Natale 2016

Il bullismo cresce ma si può combattere: dati, testimonianze e speranze per un futuro senza violenza

Il bullismo cresce ma si può combattere: dati, testimonianze e speranze per un futuro senza violenza

Dall'ultimo rapporto Istat più del 50% dei ragazzini tra gli 11 e i 15 anni ha subito atti di bullismo o cyberbullismo. L'approfondimento di Pourfemme

da in Attualità, Bullismo, Cronaca
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    Bullismo, un fenomeno in crescita: solo 1 ragazzo su 5 denuncia

    Lezione di ginnastica di una scuola media milanese. Una ragazzina torna negli spogliatoi a rimettersi le scarpe ma sente uno strano odore: qualche compagno ha urinato dentro le sue sneakers. Risate e prese in giro arrivano in un baleno: erano tutti lì ad aspettare quel momento. Un esempio come tanti, troppo spesso sottovalutati, ma come si può intervenire? Il fenomeno del bullismo è aumentato? La deriva tecnologica del cyberbullismo che storture ha comportato? L’ultimo rapporto Istat sul bullismo, pubblicato a dicembre 2015, evidenzia come nell’anno precedente, poco più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni abbia subito qualche episodio offensivo, non rispettoso o violento da parte di altri coetanei. Bravate tra ragazzi? Non si può più minimizzare, e a dimostrarcelo c’è la cronaca. Sempre più ragazzi giovanissimi, in ogni parte del mondo, si tolgono la vita dopo atti vessatori continui. In Italia uno degli ultimi casi eclatanti è stato quello di Carolina Picchio, ragazzina di 14 anni, di Novara, che si è gettata dal balcone, mentre, se ci spostiamo all’estero, il caso di Amanda Todd, vittima di cyberbullismo che si è suicidata in seguito alla diffusione di alcune immagini, è noto a tutti. Per fermare questi giovani sbruffoni non sembrano bastare nemmeno le accuse in Tribunale, che vanno dall’istigazione al suicidio, fino alla detenzione di materiale pedopornografico.

    Secondo il rapporto dell’Istat, a soffrire di fenomeni legati al bullismo sono soprattutto i ragazzi tra gli 11 e i 13 anni, circa il 22,5%, seguiti dagli adolescenti, il 17,9%. Esiste anche una distinzione di genere: più le femmine dei maschi, un 20,9% contro il 18,8% . Quali sono questi atti? Per la maggior parte offese verbali legate a qualche “difetto fisico” (12,1%), seguito dalla diffamazione (5,1%), dall’esclusione e l’isolamento (4,7%) e poi dai casi di violenza fisica 3,8%.

    Il fenomeno è purtroppo in crescita: “Per capire se l’aumento delle chiamate pervenute ai centralini del Telefono Azzurro corrispondesse anche a un aumento del fenomeno, insieme a Doxa Kids abbiamo effettuato delle ricerche che hanno purtroppo confermato il trend di crescita. Secondo i dati che abbiamo pubblicato a febbraio 2016, raggiunge il 15% degli studenti in età adolescenziale – ci racconta Barbara Forresi, psicologa responsabile del Centro Studi di Telefono Azzurro – L’aumento può essere dovuto a diversi fattori: possiamo e dobbiamo sicuramente sottolineare la possibilità che questo derivi dall’aumento del cyberbullismo, un fenomeno al quale oggi si fa molta attenzione, ma è dovuto anche a una maggiore sensibilità al tema in sé, c’è più attenzione da parte dei ragazzi e anche degli adulti”.

    Oggi esiste infatti un mezzo che ha reso sempre più labili i confini della violenza perpetrata dai bulli: lo smartphone. Come si legge nel rapporto: “Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le ragazze sono più di frequente vittime di Cyber bullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi)”. Cosa differenzia questo nuovo fenomeno da quello più “tradizionale”? “Prima di tutto l’effetto “moltiplicatore” del danno – precisa il Vice Questore Aggiunto della Polizia Postale di Milano, Lisa Di Berardinola violenza infatti viene vista e condivisa da un numero indeterminato di persone mentre nel bullismo tradizionale il numero di persone è limitato a quelle presenti. Altro punto da non dimenticare è l’anonimato dell’aggressore, non si conosce chi sta dall’altra parte del monitor, con la conseguente mancanza di contatto diretto/fisico con la vittima e anche di consapevolezza da parte dell’aggressore delle offese e degli attacchi che la vittima subisce a causa sua. È pericolosa la mancanza di confini, perché non ci sono limiti spazio temporali per gli attacchi, le offese o l’esclusione: la tecnologia consente ai bulli di infiltrarsi nella vita delle vittime e di materializzarsi in ogni momento, perseguitandole con messaggi, immagini, video offensivi inviati tramite diversi device, o pubblicati sui siti web, rendendo il tutto più doloroso per la vittima rispetto al fenomeno più tradizionale”.

    Non è solo la violenza fisica a fare male, ma spesso le parole: “Non dimentichiamoci che per atti bullismo intendiamo sì le percosse ma anche e soprattutto le ingiurie continue, perpetrate spesso in assenza di testimoni – commenta l’avvocato Giovanni Ingino, esperto di casi di questo tipo – parliamo di ragazzi spesso scaltri, che sanno quando agire. A volte basta una parola offensiva sussurrata all’orecchio del compagno per lederne l’onore. Purtroppo a causa della ritrosia da parte del minore nel denunciare il fatto, spesso per timidezza, arriviamo troppo tardi per le conseguenze psicologiche che il ragazzo/la ragazza hanno dovuto affrontare in quasi totale isolamento”.

    Esiste un profilo psicologico della vittima? “Non è semplice da definire, perché ci sono incluse caratteristiche della vittima e dell’aggressore e molto può dipendere dal contesto scolastico specifico – precisa Barbara Forresi – le ricerche ne hanno però evidenziate alcune, come ad esempio, quelle fisiche sicuramente, un diverso colore della pelle, una problematica nei disturbi dell’apprendimento, come la dislessia, o il semplice fatto di essere sovrappeso o portare un apparecchio possono diventare dei pretesti. Il bullo sceglie la sua vittima anche in relazione alla sua capacità di reagire o meno a una situazione: i bambini più timidi e che chiedono meno aiuto sono sicuramente più esposti”.

    Uno dei problemi fondamentali legati al fenomeno, è l’omertà: in Italia il 21% degli adolescenti dichiara di essere vittima di bullismo e solo 1 su 5 informa un adulto. Secondo la ricerca Telefono Azzurro e Doxa Kids 2016, il 12% degli studenti che dichiarano di essere vittima di bullismo hanno subito episodi di violenza online. L’omertà non fa che accrescere la sensazione d’impunità del bullo/cyberbullo: “Pensa di agire nell’anonimato ma si sbaglia perché le odierne tecniche di indagine ci permettono di individuare l’autore della divulgazione/produzione del video – aggiunge Lisa Di Berardino – Inoltre essendo minore spesso non è in grado di comprendere che le sue azioni integrano fattispecie di reato e che per queste azioni ne risponderà in sede penale e civile insieme ai genitori”.

    Le parole più significative possono arrivare proprio da una giovane vittima, un caso che ci viene raccontato dal telefono Azzurro: “C’è un gruppo di bulle che mi lancia bigliettini con offese e cose non vere su di me, mi spintonano e quando andiamo in mensa, mi sporcano con i pennarelli i vestiti dicendo che non sono alla moda e così non li indosserò più. Provo a difendermi ma sono da sola, gli altri compagni a volte stanno dalla mia parte ma spesso ridono quando le bulle sono prepotenti con me e così facendo le bulle continuano, ci resto male e mi vergogno”. Questo è un esempio di come il contesto possa facilitare il bullismo. Dove non ci sono gli osservatori il bullo non ha interesse, intervenire solo sul bullo o solo sulla vittima non è sufficiente: senza una sensibilità della scuola non è possibile uscire da questa situazione, la vittima si isola e basta.

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    Non viene infatti specificato troppo spesso che la responsabilità nei confronti degli atti di bullismo, gravi di fatto sul minore ma anche sui genitori e sulla scuola: “Non esiste nel nostro ordinamento una norma specifica che sanzioni penalmente l’atto di bullismo; può essere inquadrato nella diffamazione, nell’ingiuria e nei casi più gravi nella persecuzione – commenta l’avvocato Ingino – Parliamo però di ragazzi con un’età compresa tra i 14 e i 18 anni, che vengono definiti semi imputabili, al di sotto non esiste una responsabilità penale ma solo civile, quindi si dovrà risarcire solo il danno patrimoniale. Gli altri soggetti responsabili sono poi i genitori o l’istituto scolastico nel caso in cui si sia perpetrato tra le mura della scuola. Il genitore è responsabile per l’obbligo di vigilanza che deve avere sul minore”. Il legislatore ha di fatto previsto che la responsabilità sia legata a uno dei nodi fondamentali che sta alla base del fenomeno del bullismo, ripetuto da tutti i soggetti coinvolti nella prevenzione, ovvero l’educazione: “Per sottrarsi a questa responsabilità il genitore deve provare di aver impartito una giusta eduzione al figlio affinché sia un soggetto rispettoso dei buoni sentimenti altrui” commenta l’avvocato: “In un caso famoso di violenza di gruppo nei confronti di una ragazzina, i genitori degli imputati hanno cercato di sottrarsi a questa responsabilità, citando i valori cristiani impartiti o le precedenti relazioni ‘normali’ dei figli, ma il tribunale ha ribadito il bisogno di accertarsi e verificare che quei valori impartiti siano davvero assimilati dai figli”.

    È cosa nota che la maggior parte dei genitori non ha nessun tipo di accesso ai profili online dei propri figli, come si può quindi intervenire in un controllo, soprattutto nei casi di ragazzi molto giovani, parliamo quasi di bambini, di età tra i 9/10 anni? “Bisogna precisare che il minore è titolare di un diritto alla privacy. Lo sancisce l’art. 16 della Convenzione sui Diritti del Fanciullo secondo cui non può essere oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza – precisa Lisa Di Berardino – È tuttavia ovvio che il diritto alla riservatezza del bambino va contemperato anche con l’esigenza di tutela dello stesso, i genitori sono tenuti a controllare che i figli abbiano assimilato l’educazione impartita loro. Il che significa anche arrivare a pregnanti controlli, se necessario.

    Non c’è un criterio prestabilito se non quello della ragionevolezza e del buon senso. Bisogna, in altre parole, bilanciare le due esigenze, con la consapevolezza che l’obiettivo finale deve essere sempre l’interesse superiore del fanciullo”.

    Esiste però un diritto all’oblio? Un contenuto come un video lesivo della mia immagine, magari molto datato, può sparire dal web? I contenuti che finiscono online non si possono eliminare, si possono solo de-indicizzare. Che cosa significa? Non renderli visibili tra i primi risultati. Di fatto però, un video o una foto può rimanere online in eterno: “Il 13 Maggio del 2014 la Corte di Giustizia Europea con una sentenza ha stabilito che “i cittadini europei hanno il diritto di richiedere, ove sia possibile, ai motori di ricerca l’eliminazione di taluni risultati o link” – dichiara Lisa Di Berardino – Ad esempio Google ha messo appunto un modulo ad hoc per chi volesse richiedere la rimozione dalle sue pagine dei risultati di ricerca di tutti quei link verso contenuti passati, non più rilevanti, o che vanno ad intaccare la “web-reputation” dell’ individuo”. Successivamente si sono allineati Yahoo e Microsoft con procedure apposite. La sentenza comunque vale per tutti i motori di ricerca che hanno sede in Europa anche se i loro server sono situati in suolo extra-comunitario”.

    Qualcuno di questi bulli però viene denunciato, qual è quindi il quadro nazionale? “Sul territorio nazionale vi sono stati nell’anno 2015 un totale di 228 casi denunciati comprensivi dei seguenti reati: stalking diffamazione on-line, ingiurie, minacce, molestie, diffusione di materiale pedopornografico e furto d’identità digitale sui social network – precisa il Vice Questore Aggiunto della Polizia Postale - Il reato più diffuso legato al cyberbullismo è il furto d’identità digitale sui social network con 81 casi denunciati”. Questi sono i casi di cui le forze dell’ordine sono a conoscenza, ma vista l’omertà e la vergogna che provano i ragazzi, queste cifre sono sicuramente da correggere verso l’alto.

    La maggior parte delle violenze legate al bullismo si svolgono tra le pareti degli istituti scolastici. Il MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca) ha emesso delle precise direttive. Il Dirigente scolastico ha il compito di individuare e contrastare questi fenomeni, coinvolgendo l’intera comunità scolastica (studenti, docenti, genitori ) ad una collaborazione attiva, in particolare parliamo di un aggiornamento del regolamento dell’istituto che comprenda un codice di condotta con una sezione dedicata all’utilizzo a scuola della tecnologia. Spesso il personale scolastico non è preparato a sufficienza per affrontare questi comportamenti, per questo sono previsti percorsi di formazione tenuti da esperti rivolti ai docenti, ai genitori sulle problematiche del bullismo.

    Anche il parlamento sembra essersi accorto del fenomeno e la senatrice Elena Ferrara è la prima firmataria del DDL che vuole affrontare il delicato tema del bullismo, proprio lei, che, come insegnante, ha affrontato il caso di una sua alunna che si è tolta la vita: “È una legge che entra in un merito nuovo per quanto riguarda le nostre condotte sul web – afferma la senatrice del Pd – Il dibattito è molto aperto sui diritti e doveri della piazza virtuale. Dobbiamo pensare che ormai i ragazzi entrano prestissimo in contatto con queste tecnologie, è diventato il regalo della comunione, parliamo di 8-9 anni, e si mettono in contatto con un mondo di cui non conoscono le regole. Il vuoto normativo è legato soprattutto alla prevenzione: al crescere dei social non abbiamo messo in pratica delle sufficienti norme di tutela del minore. L’online è considerato un’aggravante in tanti delitti, per esempio nella violenza sessuale. Rispetto alla vittima, si è pensato di mettere a disposizione degli utenti degli alert che si rivolgano ai gestori dei siti per contenuti che possano essere considerati lesivi dell’immagine del ragazzo o della ragazza che possono quindi fare una segnalazione autonomamente. Se il gestore non dà nessuna risposta interviene il garante della privacy, che però qui deve essere affiancato dalla figura di un adulto e/o genitore. Per chi commette il danno, ci sarà un ammonimento, se poi al compimento del diciottesimo anno non ci sarà reiterazione la fedina penale tornerà pulita, in caso di recidiva ci sarà l’aggravante. È una legge mite, non sanzionatoria, con una task force su un tavolo interministeriale e un piano soprattutto nelle scuole”

    Quali sono ci campanelli d’allarme che un genitore deve prendere in considerazione? “Il primo campanello d’allarme è quello di non voler più andare a scuola, indicativo di uno stato di disagio: difficoltà alimentari, del sonno, scoppi di rabbia sono solo esempi che devono essere colti dal genitore – racconta Barbara Forresi – Se i ragazzi non parlano non è perché non si fidino di loro ma spesso per sensi di colpa. Una ragazza ci ha raccontato che, nonostante ci fosse un buon rapporto con la mamma, aveva paura si potesse arrabbiare perché le aveva mentito per un mal di pancia finto per non andare a scuola. Si vergognano di non essere in grado di reagire da soli, soprattutto se adolescenti”.

    Il Telefono Azzurro è in prima linea sul tema del bullismo e del cyberbullismo, con il numero 1.96.96, gratuito e attivo 24 ore al giorno 365 giorni l’anno, per rispondere alle richieste di aiuto di bambini e adolescenti. Dal bullismo si può uscire, ed è proprio il servizio del Telefono Azzurro che ha raccolto unesempio positivo, per portare la giusta speranza a quelle vittime che non vedono luce fuori dal tunnel della violenza quotidiana: “Abbiamo seguito il caso di una ragazzina che aveva problemi economici e questo ha innescato una situazione di bullismo dove i compagni le dicevano che aveva i pidocchi, che non doveva stare con loro e cambiare classe – racconta soddisfatta Barbara Forresi – Ha parlato inizialmente con noi in modo anonimo per poi aprirsi di più e raccontarci della sua scuola. Abbiamo trovato una dirigenza scolastica molto aperta che ha aiutato la ragazzina anche nell’acquisto dei libri ma anche nell’iniziativa di cambiare il compagno di banco ogni settimana, cosìè riuscita a parlare anche con altri compagni di classe, uscendo dal totale isolamento. Alcuni compagni hanno capito le conseguenze del loro comportamento e lei ha realizzato che in classe non aveva solo dei bulli ma anche persone che la potevano ascoltare ed aiutare”.

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