I bambini di Mosul non sorridono più: Save The Children rivela i traumi della guerra

Gli orrori della guerra e di Isis negli occhi e nel cuore dei bambini di Mosul resteranno per sempre, nei loro sorrisi dimenticati e nella spensieratezza perduta. Lo rivela un rapporto di Save The Children, che descrive i traumi da conflitto che compromettono la salute psichica dei minori, il cui comportamento diventa 'robotico', incapace di esprimere emozioni.

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    I bambini di Mosul non sorridono più: Save The Children rivela i traumi della guerra

    I bambini di Mosul non sorridono più: Save The Children, nel suo ultimo rapporto, rivela i traumi della guerra e le conseguenze a lungo termine sulla salute mentale dei minori. L’Organizzazione internazionale, dal 1919 dedita alla tutela dei bambini in tutto il mondo, ha lanciato un preciso allarme sulla situazione in cui sono costretti a vivere, tra bombardamenti e soprusi, vittime dell’orrore di Isis che per anni ha imprigionato il loro corpo, e che li ha resi psicologicamente schiavi del dolore in un processo di decadimento emozionale che nel lungo periodo potrebbe non risolversi. L’indagine svolta ha rilevato evidenti segni di “stress tossico” in tutti i bambini coinvolti dalla ricerca, per i quali Save The Children ha descritto un quadro di fobie e “incubi a occhi aperti” potenzialmente permanente. L’accumulo di paura e tensione vissuto in stato di guerra, sui minori ha un impatto devastante: a farne le spese, in termini di serenità e stabilità, è la loro salute mentale e fisica, il cui sviluppo è in gran parte dei casi brutalmente interrotto.

    I bambini di Mosul: una vita mortificata dalla guerra

    I piccoli dell’area di Mosul vivono nella costante paura della morte, spesso incapaci di esprimere sentimenti ed emozioni. A incidere maggiormente sul loro equilibrio psicofisico, tra le altre violenze subite, è la perdita di persone care, genitori, fratelli, nonni, amici. Un momento di rottura e incontro con la caducità dell’esistenza che viene a presentarsi in modo spietato, in tutta la sua cruda essenza. Si tratta di sofferenze difficilmente tollerabili per un individuo adulto, facile immaginare che effetto possano produrre in bambini e adolescenti.

    Il 90% dei minori oggetto del rapporto di Save The Children ha visto morire un membro della propria famiglia, ne è stato separato o ha assistito al suo sequestro. Unitamente al veder crollare le proprie case sotto i massicci bombardamenti, questi sono traumi che compromettono in modo decisivo la loro crescita.

    Il 78% delle bambine ha raccontato di non riuscire a dormire, di avere incubi persino durante la veglia, talmente vividi da indurle in uno stato di prostrazione e terrore senza soluzione di continuità.

    Bambini come robot: l’effetto della violenza sulle emozioni

    Gli esperti di Save The Children si sono trovati di fronte a un quadro di traumi di una tale portata da arrivare a descrivere il comportamento dei bambini come “robotico”, annichilito e fossilizzato nell’incapacità di giocare e sorridere.

    Questo il quadro che emerge dallo studio realizzato attraverso focus group che hanno coinvolto i bambini di un campo per sfollati a sud di Mosul.

    Un’aggravante da non sottovalutare è l’esposizione alla violenza vissuta dai genitori,spesso altrettanto segnati dalle atrocità della guerra e perciò incapaci di sostenere i figli. Ulteriore effetto perverso delle dinamiche affettive e relazionali nelle aree interessate da un conflitto, è l’incremento della violenza domestica: oltre l’85% dei bambini oggetto d’indagine ha descritto episodi piuttosto severi di maltrattamenti in famiglia, complici del notevole stress emotivo dei minori coinvolti, il più delle volte confluente in sintomi di rabbia e tristezza.

    Il racconto di Jad, vittima di Mosul

    “I bambini in fuga da Mosul hanno vissuto molti orrori. Hanno patito fame e abusi dentro alla città. L’impatto di tutto questo sui bambini è chiaro: anche se riescono a sopravvivere restano segnati, spezzati. E al momento questo è il modo in cui ci appare il futuro di Mosul”, spiega Ana Locsin, direttore di Save The Children in Iraq.

    Jad ha 13 anni, è una piccola vittima di Mosul e ha incontrato gli operatori dell’organizzazione raccontando la sua esperienza: “Se venivamo catturati in strada durante la preghiera, potevamo essere frustati. Decapitavano o fustigavano la gente in strada ogni momento e poi appendevano i corpi a bastoni di metallo per giorni”.

    Cadaveri e sangue nelle strade, la paura di essere catturati o uccisi dai miliziani Isis sono lo scenario maggiormente registrato nell’immaginario dell’infanzia martoriata in Iraq.

    Un piano di risposta umanitaria ancora troppo debole

    Il supporto psicologico a questi bambini, così come ai loro genitori, è sotto-finanziato in modo cronico, con gli obiettivi del programma 2017 coperti solo per il 2%. Il Piano di risposta umanitaria delle Nazioni Unite 2017 ha ottenuto meno della metà dei fondi necessari a una risoluzione delle criticità, seppure non capillare, almeno parziale.

    Save The Children chiede un impegno bilaterale che veda coinvolti una coalizione internazionale e il Governo iracheno nell’ottica di un crescente investimento per la formazione di personale specializzato nella tutela e nella cura dei minori a livello psicologico.

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