Il lato “oscuro” della maternità esplorato in “Quando la notte”, un film per riflettere

Il lato “oscuro” della maternità esplorato in “Quando la notte”, un film per riflettere
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    Quando la notte

    “Quando la notte”, di Cristina Comencini, non è il solito film sulle madri coraggio, non è la solita storia che racconta di maternità santificate. Ma non ci fa vedere neppure una delle tante, terribili storie infernali di mamme senza cuore, di madri crudeli o impazzite, modello Medea, tanto per intenderci. Non è affatto una tragedia greca dove tutti soccombono, quella messa in pellicola, e prima ancora vergata su carta (dato che “Quando la notte” è innanzi tutto un romanzo scritto dalla stessa Comencini) da questa regista così sensibile e talentuosa. E tuttavia è un film scomodo, che ha creato disturbo, fastidio, repulsione.

    E’ accaduto al recente Festival del cinema di Venezia, dove è stato presentato in anteprima, e accolto da risatine e fischi, manco fosse stato proiettato il più stantio dei cine panettoni. Ha urtato talmente, da far imporre un divieto di visone, poi fortunatamente revocato, ai minori di 16 anni. Allora raccontiamo cosa c’è, di tanto sconvolgente, in “Quando la notte”.

    La protagonista è una giovane madre, Marina, interpretata da una intensa Claudia Pandolfi, che in estate arriva in una località di montagna, sulle Alpi, per trascorrervi un mese di vacanza, prendendo in affitto dal burbero e solitario Manfred (Filippo Timi) un appartamento. Ma la donna, nonostante sia una madre dolcissima, forse esasperata dai capricci del suo bimbo e dalla solitudine, e anche dal terrore di essere una madre inadeguata, alla fine, una notte perde (forse) la pazienza.

    Manfred accorre all’appartamento di Marina allarmato dai rumori, e scopre il bambino ferito e sanguinante, riverso sul pavimento. Dopo il soccorso, l’uomo cerca di indagare quel che sia realmente accaduto, convinto della colpevolezza di Marina, ma anche spinto dai suoi propri pregiudizi.

    I due, in cerca ognuno di affrontare i propri dolori, finiranno per incontrarsi, e per salvarsi. Marina non è una mamma strana, psicologicamente disturbata, una mamma borderline, ma una donna come tutte noi, che adora il suo bambino, ma è un essere umano con le sue fragilità, i suoi momenti “oscuri”.

    Nelle normalità si può nascondere il dramma, ma ogni dramma si può vivere a superare grazie al supporto umano degli altri. Il pregio del film sta tutto qua, ci ricorda che le zone d’ombra sono nella normalità, nascoste nelle pieghe delle più luminose delle esistenze, e che esserne consapevoli, è il primo passo per cacciarle via. Un film da vedere, per riflettere.

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