I boss negarono la sepoltura a Patrizia Scifo, per lo Stato non è vittima di mafia

I boss negarono la sepoltura a Patrizia Scifo, per lo Stato non è vittima di mafia
da in Cronaca, La mafia è Donna
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    Tomba bianca

    Quella di avere un corpo su cui piangere e una tomba dove portare dei fiori, magari con una foto da poter guardare mentre si confidano le proprie angosce e le proprie paure, può apparire una magra consolazione. Eppure può essere tutto per chi ha perso un figlio, un compagno o ancora peggio un genitore. Perfino in guerra esiste, dai tempi più antichi, la regola morale, non scritta ma condivisa, di lasciare ai corpi la dignità della sepoltura e ai familiari la possibilità di piangere sul cadavere dei proprio cari. La mafia, invece, calpesta anche questo diritto.

    Era il 41esimo giorno dell’Iliade quando Priamo si recò dal suo peggiore nemico, colpevole di aver appena ucciso il figlio e di averlo trascinato per sfregio lungo tutte le mura della città, per chiedere di restituirgli il corpo di Ettore. «Pensa al tuo padre», disse ad Achille il Re di Troia e così lo convinse. Sono, invece, 21 anni che le preghiere di Monica Scifo restano inascoltate. La sera del 18 giugno del 1983, infatti, la madre Patrizia la portò a casa dei nonni, dicendo che l’indomani mattina sarebbe tornata a prenderla. Da quel giorno nessuno più ne seppe nulla.

    Patrizia era la figlia di Vittorio Scifo, meglio noto come il Mago di Tobruk, famoso in Italia e all’estero al tempo della cosiddetta Dolce Vita, e fu colpevole, all’età di 17 anni, di essersi innamorata di Giuseppe Spatola, affiliato ad una delle due cosche mafiose locali, all’epoca impegnate in una faida per il controllo di appalti pubblici. Spatola era sposato, ma non mancò di intessere una relazione con quella giovane ragazza, di portarla a vivere con sé e perfino di metterla incinta. Ma soprattutto non mancò di maltrattarla, di violentarla e di minacciarla, costringendola perfino a subire il “gioco” delle roulette russa.

    Spinta dai genitori che mai avevano approvato quell’amore sbagliato, Patrizia si convinse perfino a denunciare quell’orco che, travestito da principe azzurro, l’aveva fatta innamorare. Ma proprio l’arrivo di quella bambina le aveva dato nuova speranza in quell’uomo che alla fine la convinse a ritirare la denuncia. Fino a quella sera in cui Patrizia, ancora diciannovenne, arrivò all’improvviso a casa dei genitori, lasciò la figlia ancora piccolissima e sparì nel nulla.

    Il padre era in tour all’estero, ma si precipitò a Niscemi, in provincia di Caltanissetta dove viveva la famiglia, per cercare la figlia. Seguì ogni voce, ogni indicazione, si recò in tutti i sobborghi della città, sfidò personalmente i mafiosi e alla fine, esattamente un mese dopo la scomparsa di Patrizia, venne freddato da un killer mentre era seduto davanti al bar della moglie.

    «Quando mi hanno detto che mio marito era stato assassinato, ho capito che anche mia figlia Patrizia era morta», ha ricordato anni dopo la signora Scifo. E così era.

    Patrizia non doveva essere mai più trovata e Spatola avrebbe fatto uccidere chiunque l’avesse cercata. In quel momento era in ascesa nella scala gerarchica della malavita locale e non avrebbe potuto sopportare che qualcuno o qualcosa si frapponesse fra lui e la presa del potere.

    «Ogni bambino ha degli eroi». – scriverà anni dopo Monica Scifo – Mia madre e mio nonno lo erano. Altri sono rimasti solo assassini, e non posso chiamarli diversamente». E così Monica ha voluto cancellare il cognome di quel padre-non padre dalla sua identità e prendere quello della madre. E quindi prometterle: «Non ci sono sogni nella mia infanzia in cui festeggio la mamma. Le sue braccia aperte a soccorrermi, lei all’uscita da scuola. Darò quelle braccia ai miei figli per te, o madre. E nessuna terra sarà sufficiente a soffocarti, perché io respirerò per te, madre. Io parlerò per te».

    «Ci sono domande nella mia vita che trovano difficoltà ad ottenere risposte». – ha denunciato inoltre la donna – «Non per i fatti che ci hanno visto per 30 anni testardi fiduciosi di giustizia, ma per gli atteggiamenti di uno Stato “ostruzionista”, incapace di vedere dove è la verità. E’ triste scoprire che lo Stato non si è maichiesto se c’ero e di cosa vivevo. Ora, mi chiedo se è possibile ottenere risposte alle nostre ripetute istanze, senza doversi legare, per protesta, in una pubblica piazza».

    Se, infatti, Monica Scifo da un lato aspetta ancora di poter piangere sul corpo della madre, dall’altro aspetta anche che sua madre venga riconosciuta dallo Stato una vittima della mafia a tutti gli effetti.

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    SCRITTO DA PUBBLICATO IN CronacaLa mafia è Donna Ultimo aggiornamento: Mercoledì 18/06/2014 15:23
     
     
     
     
     
     
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