Gelsomina Verde uccisa dalla camorra a 22 anni: la sua vita valeva soltanto 300mila euro?

Gelsomina Verde uccisa dalla camorra a 22 anni: la sua vita valeva soltanto 300mila euro?
da in La mafia è Donna

    Gelsomina Verde

    L’amore è qualcosa che unisce, sempre. È come un ponte che lega due persone, due anime, due corpi e talvolta pure due fazioni, due famiglie contrapposte. L’amore mal sposa con l’idea di scissione: è soltanto quando l’amore finisce che divide, prima unisce. Di sicuro fu così per Gelsomina Verde che provò sulla sua pelle cosa vuol dire innamorarsi e provare ad unirsi con una persone che invece voleva dividere, scindere, spezzare.

    Gelsomina Verde aveva 22 anni nell’autunno del 2004 e qualche tempo prima, o forse gli strascichi si erano protratti fino ad allora, aveva avuto uno storia con Gennaro Notturno, un ragazzo che aveva deciso di prendere le parti degli “scissionisti” nella sanguinosa faida di Scampia interna all’Alleanza di Secondigliano.

    L’Alleanza di Secondiglia, infatti, è un clan sui generis per la realtà criminale napoletana in quanto coalizione di più famiglie storicamente capeggiata da Paolo Di Lauro (detto Ciruzzo ‘o milionario). Quando il boss venne arrestato, però, il comando passo al figlio Cosimo, che ringiovanì lo staff dei capi-piazza con personale a loro fidato. Così Raffaele Amato, un fedelissimo dei Di Lauro che però si era dovuto rifugiare in Spagna (per questo gli scissionisti saranno chiamati anche “gli spagnoli”) dopo essere stato accusato da Cosimo Di Lauro di aver rubato all’organizzazione, al suo rientro in Italia, decise di allearsi con alcuni componenti del clan che non erano soddisfatti della nuova gestione e dividersi.

    Gelsomina Verde, operaia in una fabbrica di pelletteria e dedita al volontariato nel tempo libero, nulla sapeva di quelle vicende, se non per quell’atmosfera tesa che in quegli anni si respirava in tutto il quartiere Secondigliano alla periferie nord di Napoli, fino al 21 novembre 2004, fino a esattamente dieci anni fa.

    Forse perché ritenuta colpevole di aver amato l’uomo sbagliato o per estorcerle l’indirizzo del nascondiglio del (ex) fidanzato, fu infatti tratta in un tranello da Pietro Esposito, oggi collaboratore di giustizia, e consegnata agli uomini di Cosimo Di Lauro che la torturano per ore. Chissà se ella quell’indirizzo davvero non lo sapeva o se, per amore, preferì sacrificare la sua vita e salvare quella del fidanzato, sta di fatto che il 21 novembre del 2004 il suo corpo fu ritrovato carbonizzato all’interno della sua auto.

    In realtà Gelsomina venne uccisa con tre colpi di pistola alla nuca dopo ore di torture, ma probabilmente il suo corpo di giovane donna venne bruciato per nascondere agli occhi della gente, che già avrebbe mal giudicato l’uccisione di una ragazza e quindi l’operato dei Di Lauro, le tracce dello scempio inflittole.

    Se possibile, però, uno scempio maggiore Gelsomina e la sua memoria lo subirono successivamente e soprattutto da chi avrebbe dovuto farle giustizia, condannare chi le aveva tolto la libertà di amare chi voleva oltre che la vita, e dimostrare che deve vincere chi unisce e non chi divide, chi spezza…una vita.

    In primo grado furono condannati nel 2006 Ugo De Lucia, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio, Pietro Esposito, che l’aveva attirata con una trappola, e nel 2008 Cosimo Di Lauro, quale mandante dell’omicidio. All’epoca la famiglia di Gelsomina si era costituita parte civile i giudici nella Sentenza depositata il 3 luglio 2006 ci tennero a precisare: «…a fronte di decine e decine di morti, attentati, danneggiamenti estorsivi e paraestorsivi, lutti che hanno coinvolto persone innocenti che non avevano nulla a che fare con la faida in corso, ma che hanno avuto la sventura di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato […] non vi è stata alcuna costituzione di parte civile, ad eccezione dei genitori di Gelsomina Verde».

    L’11 marzo 2010, però, Cosimo Di Lauro, pur non ammettendo la responsabilità del delitto, ha risarcito con 300mila euro la famiglia Verde, che così rinunciò a costituirsi parte civile nel processo d’appello. Nel dicembre dello stesso anno Cosimo Di Lauro è stato assolto dall’accusa di essere il mandante dell’omicidio.

    La vita di Gelsomina valeva davvero soltanto 300mila euro?

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