non si parla, il software non ha dati da immettere e quindi le risposte potrebbero risuonare strane.

    Un esempio? Roman e Eugenia non hanno mai discusso di Donald Trump, quindi non ci sono dati corrispondenti e una domanda sul candidato a Presidente degli Usa potrebbe scaturire una risposta anomala. Ma per Eugenia è sufficiente lo stesso: lei e la madre vogliono continuare a parlare con Roman, a raccontargli le loro giornate e perfino chiedergli consigli. Non importa se è un essere digitale. Loro gli scrivono e lui risponde nel modo più verosimile possibile.

    A molti questo scenario inquieta, mentre per altri ha un valore terapeutico. Verso quale direzione stiamo andando? Sempre più distanti dalla realtà, ci creiamo una vita fatta di illusioni e affetti robotizzati, digitalizzati? Perfino i nostri ricordi faranno parte del mondo cosiddetto virtuale? Mentre i nostri cari diventeranno degli avatar digitali, continueremo a vivere situazioni del passato che non ci sono più. Perfino la stessa Eugenia aveva ammesso il timore che tutto ciò possa solo alimentare le nostre nostalgie non consentendoci di guardare avanti e vivere il futuro. E’ progresso o illusione? Voi che ne pensate?

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